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Hacker e prelievo di somme dal conto: la banca è responsabile ma…

27 novembre 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 novembre 2014



Concorso di colpa tra correntista e istituto di credito: il cliente deve notare i movimenti sospetti.

Aumentano i casi di phishing, quei crimini informatici che, attraverso gli artifici e inganni di un hacker (come, per esempio, l’invio di mail con virus o che linkano a finte homepage del sito della banca del destinatario), riescono a prelevare le credenziali di accesso al servizio di home-banking e, con esse, ovviamente le somme depositate sul conto corrente.

Ma come si comportano i giudici nel caso in cui il truffato richieda alla banca il rimborso dei soldi sottratti e quest’ultima faccia orecchie da mercante?

L’attuale indirizzo della giurisprudenza è quello di riconoscere il rimborso al cliente tutte le volte in cui la banca non riesca a dimostrare di aver adottato la diligenza del “buon banchiere” e il maggior grado di prudenza e attenzione che la sua attività le richiede. In parole povere, l’istituto di credito deve adottare le misure idonee a garantire la sicurezza del servizio di home-banking. E il solo fatto di aver munito il correntista di un codice-utente e di una password non sono ritenuti elementi sufficienti ad assicurare un buon livello di sicurezza e, quindi, ad escludere la responsabilità della banca. Sempre la banca, poi, per evitare la condanna, dovrebbe riuscire a dimostrare che il cliente non ha custodito, con la dovuta diligenza, le credenziali di accesso (leggi anche “La responsabilità della banca in caso di phishing”).

Insomma, allo stato attuale, i giudici sono orientati più nel riconoscere massima tutela al correntista che non all’istituto di credito.

Tuttavia anche questa regola conosce le sue eccezioni. E queste sono state chiarite da una recente sentenza del Tribunale di Caltanissetta [1]. Sebbene nessuna norma imponga al cliente di effettuare, a ogni singolo accesso sul proprio conto corrente online, un controllo puntuale della lista dei movimenti onde accertarsi se ci sono stati prelievi sospetti, egli comunque, esaminando il saldo, deve comunque avere la diligenza di accorgersi di ammanchi particolarmente rilevanti (nel caso di specie il conto non tornava di ben 70mila euro). E ciò al fine di richiedere immediatamente, alla banca, il blocco del servizio di home banking. Insomma, se anche il correntista non si accorge di qualche prelievo, deve avvedersi di grossi ammanchi.

In questi casi, il tribunale può dichiarare il concorso di colpa tra la banca – che non ha adottato le misure di sicurezza idonee – e il cliente che non ha adottato un comportamento prudente. Concorso che riguarderà le sottrazioni successive alla data in cui il cliente ha effettuato accessi che gli avrebbero consentito di rilevare le ingenti sottrazioni.

Ma come si fa a riconoscere un sito sospetto ed evitare il phishing? Non bisogna essere tecnici dell’informatica per saperlo. Si tratta di regole di precauzione estremamente semplici, ma di cui non tutti sono informati correttamente. A tal fine rinviamo alla nostra guida: “Come riconoscere un sito di phishing e quando la banca deve il risarcimento”.

note

[1] Trib. Caltanissetta sent. n. 495/2014 del 3.11.2014.

Autore immagine: 123rf com


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