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Editoriali Separazione e negoziazione assistita: nessuna tutela per i meno abbienti

Editoriali Pubblicato il 4 dicembre 2014

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> Editoriali Pubblicato il 4 dicembre 2014

Chi vuole separarsi non è ammesso al gratuito patrocinio se sceglie la negoziazione assistita in alternativa al procedimento giudiziario.

 

Diciamo la verità: il gratuito patrocinio non si può proprio definire un affare per gli avvocati. Compensi liquidati nei parametri minimi, spesso decurtati e corrisposti al professionista solo dopo anni dalla chiusura di un procedimento giudiziario. Ciononostante sono tanti i professionisti disposti ad assumere tali pratiche di “semi-volontariato” con professionalità e correttezza.

Ma in alcune situazioni non vi è altra possibilità che dire di “no“.

Non parliamo dei casi in cui le condizioni economiche del cliente non consentono di rientrare nel beneficio offerto dalla legge (per un approfondimento leggi: Aumentato a 11.369 euro il limite per il patrocinio a spese dello Stato), ma dei casi in cui, pur rientrando nei limiti di reddito, il tipo di domanda non permette di avvalersi del sostegno statale.

È quanto avviene, ad esempio, a coloro i quali vogliano ottenere la separazione, il divorzio o la modifica delle condizioni di separazione/divorzio ricorrendo al nuovo istituto della negoziazione assistita dagli avvocati (per un approfondimento leggi: Separazione e divorzio: come scegliere la procedura in caso di accordo?). Questi ultimi non potranno giovarsi del gratuito patrocinio. Al contrario, saranno tenuti a pagare personalmente il compenso del proprio difensore.

La legge infatti – con una norma rimasta un po’ in sordina – esclude il beneficio del patrocinio a spese dello Stato in tutti i casi nei quali la negoziazione assistita non rappresenti un passaggio obbligato per poter andare in causa [1]. Il che avviene proprio nei casi di separazioni e divorzi.

Niente di grave, potrebbe forse obiettare qualcuno: dopotutto esiste sempre la strada del procedimento davanti al giudice, che consente, in ogni caso, la possibilità di una soluzione consensuale.

Ci sentiamo, però, di muovere delle obiezioni a riguardo.

La prima è che lo scopo della legge è stato proprio quello di snellire il carico giudiziario in un’ottica di velocizzazione della giustizia. E non si può negare che proprio le domande riguardanti la crisi della famiglia occupano uno spazio non indifferente nelle aule di giustizia (si stima che siano oltre 130.000 le domande di separazioni e divorzi [2]).

La seconda è che spesso è proprio la crisi coniugale a portare il disagio economico per il quale viene richiesto di accedere al gratuito patrocinio: con la separazione, infatti, le spese raddoppiano, nonostante spesso il reddito rimanga il medesimo [3]. In altre parole, sono molte le famiglie che si impoveriscono proprio a causa della separazione.

Viene logico pensare, quindi, che l’esclusione del gratuito patrocinio in tutti i procedimenti di negoziazione assistita facoltativa non potrà che incrementare l’attuale accesso (e conseguente ingolfamento) alle aule di giustizia da parte dei meno abbienti.

Inoltre, l’impossibilità di ricorrere al gratuito patrocinio, scegliendo la procedura di negoziazione assistita, rappresenta un sicuro limite per coloro che vogliano separarsi facendo ricorso al diritto collaborativo.

Senza addentrarci nel metodo della procedura collaborativa, (per la quale rinviamo alla lettura di questo articolo: Diritto collaborativo: una terza strada per separazione e divorzio), possiamo affermare che si tratta di un metodo che – per le sue caratteristiche di interdisciplinarietà [4] – è in grado di condurre le parti ad un accordo globale (in quanto comprendente sia le questioni personali che patrimoniali), soddisfacente (in quanto rispondente ai bisogni di tutti i soggetti coinvolti) e duraturo (perché avente minori probabilità di successivi ripensamenti) molto più di quanto possa esserlo un procedimento consensuale ordinario.

Se, infatti, l’introduzione della negoziazione assistita imporrà agli avvocati (abituati ad agire in base a una logica di contrapposizione) la necessità di sviluppare la capacità di negoziare con lealtà e in via amichevole (queste le parole della legge) [5], essa, invece, è apparsa da subito una grande conquista dei professionisti collaborativi: ciò in quanto quest’ultimi sono convinti da sempre che la soluzione giudiziaria di un conflitto familiare possa portare più danni (economici e psicologici) alla famiglia del conflitto stesso [6], in quanto solo le parti possono sapere cosa è meglio per se stesse.

La nuova riforma avrebbe dovuto offrire alle famiglie in crisi soluzioni alternative gratuite ed efficaci al percorso giudiziario, soprattutto in presenza di figli.

Le famiglie, dopo la separazione, trasformano i propri assetti, ma continuano a esistere; un conflitto gestito in modo rispettoso non può che portare beneficio a tutti ed attenuare i “costi sociali” derivanti dalla crisi della coppia.

Ci sembra doveroso citare, a riguardo, i dati emersi dall’ultimo rapporto della Caritas italiana [2] in merito alle conseguenze derivanti da una separazione:

– aumento del ricorso ai servizi socio-assistenziali dovuta alla ricorrente incapacità di provvedere ai bisogni di prima necessità;

– crescita dei disturbi psico-somatici;

– incidenza negativa sui rapporti genitori- figli (specie quelli tra padri e figli).

Si auspica, pertanto, un intervento normativo che assicuri il patrocinio a spese dello Stato anche a tutti quelli che preferiscono affrontare i propri conflitti sulla base di logiche di non contrapposizione lontane da quelle giudiziarie, quali appunto quelle della negoziazione assistita.

note

[1] L’art. 3, c. 6 del d. l. 132/14 prevede che “Quando il procedimento di negoziazione assistita è condizione di procedibilità della domanda, all’avvocato non è dovuto compenso dalla parte che si trova nelle condizioni per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, ai sensi dell’articolo 76 (L) del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 e successive modificazioni. A tale fine la parte è tenuta a depositare all’avvocato apposita dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, la cui sottoscrizione può essere autenticata dal medesimo avvocato, nonché a produrre, se l’avvocato lo richiede, la documentazione necessaria a comprovare la veridicità di quanto dichiarato”.

Tale disposizione non si applica con riferimento alla negoziazione facoltativa.

Va detto, peraltro, che la formulazione della norma suscita dubbi di incostituzionalità nel momento in cui lascia intendere che in caso di negoziazione assistita obbligatoria il professionista non debba ricevere alcun compenso non solo  dal cliente che autocertifichi la propria condizione reddituale ma neanche dallo Stato.

[2] Secondo i dati Istat, separazioni e divorzi sono in continuo aumento: nel 2011 le separazioni sono state 88.797 e i divorzi 53.806. Rispetto al 1995 le separazioni sono aumentate di oltre il 68% e i divorzi sono praticamente raddoppiati.

[3] L’ultimo rapporto nazionale della Caritas, sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia, dal titolo “‘False Partenze” ha evidenziato il delinearsi di una nuova classe di povertà: quella dei coniugi separati.

[4] Nel procedimento collaborativo è prevista non solo la necessaria assistenza degli avvocati ma anche, ove ritenuta necessaria, quella di altri consulenti quali commercialisti, mediatori familiari e psicologi.

[5] L’art. 2 del D.l 132/14 così recita: La convenzione di negoziazione assistita da un avvocato è un accordo mediante il quale le parti convengono di cooperare in buona fede e con lealtà per risolvere in via amichevole la controversia tramite l’assistenza di avvocati.

[6] Sono queste le conclusioni di Stuart Webb, il familiarista americano, pioniere negli anni ’80 della pratica collaborativa negli Stati Uniti e oggi ampiamente diffusa in Italia e in molti altri paesi.


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