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Il danno da mancata interruzione gravidanza

21 Gennaio 2023 | Autore: vincenzo martinelli
Il danno da mancata interruzione gravidanza

La mancata o inesatta informazione sullo stato di salute del feto, che abbia privato il genitore della possibilità di interrompere la gravidanza, può essere fonte di responsabilità medica.

Come ben noto, il nostro ordinamento riconosce il diritto della donna a ricorrere all’interruzione della gravidanza, condizionando tuttavia l’esercizio di tale diritto alla presenza di determinate condizioni. In particolare, la gravidanza può essere interrotta entro i primi 90 giorni, qualora la donna si trovi in circostanze in cui la prosecuzione della gravidanza possa comportare un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica [1].

Tuttavia, ben può accadere che esami strumentali, eseguiti successivamente al novantesimo giorno, possano rilevare la presenza di anomalie o malformazioni del feto. In questi casi, è possibile ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza anche dopo i primi novanta giorni, laddove l’accertato processo patologico sia idoneo a determinare un grave pericolo per la salute psicofisica della donna [2].

In questo articolo, cercheremo di capire in che modo la mancata o inesatta informazione sullo stato di salute del feto possa determinare un danno da mancata interruzione della gravidanza.

Obbligo informativo del personale sanitario

La donna deve essere messa nelle condizioni di conoscere in maniera precisa e completa lo stato di salute del feto.

Il diritto della donna di essere informata, presuppone di contro un obbligo, in capo al personale sanitario, di eseguire in maniera diligente gli accertamenti necessari, oltre che di informare adeguatamente la paziente nel caso ravvisi anomalie o malformazioni fetali.

Ma non solo. Il medico ha altresì l’obbligo, anche in caso di diagnosi di normalità morfologica del feto, qualora gli esami strumentali non abbiano consentito di visualizzarlo nella sua interezza, di informare la gestante dell’incompletezza degli esami eseguiti e quindi dell’opportunità di ricorrere ad ulteriori esami più approfonditi, in vista dell’eventuale esercizio del diritto di abortire [3].

Conseguenze della mancata informazione

Nel corso degli anni, la Corte di Cassazione ha individuato diversi profili di responsabilità medica per omessa diagnosi di malformazione del feto. Ad esempio è ormai pacifico che, indipendentemente dalla volontà o meno di ricorrere all’aborto, grava sempre sul medico il dovere di informare i genitori circa le condizioni di salute del nascituro, anche al fine di consentire loro di prepararsi psicologicamente o anche materialmente alle eventuali malformazioni [4].

In tempi recenti, la Suprema Corte è andata anche oltre al principio di responsabilità medica per omessa diagnosi della patologia accertabile (intendendo per accertabile la patologia che può essere riscontrabile attraverso specifici esami strumentali). In particolare, è stata riconosciuta la responsabilità del medico che non aveva fornito una corretta e completa informazione sui possibili rischi cui andava incontro la gestante a causa di una patologia già contratta. In questa occasione, seppure l’anomalia/malformazione non si era già prodotta e quindi non era clinicamente accertata, era tuttavia possibile prevederne lo sviluppo oltre il termine necessario per ricorrere all’interruzione della gravidanza e quindi informare preventivamente i genitori della probabilità che il bambino nascesse con gravi patologie [5].

Quando la mancata interruzione della gravidanza configura un danno risarcibile

Occorre premettere, innanzitutto, che il nostro ordinamento non prevede un “diritto a nascere se non sano”, quindi il solo fatto che il nato presenti gravi malformazioni non è di per sé idoneo a far nascere in automatico un diritto al risarcimento del danno per mancata interruzione della gravidanza. Occorrono a tal fine ulteriori elementi.

La legge 194 del 1978, nella parte in cui prevede l’interruzione della gravidanza oltre il novantesimo giorno, non affida tale scelta all’autodeterminazione della donna, ma richiede oltre all’esistenza di “processi patologici”, anche e soprattutto un grave pericolo per la salute psicofisica della donna che sia diretta conseguenza di tali processi patologici.

Il grave pericolo per la salute, ed in particolare quello relativo alla sua salute psichica, può derivare da un processo patologico innescato dal fatto di sapere che il figlio concepito nascerebbe con importanti anomalie o malformazioni [6].

Condizioni per il riconoscimento del danno da mancata interruzione della gravidanza

Il genitore che intende agire nei confronti del medico e/o della struttura sanitaria per il risarcimento del danno da mancata interruzione della gravidanza dovrà quindi dimostrare:

  • la rilevante anomalia del nascituro;
  • l’omessa informazione da parte del medico;
  • il grave pericolo per la salute psicofisica della donna.

A queste tre condizioni se ne aggiunge una quarta. Occorrerà dimostrare che l’accertamento dell’esistenza di anomalie o malformazioni avrebbe indotto la madre ad interrompere la gravidanza.

La prova della volontà abortiva potrà essere fornita anche attraverso elementi fattuali (ad es: pregresse manifestazioni di propositi abortivi in caso di malformazioni del feto, richiesta da parte della donna di esami specifici mirati ad escludere malformazioni fetali, preesistenza di precarie od alterate condizioni di salute psicofisica della donna, condotte già tenute dalla donna in occasione di precedenti gravidanze, ecc.) [7]. Tutte queste circostanze dovranno essere valutate caso per caso, senza alcun automatismo.



Di vincenzo martinelli

note

[1] Art. 4 L. n. 194, 22.05.1978.

[2] Art. 6 L. n. 194, 22.05.1978.

[3] Cass. civ. sez. III, sent. n. 15386 del 13.07.2011.

[4] Cass. civ. sez. III, sent. n. 7269 del 22.03.2013.

[5] Cass. civ. sez. III, sent. n. 653 del 15.01.2021.

[6] Cass. civ. sez. III, sent. n. 6735 del 10.05.2002.

[7] Cass. civ. sez. III, sent. n. 11123 del 10.06.2020.


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