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Fallimento di un’azienda: i diritti dei lavoratori

12 Ottobre 2022 | Autore:
Fallimento di un’azienda: i diritti dei lavoratori

Scatta automaticamente il licenziamento? Che fine fanno gli stipendi arretrati? Chi si occupa di garantirli? E che succede con il Tfr?

Quando un’azienda fallisce, il primo ad essere in crisi è l’imprenditore che vede morire la sua creatura. Ma non ne sono affatto felici anche i creditori e tanto meno i dipendenti che, oltre a vedere andare in fumo il posto di lavoro, si chiedono se riusciranno ad avere le loro spettanze, a partire dagli ultimi stipendi e dal Tfr. Di fronte al fallimento di un’azienda, i diritti dei lavoratori come vengono garantiti?

Va premesso che il concetto di fallimento non è applicabile a qualsiasi chiusura aziendale. Un imprenditore può formalmente fallire se si trova in stato di insolvenza, cioè nell’impossibilità di rispettare regolarmente le sue obbligazioni. Tale stato si manifesta anche con una sola istanza di fallimento, poiché non dipende dal numero di creditori. L’insolvenza, infatti, può essere rilevata da:

  • l’incapacità di produrre beni con margine di redditività da destinare alla copertura delle esigenze di impresa, tra le quali prima di tutte l’estinzione dei debiti;
  • l’impossibilità di ricorrere al credito a condizioni normali, senza rovinose decurtazioni del patrimonio.

Il creditore che richiede il fallimento deve allegare un principio di prova circa la sussistenza dello stato di insolvenza, diversamente il tribunale non può procedere all’istruttoria.

In questo contesto, quali sono i diritti dei lavoratori e come vengono garantiti? Dovranno rinunciare a una parte dei loro soldi? Vediamo.

Quando si può dichiarare fallimento?

Non tutte le aziende possono dichiarare fallimento: secondo la legge, ne sono soggetti solo gli imprenditori commerciali, vale a dire quelli che producono beni e servizi. Inoltre, è necessario che sussistano dei presupposti soggettivi e oggettivi.

I primi escludono dal fallimento i professionisti, gli autonomi e gli imprenditori agricoli. Rientrano, però, nei presupposti soggettivi di fallimento i piccoli imprenditori che hanno avuto in tre anni di esercizio:

  • un attivo inferiore a 300mila euro ogni anno;
  • ricavi al di sotto dei 200mila euro ogni anno;
  • debiti totali inferiori a 500mila euro alla data di presentazione della domanda.

Ci devono essere anche i presupposti oggettivi, ossia:

  • lo stato di insolvenza, che impedisce all’imprenditore di soddisfare regolarmente tutti i crediti attraverso la produzione ed il relativo utile;
  • debiti scaduti e non pagati per un importo superiore a 30mila euro.

Di fronte a tutti questi presupposti, il tribunale accetta l’istanza di fallimento depositata dall’imprenditore o dai creditori, dopodiché viene nominato un curatore fallimentare affinché gestisca la situazione.

I lavoratori vengono licenziati in caso di fallimento?

I lavoratori rientrano tra i creditori dell’imprenditore fallito, cioè tra quelli che, alla data di dichiarazione del fallimento, vantano una ragione di credito nei suoi confronti.

Per effetto della sentenza del giudice, l’intero patrimonio del fallito è acquisito alla procedura e il curatore è l’unico legittimato a disporne. Il singolo creditore non può promuovere alcuna azione esecutiva individuale.

Per quanto riguarda i dipendenti, il primo elemento da tenere in considerazione è che non possono essere licenziati «in automatico» dall’imprenditore che sta per fallire o che ha già avuto la dichiarazione del tribunale in merito. La scelta finale spetta al curatore fallimentare. Ciò non toglie che la loro posizione contrattuale è a rischio, perché il curatore potrebbe essere costretto a sospendere del tutto o in parte la produzione, pertanto i posti di lavoro non sono garantiti. O, almeno, non tutti: il curatore può decidere di mantenere attivo solo qualche reparto e di salvare, dunque, alcuni dipendenti.

I rapporti dei dipendenti vengono sospesi momentaneamente in seguito alla sentenza fallimentare. Significa che, fin quando il curatore non deciderà la loro sorte in base a quella dell’azienda, non dovranno presentarsi al lavoro.

Durante la sospensione, i dipendenti non maturano alcuna retribuzione: riprenderà soltanto se verranno richiamati in azienda e non licenziati. In quest’ultimo caso, cioè se c’è il recesso dal contratto, viene seguita la normale procedura di licenziamento, con diritto alla Naspi.

Che succede con il Tfr in caso di fallimento?

Un conto è dover tirar fuori le ultime retribuzioni dei dipendenti quando si arriva al fallimento e un altro ben diverso è dover liquidare a tutti il trattamento di fine rapporto, soprattutto se l’organico è di vecchia data e la cifra maturata da ciascuno è notevole. Se l’imprenditore fallisce, viene legittimamente il dubbio che non abbia i soldi per pagare i Tfr.

Se così fosse, cioè se nelle casse dell’azienda non ci fossero le risorse necessarie per corrispondere il Tfr ai dipendenti licenziati in seguito ad un fallimento, interverrebbe il Fondo di garanzia dell’Inps. Il lavoratore, assistito da un avvocato, dovrebbe:

  • inviare un’istanza di ammissione allo stato passivo al curatore;
  • aspettare la dichiarazione di stato passivo da parte del giudice;
  • presentare all’Inps una copia autentica dello stato passivo.

Una volta conclusa la procedura, in modo telematico, l’Istituto provvede a pagare quanto richiesto dal dipendente e verificato dal giudice.



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