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Quanto costa parlare male del coniuge?

14 Ottobre 2022 | Autore:
Quanto costa parlare male del coniuge?

Cosa rischia chi si lascia andare in commenti poco edificanti sul conto del marito o della moglie, anche dopo il divorzio?

Chiunque è libero di avere un’opinione negativa del proprio coniuge. Altra cosa, però, è parlarne non con il primo che capita ma con i propri figli. Soprattutto se il soggetto in questione si fa prendere dalla foga e spara a zero contro la persona che, volente o nolente, è il padre o la madre delle creature. Non è proprio un comportamento edificante, come ha appena sentenziato il tribunale di Torino. Cosa si rischia? E quanto costa parlare male del coniuge ai figli?

Da che mondo è mondo, c’è il marito che si lamenta della moglie perché gli sta troppo addosso (tanto per usare un eufemismo) e la moglie che ha da dire del marito perché non capisce le sue esigenze. Che nella vita matrimoniale ci siano dei contrasti, non solo è un fatto comune ma anche inevitabile. Che due persone che convivono abbiano due caratteri diversi «che prendon fuoco facilmente», come cantava Celentano, è altrettanto inevitabile e forse pure necessario. Detto questo, però, sfogare rabbia e frustrazione covate nei confronti dell’altro sui propri figli, secondo i giudici piemontesi, merita una condanna. Ma, a dire il vero, già in passato la giurisprudenza aveva stabilito che uno sproloquio sbagliato davanti alla persona sbagliata poteva avere dei costi molto alti.

Parlare male del coniuge: l’addebito della separazione

Si deve essere davvero arrabbiati con il coniuge per arrivare a certi estremi. Per esempio, chiudergli l’acqua mentre sta facendo la doccia, contare i soldi che ha in tasca, spegnere il riscaldamento in pieno inverno nelle ore più fredde, tanto per fare qualche esempio. Che poi non sono dei fatti presi a caso: sono quelli di cui il tribunale di Torino [1] ha tenuto conto per condannare un uomo per il quale l’ex moglie chiedeva l’addebito della separazione.

Una richiesta che non si basava soltanto sui dispetti ma anche su un fatto più grave a cui i giudici piemontesi hanno dato un notevole peso. L’uomo, infatti, non si limitava a tenere sotto controllo la moglie e a renderle la vita impossibile ma si lasciava andare in commenti poco edificanti su di lei davanti alla figlia minorenne. Parole, ovviamente, che esprimevano di tutto tranne «le voglio bene». Frasi che miravano a svilire la mamma della ragazzina come donna e come moglie.

Ciò che non sapeva il marito è che quelle parole sono finite nella memoria di un dispositivo elettronico. Sono state, infatti, registrate, salvate su una chiavetta Usb e messe a disposizione del tribunale nella causa per l’addebito della separazione. Il giudice ha accettato la registrazione e l’ha ritenuta piena prova, anzi: è stato proprio l’ascolto dei file audio a inchiodare l’uomo e a farlo condannare all’addebito della separazione.

A nulla serve dimostrare che le registrazioni hanno qualche «taglia e cuci»: quando le parole ascoltate sono inequivocabili, sostengono i giudici, c’è poco da contestare.

Pertanto, i princìpi che lascia la sentenza torinese sono almeno due: parlare male della moglie davanti ai figli comporta l’addebito della separazione e la registrazione di quegli sfoghi viene ammessa come prova in tribunale.

Parlare male del coniuge: il risarcimento del danno

Non solo chi parla male del coniuge davanti ai figli rischia l’addebito della separazione ma può essere anche costretto a pagare un salato risarcimento alla vittima dei suoi commenti poco carini. Così ha deciso qualche tempo fa il tribunale di Roma nei confronti questa volta di una donna condannata per avere detto al suo bambino che il padre, dal quale aveva divorziato, è quanto di peggio ci possa essere al mondo [2].

Non è accettabile, secondo i giudici romani, esprimere pareri critici e polemici nei confronti dell’ex davanti ai figli, anzi: bisogna mantenere nella testa dei bambini un corretto equilibrio per quanto riguarda il rapporto con entrambi i genitori, evitando di escludere il rapporto tra il figlio ed il genitore che non abita più con lui.

Quanto costa parlare male del coniuge anche se divorziato? Per il tribunale di Roma, 30mila euro. E dire che in alcune trasmissioni televisive succede il contrario: sono i vip a prendere i soldi per parlare male dell’ex. Così gira il mondo.

Si rischia di perdere l’affidamento per parlare male dell’ex?

Nella sentenza del tribunale di Torino che abbiamo citato all’inizio, i giudici hanno comunque deciso, nonostante l’addebito della separazione, di mantenere l’affidamento congiunto della figlia dato che tra l’uomo e la ragazzina c’era un buon rapporto.

Diverso il parere espresso dalla Cassazione [3], secondo cui chi parla male del coniuge o ex coniuge che sia ai figli rischia di perdere l’affidamento. La Suprema Corte si era occupata del caso di un uomo che aveva ottenuto dopo il divorzio non solo l‘affidamento ma anche la casa e un assegno dell’ex. Tutto ciò è sparito dalle sue mani quando l’Asl ha accertato nei figli una sindrome da alienazione parentale con danno irreparabile per la privazione del rapporto con la madre. In pratica, il padre faceva di tutto pur di tenere lontani i bambini dall’ex moglie, compresi commenti piuttosto cattivi nei confronti della donna.

Il figlio ha diritto al risarcimento?

In tutto questo, qual è il danno che viene riconosciuto al figlio che sente parlare male del padre o della madre dal proprio genitore? Su questo si è pronunciata anni fa ancora la Cassazione, con una sentenza [4] che aveva condannato una donna ad un risarcimento consistente.

Giusto per calcolare quanto costa parlare male del coniuge, basti pensare che in quell’occasione la Cassazione condannò l’ex moglie a pagare all’ex marito 15mila euro di risarcimento e 20mila euro alla figlia, costretta ad ascoltare di tutto sul conto del padre. Il danno psicologico per la ragazzina, secondo gli Ermellini, è indiscutibile.


note

[1] Trib. Torino sent. n. 3909/2022 del 10.10.2022.

[2] Trib. Roma, sent. n. 18799/2016.

[3] Cass. sez. civ. I, sent. n. 5847/2013.

[4] Cass. sent. n. 7452/2012.


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