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Malattia a ridosso di week end o feste: c’è licenziamento?

19 Ottobre 2022 | Autore:
Malattia a ridosso di week end o feste: c’è licenziamento?

Bastano le «coincidenze» per un provvedimento espulsivo? No, secondo il Tribunale di Napoli. Che stabilisce anche il diritto del dipendente al risarcimento.

C’è una legge che vieta di ammalarsi di venerdì o di lunedì? Qualche norma impedisce di avere 38.5 di febbre alla vigilia di Ferragosto o di Natale? Da qualche parte c’è scritto che non è lecito prendersi una colica intestinale subito prima o subito dopo le ferie? La risposta a tutte queste domande, ovviamente, è «no». Ma è un’altra la domanda che trova ogni tanto una risposta affermativa: c’è chi approfitta del fatto che nessuna legge vieta di ammalarsi in determinati giorni per fare finta di stare malissimo e aggiungere al fine settimana o alle festività qualche giorno di riposo in più? Ecco: se non ci fossero i furbetti del finto malessere non ci sarebbe la diffidenza del datore di lavoro. Ma siccome i furbetti ci sono, per la malattia a ridosso di week end o feste c’è il licenziamento?

Una recente ordinanza del Tribunale di Napoli sancisce un principio che, a dire il vero, appare incontestabile: la finta malattia deve essere provata. Il dipendente che dice di dover restare a casa perché non ce la fa ad andare in fabbrica o in ufficio deve essere beccato al mare, a fare shopping o a farsi una gita chissà dove. Altrimenti, con quale criterio il datore può dargli il ben servito? Vediamo.

Cosa deve fare il lavoratore in malattia?

Prima il dovere e poi il piacere, come si suol dire. Cominciamo dal dovere e da come deve comportarsi il dipendente in malattia. Il lavoratore è tenuto a:

  • informare l’azienda immediatamente dell’assenza, con l’anticipo previsto dal contratto collettivo applicato o dal regolamento aziendale: il datore o il capoufficio potranno, in questo modo, organizzarsi per sostituirlo;
  • recarsi, entro il secondo giorno dal verificarsi dello stato di malattia, presso il medico curante o un altro medico convenzionato con il Servizio sanitario nazionale o presso una struttura sanitaria convenzionata, per sottoporsi a una visita. Il medico, o la struttura, trasmetterà il certificato di malattia all’Inps, in via telematica;
  • trasmettere al datore di lavoro il numero di protocollo del certificato, per le opportune verifiche dal sito Inps.

Se la comunicazione è inviata in ritardo, il lavoratore deve giustificare l’inadempimento: in caso contrario, può essergli applicata una sanzione disciplinare, anche se il certificato medico viene comunque inviato [1].

Altro adempimento che il lavoratore deve rispettare è quello della reperibilità per la visita fiscale volta ad accertare le sue condizioni di salute durante l’assenza per malattia. La visita può essere chiesta dal datore o, d’ufficio, dall’Inps e può avvenire in qualsiasi giorno della settimana in questi orari:

  • dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 se dipendente del settore privato;
  • dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18 se dipendente pubblico.

Il medico può passare il primo giorno di malattia solo se il datore di lavoro la richiede entro le ore 12:00. Così è disposto dal decreto in materia, come chiarito dalla circolare Inps in argomento [2].

A questo proposito, il manuale Inps utente sulla richiesta di visita fiscale precisa però che:

  • per domandare l’accertamento sanitario di mattina, l’istanza deve essere inviata entro le ore 8:25;
  • per richiedere la visita fiscale di pomeriggio, l’istanza deve essere inviata entro le 11:59.

Se il lavoratore non è a casa durante le fasce di reperibilità:

  • al primo tentativo, perde qualsiasi trattamento economico per i primi 10 giorni di malattia;
  • al secondo tentativo, oltre alla precedente sanzione, si riduce del 50% il trattamento economico per il periodo di malattia residuo;
  • al terzo tentativo, la liquidazione dell’indennità Inps viene interrotta da quel momento e fino al termine del periodo di malattia.

Cosa può fare il datore per scoprire la falsa malattia?

Non solo la visita fiscale: se un lavoratore si dice malato a ridosso del week end o di una festività e il datore ha il sospetto che si tratti di una falsa malattia, può anche ricorrere ad un investigatore privato.

La Cassazione ha più volte stabilito che accertare se un lavoratore è davvero malato o no spetta solo al medico legale e che l’imprenditore, per verificare se la patologia del dipendente sussiste o meno, deve chiedere la visita fiscale all’ente previdenziale competente.

Tuttavia, il datore di lavoro non è ostacolato dall’articolo 5 dello Statuto dei lavoratori ad appurare la lealtà del dipendente con altri mezzi. Come, appunto, l’investigatore privato: secondo la Suprema Corte, è legittimo il licenziamento del finto malato smascherato dal detective sulla base della testimonianza di quest’ultimo.

Quando non è legittimo il licenziamento per finta malattia?

Se il medico legale o l’investigatore riescono a dimostrare che il dipendente malato a ridosso del week end o delle festività è, in realtà, al mare (non per motivi terapeutici) o a giocare una partita di tennis, il datore ha tutto il diritto di licenziarlo per giusta causa.

Ma è qui che il Tribunale di Napoli ha recentemente messo il dito nella piaga: occorre dimostrare la mala fede del lavoratore prima di licenziarlo [3]. Non basta presumere che «guarda caso, mi si ammala di lunedì o il giorno dopo il rientro delle ferie».

I giudici partenopei hanno, infatti, ritenuto ritorsivo il provvedimento con cui è stato allontanato un dipendente per «eccessiva morbilità». Insomma, si ammalava troppo e, pensa un po’, spesso a ridosso dei giorni di riposo o festivi.

Dice il Tribunale di Napoli: se il datore non riesce a dimostrare che si tratta di finta malattia (magari, appunto, con visite fiscali, testimonianze o l’assunzione di un investigatore) finché il lavoratore non supera il periodo di comporto (il numero massimo di assenze per malattia in un anno) non ci sono dei motivi validi per cacciarlo via.

Non solo: in questo caso, il dipendente deve essere reintegrato al lavoro ma deve anche ricevere il risarcimento dal giorno del licenziamento fino a quello in cui ritorna in servizio.


note

[1] Cass. sent. 2023/2015.

[2] DM 15.7.1986. Circ. Inps 4344/2012.

[3] Trib. Napoli ord. del 19.07.2022.


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