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Lavoro: cosa si intende per bella presenza?

14 Ottobre 2022 | Autore:
Lavoro: cosa si intende per bella presenza?

È lecito nella ricerca di personale la dicitura «Richiesta ottima presenza»? Significa essere per forza belli?

Non capita di rado di leggere, tra le offerte di lavoro, la dicitura «Richiesta bella presenza», quasi come se l’estetica fosse un elemento essenziale per determinare la scelta del futuro dipendente. E sarà venuto il voltastomaco a pensare che un parametro così soggettivo, sottratto a qualsiasi sindacato, possa indirizzare le scelte aziendali. Senza contare la discriminazione che ne deriverebbe tra “belli” e “brutti”, in acceso contrasto con l’articolo 3 della nostra Costituzione secondo cui siamo tutti uguali, senza distinzione di sesso, razza, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. Gli stessi costituzionalisti non avevano neanche sentito l’esigenza di specificare il parametro estetico tra i divieti di discriminazione, tanto scontato è il principio secondo cui non sono ammissibili diversità di trattamento sulla base dell’aspetto esteriore. 

Com’è possibile allora che i datori di lavoro, così impunemente, richiedano tale skill? 

Nelle ricerche di lavoro, cosa si intende per bella presenza? È lecito richiedere questo requisito?

La risposta è semplice: quando si richiede la bella (o addirittura “ottima”) presenza non ci si riferisce alla bellezza. Ed allora è bene scoprire cosa si intende per bella presenza in una ricerca di personale, con riferimento al curriculum del candidato. 

In un curriculum cosa significa “bella presenza”?

Non sono solo i datori di lavoro a esigere “bella presenza”. Gli stessi candidati anticipano tale richiesta riportando tale skill all’interno del proprio curriculum. Non è certo un’ostentazione o un gesto di vanità. Bisogna dire infatti che, al di là dell’infelice dizione ormai comunemente usata, il concetto di «bella presenza» attiene alla decenza e al decoro: lo stesso decoro, del resto, che anche il Codice civile esige quando si tratta di vietare quei lavori, all’interno di un condominio, che possano deturpare la coerenza e l’armonia della facciata di un edificio. 

Insomma, se è vero che la bellezza è soggettiva e non è un parametro verificabile, quello di pulizia e di compostezza lo sono.

Cosa si intende per bella presenza in una offerta di lavoro?

Possiamo dunque dire che il concetto di bella presenza coincide con quello di “decoro” e di “pulizia”. Dunque, rifacendoci ai sinonimi offerti dal vocabolario della lingua italiana, per bella presenza si possono considerare la compostezza, il contegno, la decenza, la dignità, l’educazione, la finezza, il garbo.

I contrari sono: impudicizia, maleducazione, trasandatezza, trascuratezza, caratteristiche queste che ben potrebbero portare all’esclusione del candidato senza che ciò possa apparire una discriminazione. 

La ragione è semplice: il dipendente rappresenta l’azienda, ne è spesso l’immagine, specie quando ha contatti con il pubblico. 

Dunque, è legale chiedere in una ricerca di personale la bella presenza. Nessuno potrebbe sostenere che il “concorso” è truccato, semmai si possa parlare di concorso nel settore privato. 

Nessuno andrebbe da un dietologo obeso. Nessuno si farebbe allenare da un istruttore di palestra che non abbia tono muscolare. Nessuno accetterebbe consigli da una commessa di un negozio di abbigliamento che vesta male e che sia disordinata. Nessuno avrebbe piacere a farsi massaggiare dalla dipendente di un centro estetico che appaia sporca o che non abbia un buon odore. 

Chiedere decenza e decoro non significa esigere che i capelli siano in piega ogni giorno, ma che siano lavati e pettinati, così come si addice ad ogni persona che tiene alla cura del proprio corpo. L’ordine esteriore è anche ordine interiore, così come il rifarsi il letto è sinonimo di attenzione per la casa. 

Dunque, il parametro estetico a cui fa riferimento la dicitura «bella presenza» non è quello della bellezza ma quello dell’armonia e della dignità: qualità che anche una persona brutta, disabile o priva di disponibilità economiche potrebbe avere. 

Secondo la Treccani, per «bella presenza» si intende l’aspetto gradevole e tale da fare buona impressione. Del resto, se anche è sbagliato pensare che non è l’abito a fare il monaco, è tuttavia vero che le persone giudicano spesso con l’istinto e questo è guidato principalmente dai sensi, dagli occhi e dall’olfatto in particolare. «L’occhio vuole la sua parte» dice un detto e non è affatto illecito che un’azienda cerchi di curare questo aspetto con il proprio pubblico.

Dall’altro lato, il dipendente è anche tenuto al dovere di fedeltà nei confronti del datore di lavoro e quindi non deve lederne l’immagine e la reputazione. Egli quindi non può rappresentare un’immagine dell’azienda non conforme alla realtà. 

Cosa esclude la bella presenza?

Sarebbe opportuno, a questo punto, comprendere cosa possa far bocciare un candidato che non sia dotato di bella presenza. 

Senza peli sulla lingua, per quanto la cosa possa apparire poco al passo coi tempi, una persona che abbia tatuaggi in volto, che dimostrino una personalità abnorme (si pensi a simboli antisemiti o richiamanti la violenza) sarà certamente considerata “non di bella presenza” in quanto in grado di non mettere a proprio agio la clientela e chiunque vi si rapporti. Il volto è lo specchio dell’animo, diceva Cicerone, anche lui non riferendosi affatto ai parametri della bellezza estetica. 

Ed ancora, potrebbe non essere di bella presenza una persona che porti, per aderenza a una stravagante moda, i pantaloni calati in modo da far vedere l’elastico della biancheria intima. Lo stesso dicasi per chi abbia un taglio o un colore di capelli eccentrici: si pensi a una cresta con la rasatura ai lati o una tinta blu.

Non è di bella presenza una persona che non si lavi, non si pettini, non curi la pulizia delle mani e delle unghie. 

Non è di bella presenza una persona che indossi abiti sporchi e sudici.

La bella presenza è anche un concetto che attiene al modo di rapportarsi con il prossimo. Essa quindi sconfina con l’educazione, la moderazione, la compostezza.

Alla luce di ciò, chiunque può essere di bella presenza, anche se la natura non lo ha avvantaggiato. 

I canoni fisici

A volte, alcuni aspetti estetici sono essenziali per lo svolgimento delle mansioni richieste. Così, ad esempio, ad una guardia giurata si può richiedere di essere scattante e agile, di corporatura robusta. 

Nel settore privato, il datore di lavoro può imporre alcuni elementi come la statura (si pensi a una indossatrice). 

Nel settore pubblico, invece, la richiesta di specifici requisiti fisici è legittima solo se funzionale alle mansioni (si pensi ai vigili del fuoco). Ad esempio, la Cassazione ha detto che il limite di statura di 160 cm prescritto dai bandi per la qualifica di capo servizio treno costituisce una discriminazione poiché non giustificato.

L’azienda può imporre il vestiario?

Il regolamento aziendale può spingersi fino a imporre determinati abiti, le cosiddette “tute aziendali”, che non sono le tradizionali salopette degli operai ma anche le divise riportanti i segni distintivi del marchio commercializzato. Si pensi alle magliette dello stesso colore di una nota catena di elettrodomestici o alle polo riportanti il logo di una ditta che commercializza cellulari. 

Il datore di lavoro può quindi porre un codice di abbigliamento e sanzionare chi se ne discosti. 

In assenza di un vero e proprio regolamento interno, il datore potrebbe vietare modi di vestire eccentrici.  



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