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Istigare i dipendenti contro il datore di lavoro: cosa si rischia?

7 Ottobre 2022 | Autore:
Istigare i dipendenti contro il datore di lavoro: cosa si rischia?

Si può licenziare il dipendente che disprezza l’azienda per cui lavora e incita i colleghi a non farsi mettere i piedi in testa dal capo?

Il diritto di critica, seppur riconosciuto dalla nostra Costituzione, deve essere usato con parsimonia quando si rivolge nei confronti del datore di lavoro. Questo perché l’esistenza di un rapporto di lavoro impone il dovere di fedeltà e obbedienza. Se anche il clima conflittuale dei rapporti aziendali può, in determinati contesti e in situazioni di particolare tensione, giustificare un linguaggio aspro, questo non può mai ledere la dignità personale e professionale dell’imprenditore. Ragion per cui numerose sentenze hanno ritenuto legittimo il licenziamento del dipendente che insulta l’azienda per cui lavora, i suoi superiori o i prodotti da questa commercializzati. 

Ma attenzione: le valutazioni dei giudici non possono prescindere dal caso concreto e dalle parole usate. Ad esempio, di recente si è posto il problema di cosa rischia chi istiga i dipendenti contro il datore di lavoro. La questione si è posta perché un lavoratore, rivolgendosi ai propri colleghi, li invitava a non farsi mettere i piedi in testa dal capo. La Cassazione [1], in tal caso, ha negato che sussistessero gli estremi del licenziamento per giusta causa, quello cioè in tronco, senza preavviso. 

Il metro di giudizio dei giudici restano sempre le parole usate dal lavoratore. Il fatto in sé di “istigare” i colleghi di lavoro potrebbe assumere anche connotati molto più forti se il linguaggio usato è dispregiativo. 

Dunque l’esercizio del diritto di critica nei confronti del datore di lavoro da parte di un rappresentante sindacale, sebbene garantito dalla Costituzione, incontra i limiti della correttezza formale, imposti dall’esigenza di tutela della persona umana. Ne consegue che, ove tali limiti siano superati con l’attribuzione al datore di qualità disonorevoli e/o riferimenti denigratori, il comportamento del lavoratore, anche se sindacalista, può essere legittimamente sanzionato in via disciplinare e comportare il licenziamento per giusta causa. In sostanza non può parlarsi in assoluto di una “scriminante sindacale”che legittimi ogni comportamento svolto all’interno dell’impresa dal lavoratore nell’ambito di una attività sindacale, pur costituzionalmente tutelata.

Ad esempio, in un precedente, la stessa Cassazione [2], ha ritenuto esorbitante dal diritto di critica il comportamento di alcuni dipendenti che avevano realizzato un fantoccio dell’amministratore delegato e, in una piazza, lo avevano fatto salire su un patibolo contornato da tute blu macchiate di sangue: una rappresentazione raccapricciante per sollevare sdegno e indignazione per i suicidi di alcuni dipendenti. Senonché, secondo la Suprema Corte, il diritto di critica deve sempre attenersi ai limiti della moderazione. Il lavoratore può senz’altro attaccare anche con toni aspri le scelte aziendali e quando ricorre alla satira deve ritenersi fisiologico l’utilizzo di immagini e espressioni forti. Ma la dialettica sindacale non può essere spostata fino a un punto di non ritorno, evocando lo scontro violento con il datore. In tal caso risulta violato il minimo etico, vale a dire i canoni dell’ordinaria convivenza civile, il che fa venire meno il rapporto di fiducia con l’impresa e ne legittima il licenziamento per giusta causa. 

Insomma: la contrapposizione dipendenti-azienda è fisiologica ma la modalità espressiva scelta dai lavoratori, per quanto ammantata di satira, deve sempre tendere al confronto con la controparte.

Del resto, istigare i colleghi di lavoro potrebbe rientrare nel tentativo di fare proselitismo per eventuali manifestazioni o scioperi, diritto tutelato dalla Costituzione. Ma sarebbe illegittimo se lo scopo fosse quello di indurre gli altri lavoratori a violare il contratto di lavoro, commettere illeciti e danneggiare l’azienda. 

In alcuni presenti la giurisprudenza ha giustificato un tono più forte e battagliero quando le relazioni aziendali sono caratterizzate da violazioni del contratto di lavoro da parte del datore: è il caso di chi non riceva lo stipendio da diversi mesi ed è costretto alla protesta per far valere i propri diritti. Ed è anche la situazione in cui versa chi deve lavorare in ambienti insalubri, che mettono a rischio la sua salute psicofisica. 

Chiudiamo con un precedente della Cassazione [3] che indica i limiti al diritto di critica. Il diritto di critica può ritenersi legittimo ove esercitato nel rispetto dei canoni di pertinenza e continenza, formale e sostanziale. Cosa significa nella pratica? Ecco la spiegazione. La critica deve rispondere ad un interesse meritevole di tutela del lavoratore e, quindi, concernere direttamente o indirettamente le condizioni del lavoro o sindacali (pertinenza), deve conformarsi nell’esposizione a canoni di correttezza, misura e civile rispetto della dignità del datore di lavoro senza eccedere nell’attribuzione di qualità apertamente disonorevoli, in affermazioni ingiuriose ovvero in offese meramente personali (continenza formale) e, ove consista nell’attribuzione al datore di lavoro di determinati fatti, deve rispondere a verità, quanto meno secondo il prudente apprezzamento soggettivo del lavoratore (continenza sostanziale). 

Il superamento di tali limiti, anche uno solo di essi, rende tale condotta lesiva del datore di lavoro e, trattandosi di condotta contraria al dovere di fedeltà sancito dall’ art. 2105 del codice civile, implica il licenziamento per giusta causa.


note

[1] Cass. ord. n. 28515/2022.

[2] Cass. ord. n. 14527/2018.

[3] Cass. ord. n. 1379/2019.

Autore immagine: depositphotos.com


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