Questo sito contribuisce alla audience di
Diritto e Fisco | Articoli

Quando avviare una causa potrebbe costare una multa

22 Gennaio 2023 | Autore:
Quando avviare una causa potrebbe costare una multa

Cos’è e come funziona la soccombenza? Quando c’è compensazione delle spese? In quali casi la parte vittoriosa ha diritto al risarcimento oppure a un indennizzo?

I motivi per cui la giustizia italiana è lentissima sono tanti: tra questi c’è anche l’elevato numero di cause che viene inutilmente intrapreso anche quando non ve ne sarebbe ragione. Si pensi, ad esempio, a chi agisce in giudizio per ottenere un risarcimento spropositato oppure, al contrario, a chi si oppone pur sapendo di dover pagare senza scampo. In tutte queste ipotesi, avviare una causa potrebbe costare una multa.

Quest’ultima affermazione potrebbe sembrare esagerata o fuorviante ma, in realtà, serve a far ben comprendere quali possono essere le conseguenze per chi agisce in giudizio pur sapendo di avere torto. La legge stabilisce infatti un meccanismo per cui il giudice, anche senza specifica richiesta della controparte, possa obbligare il soccombente a pagare una certa somma a titolo di indennizzo. Se l’argomento t’interessa e vuoi saperne di più, prosegui nella lettura, vedremo insieme quando avviare una causa potrebbe costare una multa.

Che cos’è la soccombenza in giudizio?

A proposito dei processi, la legge applica una regola semplicissima: chi perde, paga. Questa regola viene definita “principio di soccombenza”, in base al quale la parte processuale che perde la causa deve pagare tutte le spese sostenute dalla controparte vittoriosa, e cioè il costo del giudizio (costituito da contributo unificato, marche da bollo, ecc.) e le spese legali, cioè dell’onorario dell’avvocato [1].

Ad esempio, se un creditore cita in giudizio il proprio debitore e alla fine ottiene una sentenza favorevole, il giudice potrà condannare il soccombente (cioè, il debitore) a rimborsare alla parte vittoriosa tutti i costi che ha dovuto sostenere per portarlo in giudizio, comprese le spese legali per il proprio avvocato.

Il soccombente paga sempre le spese?

Il principio del “chi perde paga” non si applica sempre. Il giudice potrebbe infatti compensare le spese, stabilendo che ognuno si paghi il proprio avvocato [2]. Ciò avviene, ad esempio, quando:

  • entrambe le parti sono soccombenti. È il caso dell’attore che, agendo per due crediti, se ne veda riconosciuto solamente uno;
  • si tratta di un caso assolutamente nuovo, che non ha precedenti nella giurisprudenza, ad esempio perché riguarda l’applicazione di una norma appena introdotta;
  • chi ha agito o resistito in giudizio lo ha fatto in base a un orientamento giurisprudenziale sconfessato da uno successivo.

Insomma: la condanna alle spese non è un obbligo per il giudice, il quale può quindi optare per la compensazione.

Quando avviare una causa può costare caro?

Avviare una causa potrebbe costare una multa se si agisce in malafede, cioè quando si agisce o si resiste in giudizio pur sapendo di avere torto [3]. Si tratta della cosiddetta “lite temeraria“.

Si pensi a chi promuove un giudizio per ottenere la restituzione di un bene non suo, oppure a chi si oppone a un decreto ingiuntivo pur sapendo di essere nel torto e di dover pagare: in tutte queste ipotesi il soggetto che avvia una causa o che si oppone a essa in malafede rischia di essere condannato al risarcimento a favore della controparte.

Non si tratta quindi di una vera e propria multa, bensì di una condanna al pagamento di una somma a titolo di ristoro per il tempo perso oppure per i danni effettivamente subiti.

Per la precisione, la legge dice che:

  • se una delle parti agisce o resiste in giudizio in malafede, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida direttamente nella sentenza;
  • anche in assenza di richiesta, il giudice può condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata.

Nel primo caso di avrà un vero e proprio risarcimento dei danni, con la conseguenza che potrà essere riconosciuto dal giudice solamente se la parte vittoriosa:

  • ne fa espressa richiesta;
  • fornisce prova dei danni patiti a seguito della condotta della controparte.

Si pensi, ad esempio, al danno patito dal proprietario che, dovendo attendere i lunghi tempi per mandare via di casa chi l’ha occupata abusivamente, nel frattempo perda la possibilità di accedere ad incentivi fiscali oppure sia costretta a vivere in affitto perché non può rientrare nel proprio immobile.

Nella seconda ipotesi, invece, la legge prevede un indennizzo, che consiste nell’obbligo di pagare una certa somma all’altra parte senza che questa ne abbia fatto istanza oppure abbia provato il danno subito.

Anche in questo caso il presupposto è che il soccombente abbia agito o resistito in giudizio in malafede, cioè sapendo di essere dalla parte del torto. Lo scopo è di sanzionare chi abusa della giustizia con pretese del tutto infondate.


note

[1] Art. 91 cod. proc. civ.

[2] Art. 92 cod. proc. civ.

[3] Art. 96 cod. proc. civ.


Sostieni laleggepertutti.it

Non dare per scontata la nostra esistenza. Se puoi accedere gratuitamente a queste informazioni è perché ci sono uomini, non macchine, che lavorano per te ogni giorno. Le recenti crisi hanno tuttavia affossato l’editoria online. Anche noi, con grossi sacrifici, portiamo avanti questo progetto per garantire a tutti un’informazione giuridica indipendente e trasparente. Ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di andare avanti e non chiudere come stanno facendo già numerosi siti. Se ci troverai domani online sarà anche merito tuo.Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube