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Licenziamento prima della fine del comporto: quando è lecito

13 Ottobre 2022 | Autore:
Licenziamento prima della fine del comporto: quando è lecito

I casi in cui un dipendente in malattia può essere allontanato anche se non ha raggiunto il numero massimo di giorni di assenza.

Ogni lavoratore dipendente ha diritto a un periodo di comporto, cioè ad un certo numero di giorni (di norma 180, anche continuativi, nell’anno solare) entro i quali può essere assente per malattia conservando il posto di lavoro. Tuttavia, il datore può procedere al licenziamento prima della fine del comporto: quando è lecito porre fine in tronco al rapporto pur non avendo superato il limite previsto dalla legge o dalla contrattazione collettiva?

Lo ha ricordato una recente ordinanza della Cassazione, facendo capo alla legge secondo cui, dopo un determinato numero di giorni, il dipendente deve rientrare in ufficio per sottoporsi a una visita medica. Se così non facesse – ha ribadito la Suprema Corte – il licenziamento sarebbe legittimo. Vediamo.

Quanto dura il periodo di comporto?

Il comporto è il periodo fissato dalla legge o dalla contrattazione collettiva che comprende il numero massimo dei giorni di assenza per malattia a disposizione di un lavoratore durante:

  • l’anno di calendario, cioè dal 1° gennaio al 31 dicembre;
  • l’anno solare, cioè i 365 giorni che partono da una qualsiasi data.

Il comporto può essere:

  • secco: tutti i giorni di malattia vengono fruiti consecutivamente;
  • per sommatoria: i giorni di malattia previsti vengono fruiti in diversi momenti dell’anno.

Per gli operai, la durata del comporto non è uguale in tutti i comparti produttivi: ogni contratto nazionale di categoria fissa le sue regole.

Per gli impiegati, c’è una normativa unica che prevede:

  • un massimo di tre mesi nell’anno, se l’anzianità di servizio non supera i dieci mesi;
  • un massimo di sei mesi se l’anzianità supera i dieci mesi.

Anche in questo caso, comunque, è necessario fare riferimento al contratto nazionale di categoria.

Il periodo di comporto si calcola dal primo giorno di malattia.

Quando è legittimo il licenziamento durante il comporto?

Come si diceva all’inizio, il comporto è una sorta di «scudo» per il lavoratore che deve restare a casa in malattia per un lungo periodo. In pratica, per tutto quel tempo ha il diritto di conservare il posto di lavoro, ovviamente se l’assenza è corredata da regolare certificato medico.

Tuttavia, ci sono dei casi in cui è legittimo il licenziamento del dipendente che non ha ancora raggiunto il limite del comporto. Una di queste ragioni può essere il fatto di scoprire che, in realtà, si tratta di una falsa malattia, cioè che il dipendente dica di avere un malessere o una patologia in corso e poi venga trovato in palestra, in vacanza o a fare shopping.

Altra circostanza che può giustificare il licenziamento durante il comporto è il mancato rispetto delle fasce orarie o del luogo di reperibilità per la visita fiscale che, ricordiamo, sono:

  • per i dipendenti del settore privato: dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19;
  • per i dipendenti del settore pubblico: dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18.

C’è una terza circostanza in cui il lavoratore che non ha raggiunto il termine del comporto può essere licenziato per giusta causa. Accade quando il dipendente non si presenta in azienda dopo 60 giorni di mancato servizio per sottoporsi alla visita medica a spese del datore. In tal caso, scatta il recesso per assenza ingiustificata. Lo ha ribadito la Cassazione [1].

La Suprema Corte si è occupata del caso di una dipendente che era rimasta a lungo fuori dall’azienda. Trascorsi i 60 giorni di assenza, doveva sottoporsi alla visita medica obbligatoria che si svolge per iniziativa del datore allo scopo di accertare se era ancora in possesso dell’idoneità per ricoprire le stesse mansioni oppure se l’azienda deve trovare un’altra collocazione più consona. Tuttavia, di lei nessuna traccia per ben due settimane. Ecco perché è scattato il licenziamento che la Cassazione ha ritenuto legittimo.

Il dipendente deve rientrare indipendentemente dal fatto che la visita sia organizzata dal datore: non conta, spiega la Suprema Corte, che il lavoratore non venga convocato o che siano stati mandati i certificati medici che giustificano le assenze.

Secondo la legge in materia di sorveglianza sanitaria [2], dopo il mancato servizio per oltre due mesi la visita medica diventa una misura necessaria a tutelare l’incolumità e la salute del lavoratore e, quindi, va fatta prima che questi sia riassegnato alle precedenti mansioni. Se anche la visita non fosse stata fissata dal datore, il dipendente è, comunque, obbligato a recarsi in azienda perché potrebbe svolgere delle mansioni provvisorie in attesa dell’esame medico.


note

[1] Cass. ord. del 12.10.2022.

[2] Art. 41 D.lgs. n. 81/2008.


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