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Come provare un incidente stradale?

7 Ottobre 2022 | Autore:
Come provare un incidente stradale?

Secondo la Cassazione, è finito il tempo delle cause risarcitorie per sinistri fatte solo con testimonianze: per dimostrare di avere ragione occorre di più.

I sinistri stradali sono all’ordine del giorno e non sempre si risolvono con il pagamento spontaneo dei danni e una stretta di mano tra le parti: il più delle volte si finisce a fare causa perché l’assicurazione non vuole pagare i danni, non ritenendo chiara la dinamica del sinistro. Con questo articolo ci soffermeremo su un particolare aspetto: vedremo cioè come provare un incidente stradale.

Sul punto si registra una recente e rivoluzionaria sentenza della Corte di Cassazione, la quale ha sorprendentemente affermato che, in tempi di smartphone, non c’è diritto al risarcimento nei sinistri in cui ci sono solo testimoni senza foto dei danni. Insomma: se non fai una foto al tuo veicolo danneggiato, non meriti alcun risarcimento. Soffermiamoci meglio su questi importanti aspetti spiegando come provare un incidente stradale.

Cos’è la pari responsabilità nei sinistri stradali?

La legge prevede una specifica norma per gli incidenti stradali: quando si verificano, si presume che tutti i soggetti coinvolti siano colpevoli in egual misura, almeno fino a prova contraria [1]. Si tratta della cosiddetta “presunzione di pari responsabilità”.

La regola si applica nei casi in cui la dinamica del sinistro non sia chiara e, quindi, non si riesca a comprendere di chi sia effettivamente la colpa.

Si pensi allo scontro tra due auto che viaggiavano entrambe in prossimità della linea di mezzeria (la striscia bianca che divide la carreggiata in due corsie): in un’ipotesi del genere, se non si riesce a fornire la prova rigorosa della colpevolezza dell’uno o dell’altro conducente, entrambi risponderanno del sinistro al 50%.

In tutte le altre ipotesi, e cioè quando si riesce ad attribuire la colpa dell’incidente a uno dei soggetti coinvolti, allora non si applica nessuna presunzione di pari responsabilità: chi ha sbagliato pagherà i danni.

Il concorso di colpa nei sinistri stradali

La presunzione di pari responsabilità costituisce una particolare applicazione del più ampio principio del “concorso di colpa”.

Si ha concorso di colpa quando più soggetti hanno contribuito a realizzare un danno con la propria condotta irresponsabile.

Ad esempio, a proposito proprio dei sinistri stradali, può esserci concorso di colpa tra l’automobilista che ha parcheggiato in doppia fila e il conducente che, sopraggiungendo a velocità sostenuta, impatta contro l’auto. In un’ipotesi del genere entrambi i guidatori sono colpevoli, in quanto il primo non doveva sostare fuori dalle strisce mentre il secondo avrebbe dovuto moderare la velocità per evitare l’urto.

“Concorso di colpa” non significa necessariamente pari responsabilità: quest’ultima, infatti, rappresenta un concorso in misura uguale (50% se gli automobilisti sono due; 25% se sono quattro; ecc.), ma ben potrebbe essere che il giudice decida di “distribuire” le colpe in maniera diversa.

Riprendendo l’esempio di sopra, il magistrato potrebbe ritenere che chi ha parcheggiato in doppia fila abbia il 40% della responsabilità, attribuendo la restante parte (60%) all’automobilista che procedeva a velocità sostenuta.

Insomma, quando si verifica un sinistro, bisogna dimostrare concretamente chi sono i soggetti responsabili, con i seguenti, possibili esiti:

  • se la dinamica del sinistro è oscura, sono tutti responsabili nella stessa maniera (concorso di colpa paritario o pari responsabilità);
  • se la colpa è attribuibile a più soggetti, anche se in misura diversa, allora c’è concorso di colpa, ma è il giudice a stabilire la misura concreta in base ai differenti profili di responsabilità;
  • se si riesce a dimostrare la colpa esclusiva di un solo soggetto, allora non c’è nessun concorso, in quanto a pagare sarà l’unico responsabile.

Come si prova un sinistro stradale?

Per evitare l’applicazione della presunzione di pari responsabilità occorre provare la propria estraneità al sinistro e l’attribuzione dell’evento all’altro conducente. Per fare ciò, ci si può avvalere di qualsiasi mezzo di prova: testimonianze, fotografie, filmati, perizie, verbale della polizia, presunzioni, ecc.

Ad esempio, è possibile chiamare come testimone il passante che, per puro caso, ha assistito al sinistro, oppure produrre in giudizio i filmati delle telecamere di videosorveglianza (pubbliche o private) che hanno registrato l’accadimento.

Si può provare un sinistro stradale anche tramite semplici presunzioni, cioè mediante ragionamenti logici che conducono a determinate conclusioni.

Si pensi alle tracce di frenata sull’asfalto: si tratta di un indizio da cui desumere che il veicolo procedesse a forte velocità.

Per provare un incidente ci si può avvalere anche del verbale delle forze dell’ordine sopraggiunte sul luogo del sinistro. Si badi bene, però: il verbale della polizia stradale ha valore di atto pubblico solamente con riferimento a ciò che i pubblici ufficiali hanno accertato essere avvenuto in loro presenza.

Ciò significa che, se la polizia interviene dopo che il sinistro si è già verificato, le notizie riportate nel verbale non faranno piena prova della dinamica dell’incidente (visto che i verbalizzanti non vi hanno assistito), ma solamente di ciò che hanno constatato di persona (ad esempio, il posizionamento delle auto dopo lo scontro, la presenza di testimoni, ecc.).

Per ulteriori approfondimenti, si leggano gli articoli Incidente stradale: quali prove? e Incidente stradale senza testimoni: come fare?

Sinistro stradale: si può provare solo con i testimoni?

Una recente sentenza della Corte di Cassazione [2] è intervenuta sul tema delle prove da fornire per dimostrare un sinistro stradale stabilendo un principio dalla portata potenzialmente rivoluzionaria: in tempi di smartphone, non c’è diritto al risarcimento se, oltre alla prova testimoniale, non si producono le foto dei danni.

Secondo i giudici, è «inquietante» che non siano prodotte immagini dei veicoli dopo lo scontro: grazie alla tecnologia di oggi, infatti, la parte deve impegnarsi a fornire la prova fotografica.

Insomma, secondo la Cassazione, ai tempi degli smartphone, i cui scatti ormai raccontano per frame ogni istante della vita quotidiana, la mancata produzione in giudizio di immagini che documentano i danni ai mezzi desta perplessità sul fatto che lo scontro si sia effettivamente verificato.

Nel caso affrontato dalla Suprema Corte, del sinistro mancava ogni immagine: sia dei veicoli in posizione statica sia delle ammaccature. E suscita molti dubbi, si legge nel provvedimento, la circostanza che neppure carrozzieri e meccanici abbiano scattato foto ai veicoli prima di ripararli, come in genere usano fare.

Alla “dinamica misteriosa” dell’incidente si aggiunga il certificato medico per la richiesta di risarcimento per lesioni personali non proveniente da una struttura pubblica e indicante una data diversa da quella del sinistro denunciato.

Insomma: secondo la Suprema Corte, vista l’attuale tecnologia a disposizione delle parti, può dirsi «finito il tempo delle cause risarcitorie per sinistri stradali fatte solo con testimonianze».


note

[1] Art. 2054 cod. civ.

[2] Cass., sent. n. 28924 del 5 ottobre 2022.

Autore immagine: depositphotos.com

Cass civ., sez. III, ord., 5 ottobre 2022, n. 28924

Presidente Cirillo – Relatore Gorgoni

Rilevato in fatto che:

D.M.R. ricorre per la cassazione della sentenza n. 1939-2020 del Tribunale di Benevento, pubblicata in data 31 dicembre 2020, articolando due motivi;

resiste con controricorso (omissis) Assicurazioni;

nessuna attività difensiva risulta svolta in questa sede da D.C.P. e da R.A. , rimasti intimati;

la ricorrente espone di avere agito contro D.C.P. e R.A. , nella qualità, rispettivamente, di proprietario e di conducente dell’autovettura (omissis) nonché contro la (omissis) div. (omissis), assicuratrice, all’epoca del sinistro per la r.c.a, per ottenerne la condanna al pagamento, a titolo risarcitorio, della somma di Euro 5.330,49, o di quella diversa accertata nel corso del giudizio, al netto di rivalutazione ed interessi, per le spese di recupero e per i danni riportati alla carrozzeria della propria auto, rimasta coinvolta nell’incidente stradale ascritto a responsabilità esclusiva di R.A. , e della somma da quantificare nel corso del giudizio per il danno biologico, temporaneo e permanente, subito nel medesimo sinistro;

(Omissis) assicurazioni, costituitasi in giudizio in sostituzione della (omissis) Assicurazioni div. (omissis), eccepiva, in via preliminare, l’improponibilità della domanda per violazione degli artt. 145 e 148 cod. ass. e contestava, nel merito, l’an ed il quantum della pretesa attorea;

il Giudice di pace di Benevento, con sentenza n. 133/2018 riteneva fondata l’eccezione di improcedibilità della richiesta, ai sensi ed agli effetti dell’art. 147 cod. ass., che subordina l’esercizio dell’azione alla preventiva richiesta, conforme alle prescrizioni di cui all’art. 148 cod.ass., del danno all’assicuratore ed al decorso del termine di sessanta giorni, novanta nel caso di lesioni personali, dallo stesso, avendo accertato che la richiesta di risarcimento, inviata con lettera raccomandata alla (omissis) Assicurazioni – div. (omissis), non rispettava le prescrizioni di cu all’art. 148 cod. ass.: difettava, infatti, delle indicazioni relative all’attività ed al reddito della danneggiata, dell’attestazione medica di avvenuta guarigione, della dichiarazione di cui al D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 142, comma 2; aggiungeva che la documentazione medica versata in atti non proveniva da una struttura pubblica e indicava una data quella del 21 giugno 2013 – diversa da quella – 18 giugno 2013 in cui era avvenuto il sinistro; ciò impediva, secondo il Giudice di pace, l’accoglimento della richiesta di risarcimento del danno alla persona, mancando la prova che il pregiudizio lamentato fosse causalmente riconducibile all’incidente stradale oggetto di causa; rigettava anche la richiesta dei danni all’auto, perché non era stata efficacemente provata la dinamica del sinistro nè la ricorrenza dei danni alla carrozzeria denunciati;

D.M.R. investiva del gravame il Tribunale di Benevento, denunciando l’erroneità della pronuncia di prime cure per non aver rilevato che la lettera raccomandata inviata alla (omissis) Assicurazioni aveva raggiunto il suo scopo, perché l’assicuratrice era stata messa nelle condizioni di accertare la responsabilità, di stimare il danno e di formulare l’offerta, per non avere esaminato i motivi posti a fondamento del rigetto della richiesta risarcitoria dalla (omissis) Assicurazioni che, infatti non aveva mai chiesto alcun supplemento di prova documentale e che aveva comunicato, con le lettere dell’11 e del 15 luglio 2013, di non poter formulare alcuna offerta di risarcimento in quanto i danni riscontrati sui veicoli non risultavano compatibili con la dinamica del sinistro, per aver privato di rilievo la certificazione medica rilasciata dal medico curante, per aver tratto la conclusione che non era stata dimostrata la derivazione dei danni lamentati dal sinistro solo dalla discordanza della data del sinistro denunciata alla impresa di assicurazioni rispetto a quella indicata nella certificazione medica, la quale solo per errore materiale indicava l’incidente come avvenuto in data 21 giugno 2013, per non avere ritenuto provati il danno alla carrozzeria dell’auto e le spese sopportate per la sua rimozione;

il Tribunale di Benevento, con la sentenza oggetto dell’odierno ricorso, ha rigettato l’appello, ritenendo il percorso logico-giuridico seguito dal Giudice di pace immune da censure;

il relatore designato, avendo ritenuto sussistenti le condizioni per la trattazione ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., ha redatto proposta che è stata ritualmente notificata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

Considerato in diritto che:

1) con il primo motivo la ricorrente deduce “nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione del codice delle assicurazioni private, artt. 145 e 148, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3;

oggetto di censura è la statuizione con cui il Tribunale ha confermato l’improcedibilità della domanda, ritenendo generica la lettera di messa in mora quanto alla ricostruzione della dinamica del sinistro e alla domanda risarcitoria, anche dopo che l’assicurazione aveva preso specifica e motivata posizione sull’incompatibilità tra i danni riportati dalle due vetture coinvolte nel sinistro stradale e l’accadimento siccome descritto;

parte ricorrente insiste circa la completezza e la rispondenza ai requisiti di legge della lettera stragiudiziale contente la richiesta risarcitoria all’impresa di assicurazioni – recante le generalità della danneggiata, il suo codice fiscale, la descrizione delle circostanze di tempo e di luogo del sinistro stradale, le copie dei preventivi dei danni subiti dall’auto, la copia della fattura di Euro 100,00 per il suo recupero, la certificazione medica attestante le lesioni subite, la certificazione di avvenuta guarigione, la disponibilità a far visionare l’auto e ad essere sottoposta a visita medica – e circa il rispetto del termine di cui all’art. 145 cod. ss.;

ribadisce che (omissis) Assicurazioni, con le lettere del luglio 2013, aveva comunicato di non poter formulare un’offerta per l’incompatibilità tra i danni riscontrati e quelli denunciati, dimostrando di aver concluso l’istruttoria della pratica, senza ritenere necessario un supplemento documentale quanto alla ricorrenza ed alla consistenza dei danni; ne trae la conclusione che la lettera di messa in mora aveva raggiunto il suo scopo, perché la impossibilità di formulare un’offerta risarcitoria non era stata messa in relazione con i dati asseritamente omessi;

il motivo pecca innanzitutto di difetto di autosufficienza, giacché esso risulta interamente incentrato sul contenuto della lettera di messa in mora che avrebbe dovuto dimostrare per tabulas il rispetto degli artt. 145 e 148 del cod. ass., senza renderla disponibile a questa Corte; il che rende impossibile l’assolvimento del compito istituzionale demandatole e destina il motivo di ricorso all’inammissibilità, per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), il quale prescrive un requisito di ammissibilità di contenuto-forma, individuato in modo chiaro, in armonia con il principio della idoneità dell’atto processuale al raggiungimento dello scopo, coerente con la natura di impugnazione a critica limitata propria del ricorso per cassazione e con la strutturazione del giudizio di legittimità quale processo sostanzialmente privo di momenti di istruzione;

tale conclusione risulta, peraltro, in linea con la declinazione del principio di autosufficienza del ricorso emersa dalle indicazioni della recente sentenza CEDU 28 ottobre 2021, Succi e altri c/ Italia; tale pronuncia, anche richiamando (al p.to 23 in motivazione) il protocollo concluso il 17 dicembre 2015 tra la Corte di Cassazione e il Consiglio Nazionale Forense (il quale, nel dichiarato obiettivo di “arrivare ad una disciplina concreta del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione”, non ha bandito il principio di autosufficienza, ma ha chiarito che il suo rispetto “non comporta un onere di trascrizione integrale nel ricorso e nel controricorso di atti o documenti ai quali negli stessi venga fatto riferimento”, essendo sufficiente all’osservanza del principio di specificità imposto dal codice di rito, modulato nei criteri di sinteticità e chiarezza, la trascrizione essenziale di atti e documenti, per la parte d’interesse) e il Piano Nazionale di Recupero e di Resilienza (il “PNR”) adottato dal Governo nel 2021, mirante a rendere effettivo il principio della natura sintetica degli atti e quello della leale collaborazione tra il giudice e le parti (al p.to 24 in motivazione), ha affermato, in sintesi:

  1. a) il fine legittimo, in linea generale ed astratta, del principio di autosufficienza del ricorso, in quanto destinato a semplificare l’attività del giudice di legittimità e allo stesso tempo a garantire la certezza del diritto e la corretta amministrazione della giustizia, salvaguardando la funzione nomofilattica della Corte (ai p.ti 74 e 75 in motivazione);
  1. b) la necessità tuttavia, nell’applicazione concreta, della rispondenza di tale principio ad un criterio di proporzionalità della restrizione rispetto allo scopo, non potendosi giustificare una interpretazione troppo formale delle limitazioni imposte ai ricorsi, al punto da trasformarsi in uno strumento per limitare il diritto di accesso ad un organo giudiziario in modo o in misura tale da incidere sulla sostanza stessa di tale diritto (al p.to 81 in motivazione);

2) con il secondo motivo parte ricorrente addebita alla sentenza impugnata la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), e dell’art. 111 Cost., per motivazione meramente apparente e comunque al di sotto del c.d. minimo costituzionale, per avere rigettato nel merito la richiesta risarcitoria, senza far riferimento agli elementi probatori acquisiti, per non aver – nell’ipotesi in cui la deposizione testimoniale fosse risultata generica – posto alcuna domanda ai testi a chiarimento, per non averli riconvocati e per aver attribuito rilievo ad un fatto – il mancato intervento sul luogo teatro dell’incidente della forza pubblica – non imputabile alla danneggiata;

deve rilevarsi che la sentenza d’appello (a p. 2) ha dato atto che il Giudice di pace aveva lamentato la mancata produzione di qualsiasi rilievo fotografico del luogo del sinistro, della posizione delle due autovetture, dei danni riportati dall’auto ed ha osservato: “ai tempi degli smartphone, ma anche dei più tradizionali telefonini cellulari, desta inquietante perplessità il fatto che non sia stata fatta alcuna foto del sinistro, della posizione statica degli autoveicoli dopo il sinistro, degli stessi autoveicoli e dei danni subiti. Nemmeno i meccanici e i carrozzieri, che usano fare foto agli autoveicoli quando sono coinvolti in incidenti stradali, prima di ripararli, risulta che abbiano fornito all’attrice rilievi fotografici, o comunque, questa, pur avendoli, non li ha prodotti in giudizio”;

la statuizione confermativa della decisione del Giudice di pace è stata basata anche sul rilievo che l’atto di citazione non specificasse come l’autovettura investitrice avesse invaso la corsia di marcia della danneggiata e quali parti delle auto fossero venute a collidere e che detta genericità non fosse stata superata durante l’istruttoria, non bastando a tal fine le prove testimoniali non accompagnate “dalla descrizione della precisa dinamica del sinistro e quindi dall’indicazione di circostanze fattuali concrete idonee a porre il giudicante di valutare autonomamente se il fatto si è effettivamente verificato, in che modo si è verificato e di chi sia la colpa”, pertanto, “generiche e prive di valore ai fini ricostruttivi”;

il Giudice d’Appello ha concluso con la seguente affermazione: “stante l’attuale tecnologia a disposizione delle parti in ogni momento, il tempo delle cause risarcitorie per sinistri stradali fatte solo con testimonianze è finito. Ben più adeguata deve essere l’impegno delle parti attrici nell’adempiere all’onere della prova”;

ebbene, giusta o sbagliata che sia, la motivazione c’è e dunque non può fondatamente affermarsi che la sentenza impugnata difetti di una motivazione a supporto della decisione confermativa, e che quindi sia incorsa nel vizio di omessa motivazione imputatole dalla ricorrente; la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) disposta dal D.L. n. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass., Sez. Un. 07/04/2014, n. 8053);

è evidente, dunque, che benché l’epigrafe del motivo indichi la ricorrenza di un vizio di motivazione, ciò che la ricorrente sottende con la censura formulata è un diverso accertamento dei fatti di causa, attraverso la valorizzazione del contenuto delle deposizioni testimoniali che peraltro, come si evince dallo stesso ricorso – cfr. p. 7 – non contenevano alcuna indicazione utile alla esatta ricostruzione della dinamica dell’incidente, attribuendo rilievo al principio secondo cui il giudice di merito non può limitarsi a registrare passivamente quanto gli riferisce il testimone, potendolo incalzare con domande utili a chiarire i fatti, ai sensi dell’art. 253 c.p.c., o potendo richiamare per chiarimenti, ex art. 257 c.p.c.; quel che invece il giudice di merito non può fare, senza contraddirsi, è, da un lato, non rivolgere al testimone nessuna domanda a chiarimento e non riconvocarlo, e, dall’altro, ritenere lacunosa la testimonianza perché carente su circostanze non capitolate, e sulle quali nessuno ha chiesto al testimone di riferire;

ora, è evidente che il motivo contiene una critica alle modalità di escussione dei testi, lamentando il fatto che il giudice di merito non abbia approfondito e acquisito tutti gli elementi indispensabili ai fini del decidere, ma senza tener conto che la giurisprudenza di questa Corte ritiene che le lacunosità delle dichiarazioni dei testi non possano essere imputate al giudice, il quale ha solo la facoltà di chiedere chiarimenti e precisazioni ex art. 253 c.p.c., di natura esclusivamente integrativa, ma non può rendersi artefice come preteso dalla ricorrente – di un’inammissibile sanatoria della genericità e delle deficienze dell’articolazione probatoria, non potendo il giudice svolgere un ruolo di supplenza (Cass. 05/06/2018, n. 14364; Cass. 12/02/2008, n. 3280) e non potendo introdurre, mediante le sue domande, fatti nuovi ed estranei a quelli sui quali il convenuto ha potuto prendere posizione nella memoria di costituzione; si aggiunge, allo scopo di ulteriormente precisare quanto sopra, che il richiamo della decisione n. 18896/2015 non è pertinente, perché essa muove da una premessa, qui non ricorrente, che i testimoni escussi non avessero riferito nulla su circostanze rilevanti ai fini dell’accoglimento della domanda e che il giudice, contraddicendosi, avesse omesso di chiedere chiarimenti ai testimoni per poi rigettare la domanda ritenendo non provate le circostanze taciute dal teste;

il motivo è, quindi, infondato;

3) ne consegue il rigetto del ricorso;

4) le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo;

5) si dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per porre a carico della ricorrente il pagamento del doppio contributo unificato, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese in favore della parte controricorrente, liquidandole in Euro 2.600,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello da corrispondere per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.


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