Diritto e Fisco | Editoriale

L’appetito insaziabile di Stato e Comuni con l’imposta sulla prima casa


> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 dicembre 2014



La doppia tassa lascia il posto alla Local Tax, ma qual è il vero problema che affligge le tasche degli italiani?

 

Probabilmente questo 16 dicembre sarà l’ultima volta che pagheremo due tasse diverse per la stessa casa. Dal prossimo anno, infatti, Imu e Tasi saranno probabilmente unificate nella Local Tax.

Ma non è l’aspetto nominativo del tributo che preoccupa gli italiani. Il problema investe piuttosto il carico fiscale. E c’è da scommettere che, al di là della sigla della nuova imposta, difficilmente i Comuni rinunceranno a ricevere dalle case gli attuali 24 miliardi di euro piuttosto dei “miseri” 10 miliardi che, solo tre anni fa, ottenevano con la vecchia ICI. E ciò ancor di più ora che la spending review ha tagliato le risorse che, dallo Stato, passano agli enti locali.

Il concetto di “taglio alla spesa” è interpretato in modo del tutto originale dai nostri esecutivi che, piuttosto di provvedere a cancellare effettivamente le uscite dal bilancio di enti inutili e spreconi, preferiscono spalmare il risparmio di spesa sui cittadini. In che modo? Con l’autonomia fiscale. In pratica, il Governo centrale si limita a ridurre i contributi erogati a Comuni, Province e Regioni, mentre queste ultime restano libere di aumentare le aliquote (o di cancellare le detrazioni), in questo modo facendo rientrare dalla finestra quello che non è entrato dalla porta. Così, alla fine, chi paga le spese dei fittizi tagli dello Stato sono sempre i contribuenti.

A rendere il futuro ancor più grigio è l’incombente riforma del catasto, che promette di rivisitare il valore di gran parte degli immobili. E, quando non si potrà più alzare il valore delle aliquote, c’è da scommettere che verrà innalzata la base imponibile, portando i valori catastali sopra le attuali soglie. In alcuni casi si parla già di rendite 10 volte più alte delle attuali.

L’economia italiana si è sempre mossa grazie alla casa. Dalla speculazione edilizia, alle ristrutturazioni, alla vendita di nuovo e usato. Il mattone, in nessun posto del mondo come nel nostro Stato, è visto come strumento di investimento: retaggio forse di una concezione contadina dell’economia dove la ricchezza si basa non sul bene mobile (investimenti, titoli e obbligazioni), ma su quello fisico, difficile da “portare via” dalla sera alla mattina. Prudenza proverbiale dei nostri conterranei. Tuttavia lo Stato ha dimostrato che si può “portare via” anche un immobile e, con esso, anche la convenienza di un investimento tanto “storico” quanto radicato. Del resto, il patrimonio immobiliare dell’Italia è da spavento. Si calcola l’esistenza di ben 19 milioni di abitazioni principali (di cui solo poche, oggi, pagano l’Imu, ma quasi tutte la Tasi). Oltre a queste, ci sono circa 15 milioni di seconde case (moltissime delle quali pagano sia l’Imu che la Tasi). A ciò si aggiunge l’enorme numero di terreni agricoli, fabbricati, capannoni, negozi, uffici.

Con la sete di denaro del nostro Erario, come pensare che una torta così appetibile sarà lasciata al libero godimento dei cittadini?

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Autore immagine: 123r com

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