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Legge fallimentare: la riforma 2016

8 Febbraio 2016
Legge fallimentare: la riforma 2016

Procedure concorsuali: non si parlerà più di fallimento, ma di insolvenza e liquidazione giudiziale.

A quasi 80 anni dalla sua emanazione, la legge fallimentare cambia: il Regio decreto del 16 marzo 1942 è oggetto di un profondo ammodernamento, non uno dei tanti interventi tampone, come quelli approvati in questi anni, ma una vera e propria riforma. Riforma che parte dal nome: non si parlerà più di fallimento. Al fine di contribuire a eliminare il giudizio sociale di disvalore che il termine “fallimento” porta ormai con sé da anni e a diffondere una cultura sana della cosiddetta “seconda chance”, tale parola viene sostituita con espressioni quali “insolvenza” e “liquidazione giudiziale”.

Il procedimento per l’approvazione della riforma è entrato nel vivo dopo che il consiglio dei Ministri ha approvato il testo elaborato dalla commissione Rordorf, trasfuso in un progetto di legge delega.

Il nuovo testo, nel riscrivere la legge fallimentare, non riguarda solo il fallimento in senso stretto, ma anche l’amministrazione straordinaria, i privilegi e le prededuzioni, il nuovo concordato preventivo, la specializzazione dei magistrati e, non in ultimo, il rilancio della procedura di composizione delle crisi da sovraindebitamento.

Viene inoltre prevista anche l’assoggettabilità alla disciplina della crisi e dell’insolvenza di soggetti come l’imprenditore agricolo o il consumatore, storicamente sottratti alle procedure concorsuali.

Grande esclusa dalla riforma la disciplina penale del fallimento e che non è stata trattata dalla commissione, ma sulla quale occorrerà certamente intervenire in quanto la riforma vuole trattare in termini differenti rispetto al passato la problematica della insolvenza e, rispetto ad essa, dunque, anche le norme penali devono seguire la legge armonizzandosi alla medesima sensibilità.

Altro aspetto non trattato è la transazione fiscale.

Uno dei punti focali della riforma è la previsione di procedure di allerta e mediazione capaci di rivelare, in anticipo, la crisi dell’azienda, in modo da arginare i danni. Introdurre procedure che facilitino l’emersione della crisi in via anticipata, pur con naturali meccanismi di riservatezza al fine di evitare facili strumentalizzazioni, evita che la crisi di un’impresa si espanda, a macchia d’olio, sulle altre o sui consumatori.

La competenza a gestire tali procedure viene attribuita ad organismi non giudiziali.

Molto spesso l’imprenditore, sia per motivi reputazionali, sia per motivazioni psicologiche tende a sottovalutare i chiari sintomi della crisi per poi decidersi a prendere i dovuti provvedimenti quando è ormai troppo tardi. Le nuove procedure di allerta e mediazione tendono ad evitare proprio questo, anche nell’interesse dell’economia nazionale e/o della stessa continuità aziendale.

Quella delle procedure di allerta e mediazione è un’area che non è stata mai oggetto da parte di alcuno dei vari interventi parziali di riforma che si sono succeduti a partire dal 2006 e che, proprio per questo, potrebbe avere il maggiore potenziale riformatore; si tratta di intervenire su un punto che potenzialmente incide in profondità sull’intero sistema, contribuendo (se la legge delegata sarà in grado di interpretare compiutamente questo mandato) a trasformare lo stesso approccio degli operatori – in primis, gli imprenditori – rispetto a situazioni di crisi o insolvenza: riconoscere per tempo la sussistenza di una situazione di crisi o insolvenza è la prima condizione per poter affrontare tentativi di soluzione aumento le possibilità di successo.

Il problema di fondo – secondo alcuni analisti del settore – è l’atto di riconoscimento, da parte dell’imprenditore, della sussistenza della crisi. Per risolvere la difficoltà economica dell’impresa è spesso necessario modificare la governance: in un tessuto imprenditoriale di carattere famigliare è quindi difficile che l’imprenditore accetti di fare un passo indietro rispetto alla gestione di ciò che considera una creatura propria. In secondo luogo, solo sanzioni gravi per la responsabilità di una tardiva emersione della crisi potrebbero indurre gli amministratori ad accedere tempestivamente alle soluzioni previste dalla legge fallimentare.

Trattandosi di una procedura definita di mediazione, «il suo successo dipenderà in larga parte dalla cooperazione dell’imprenditore e dalla sua volontà di accedere a tale procedura.

Lo schema di ddl contiene anche i principi di riforma dell’amministrazione straordinaria, un istituto che sino ad oggi è stato spesso parcheggio di imprese decotte tenute in vita solo per salvaguardare i posti di lavoro. Il ddl limita l’accesso alle imprese realmente grandi e che hanno prospettive di recupero.


note

Autore immagine: 123rf com


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1 Commento

  1. Salve, attualmente mi sto occupando di sovraindebitamento nella mia tesi di laurea.
    Ritengo che la legge fallimentare vada modificata, ma non troppo.
    In primis, perchè i sistemi di allerta e mediazione possono funzionare solo se il debitore (o l’amministrazione) valuta obiettivamente la propria reale situazione economico-finanziaria. E poi la legge non ammette ignoranza, ma quanti davvero conoscono le potenzialità di un concordato preventivo o di un accordo di ristrutturazione, e quanti “piccoli” conosco le potenzialità della composizione da sovraindebitamento.
    Il numero delle procedure e il numero degli OCC esistenti ne sono la prova.
    Riformiamo, ma più che altro diffondiamo conoscenza.

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