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Offese su gruppi Whatsapp: quando è reato

19 Ottobre 2022 | Autore:
Offese su gruppi Whatsapp: quando è reato

Quando è ingiuria e quando è diffamazione: gli insulti possono costituire diffamazione solo se la vittima non è connessa nel momento in cui viene digitata e inviata la frase offensiva. 

Una persona ti ha offeso su un gruppo WhatsApp e ora ti stai chiedendo se puoi denunciarla, se puoi ricavarci qualcosa a titolo di risarcimento del danno o se conviene lasciare stare. Prima di procedere e di portare lo screenshot della chat alla polizia o ai carabinieri per presentare la querela, ti consiglio di leggere attentamente questo articolo. Difatti non tutti gli insulti fatti sulle chat costituiscono diffamazione e quindi illecito penale. A fare il punto della situazione sono state due recenti pronunce della Cassazione [1] che hanno spiegato quando è reato l’offesa sui gruppi Whatsapp. 

Ma prima di entrare nel vivo del discorso è necessario fare una premessa di base, ricordando la differenza tra ingiuria (che non costituisce reato) e diffamazione (che invece è ancora un reato).

Quando le offese sono un reato

Le offese sono reato solo quando la vittima non è presente al momento in cui le stesse vengono proferite. Parlare male di una persona alle sue spalle costituisce reato, in particolare è diffamazione. La diffamazione consiste nell’offesa fatta in assenza della vittima e in presenza di due o più persone. Quindi compie diffamazione chi pubblica un post diffamatorio su un social network; chi scrive un articolo di giornale offendendo l’onore e la reputazione di un soggetto; chi, tramite il passaparola, diffonde maldicenze su una determinata persona. 

Quando le offese non sono reato

Le offese cessano di essere reato quando il destinatario delle stesse è presente e può sentirle o leggerle. In tal caso si parla di ingiuria che non è un reato ma un semplice illecito civile, la quale consente tutt’al più di ottenere il risarcimento del danno. Quindi scrivere un’email o un sms a un soggetto insultandolo non è reato; offendere uno dei condomini durante la riunione di condominio non è reato se questi è presente; prendere in giro un compagno di classe, anche se davanti agli altri amici, non è reato.

La presenza di altri soggetti che ascoltino l’offesa, oltre al diretto interessato, non cambia la natura dell’illecito: esso continua ad essere ingiuria e quindi un illecito civile, non penale.

Quando le offese su WhatsApp non sono reato

L’offesa rivolta e inviata a una persona tramite un messaggio con WhatsApp non costituisce reato ma semplice ingiuria se la chat è solo tra le due persone in questione. E ciò perché la vittima, seppur non connessa nel momento dell’invio dell’insulto, era l’unica e diretta destinataria dell’insulto.

Vediamo invece che succede quando l’offesa viene trasmessa all’interno di un gruppo WhatsApp a cui partecipano più persone. Secondo la Cassazione [1], quando il destinatario del messaggio è connesso nel momento stesso in cui l’offesa viene digitata e inviata, e pertanto può leggerla ed eventualmente “rispondere a tono”, non c’è reato ma semplice ingiuria. Ciò vale anche quando, per problemi di connessione, il messaggio viene letto dopo qualche secondo dall’invio. 

Viceversa, il reato di diffamazione scatta quando:

  • la vittima non fa parte del gruppo di WhatsApp;
  • la vittima fa parte del gruppo di WhatsApp ma, nel momento in cui il messaggio viene spedito, è offline oppure non “connessa” sulla chat. 

Secondo infatti la Cassazione, i messaggi scritti e audio inviati in una chat, offensivi nei confronti di un membro del gruppo, integrano una diffamazione qualora il destinatario sia assente al momento della ricezione.

Se la persona offesa è invece virtualmente presente e legge il contenuto di quelle comunicazioni, non siamo in presenza di una condotta diffamatoria, bensì di un’ingiuria aggravata dalla presenza di più persone: e l’ingiuria, anche se aggravata, non è più reato ma semplice illecito civile. 

Offese su WhatsApp: sentenze della Cassazione

Come visto, la presenza o l’assenza della persona offesa rappresenta il principale criterio distintivo per capire se siamo rispettivamente di fronte ad una ingiuria o a una diffamazione. Infatti, se la vittima è presente mentre subisce l’offesa, è configurabile astrattamente un’ingiuria, mentre se questa è assente e l’autore delle offese, comunicando con più persone, ne offende la reputazione, saremo di fronte ad una diffamazione.

In particolare, la Cassazione [1] ha evidenziato che “…se l’offesa viene profferita durante una riunione “a distanza” (o “da remoto”), tra più persone contestualmente collegate, alla quale partecipa anche l’offeso, ricorrerà l’ipotesi della ingiuria commessa alla presenza di più persone (fatto depenalizzato). Di contro, laddove vengano in rilievo comunicazioni (scritte o vocali), indirizzate all’offeso e ad altre persone non contestualmente “presenti” (in accezione estesa alla presenza “virtuale” o “da remoto”), ricorreranno i presupposti della diffamazione, come la giurisprudenza di questa Corte ha più volte affermato quanto, per esempio, all’invio di e-mail”.

Considerati questi presupposti, la Suprema Corte ha osservato, innanzitutto, che “… la chat di un gruppo whatsapp consente l’invio contestuale di messaggi a più persone, che possono riceverli immediatamente o in tempi differiti a seconda dell’efficienza del collegamento ad internet del terminale su cui l’applicazione viene da loro utilizzata”.

In tutte queste situazioni, quindi, i destinatari delle comunicazioni possono leggerle in diversi momenti: in alcuni casi, in tempo reale, qualora stiano consultando, proprio in quel momento, quella specifica chat e siano, quindi, in grado di rispondere in tempi immediati. Oppure, come più spesso accade, i membri della chat di gruppo leggono i messaggi a distanza di tempo, circostanza che può verificarsi, come sottolineano gli stessi giudici, “…quando non sono on line ovvero, pur essendo collegati a whatsapp, si trovino impegnati in altra conversazione virtuale e non consultino immediatamente la conversazione nell’ambito della quale il messaggio è stato inviato”.

La Cassazione ha poi sottolineato come la percezione della vittima dell’offesa possa essere contestuale o differita, “…a seconda che ella stia consultando proprio quella specifica chat di whatsapp o meno”, concludendo che “…nel primo caso, vi sarà ingiuria aggravata dalla presenza di più persone quanti sono i membri della chat perché la persona offesa dovrà ritenersi virtualmente presente”, mentre “nel secondo caso, si avrà diffamazione, in quanto la vittima dovrà essere considerata assente”.

La verifica circa la presenza virtuale, o meno, della vittima deve essere infine effettuata dal giudice il quale “…dovrà comprendere se la persona offesa abbia percepito in tempo reale l’offesa proveniente dall’autore del fatto, accertamento che, quando non siano disponibili dati tecnici più precisi quanto ai collegamenti della persona offesa con il servizio di messaggistica, potrà passare attraverso la verifica di tempi e modi dell’invio dei messaggi e dell’atteggiamento della vittima quale emerge da precisi indicatori fattuali”.


note

[1] Cass. sent. n. 1635/2022. Cass. sent. n. 13252 del 4/3/2021.


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