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Lo sai che? Sciopero di mansioni: non è sciopero. Scatta il licenziamento

Lo sai che? Pubblicato il 9 dicembre 2014

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> Lo sai che? Pubblicato il 9 dicembre 2014

Dipendente non libero di incrociare le braccia: scatta la responsabilità contrattuale e disciplinare nei confronti del datore di lavoro.

O si sciopera “per bene”, e quindi si evita di recarsi sul posto di lavoro, o non si sciopera affatto. Potrebbe essere così sintetizzata la sentenza [1] che la Cassazione ha emesso qualche giorno fa in relazione al cosiddetto “sciopero di mansioni”. Così, allo scopo di tutelare i lavoratori che, mal informati, potrebbero porre in essere delle condotte ritenute, poi, dai giudici illecite, è bene chiarire preliminarmente di cosa si tratta.

Lo sciopero di mansioni si verifica quando il dipendente si rifiuti di eseguire (non tutte ma solo) una parte delle mansioni, che il datore può legittimamente richiedergli. Si pensi, per esempio, al caso in cui il contratto collettivo di lavoro preveda la possibilità che al dipendente sia chiesto di smaltire il lavoro dei colleghi assenti per un numero di ore prestabilite al giorno ed essi, invece, si astengano dal farlo.

Ebbene, qualcuno “ha messo in giro la voce” che tale tipo di protesta sia lecita e, quindi, possa essere inquadrato come sciopero. Non è di questo avviso, però, la Suprema Corte, secondo cui lo sciopero di mansioni non costituisce l’esercizio legittimo del diritto di sciopero e può, quindi, configurare una responsabilità contrattuale e disciplinare del dipendente. Con la conseguenza che il datore di lavoro potrebbe prendere provvedimenti disciplinari, sino ad arrivare, nei casi più gravi, al licenziamento.

Non si può incrociare le braccia

Condotte come il mero rifiuto di sostituire un collega assente, ed altri simili “scioperi di mansioni” possono essere considerati alla stregua di normali scioperi?

La Corte ricorda che non esiste una definizione legislativa di sciopero. Il concetto, infatti, è stato elaborato tenendo conto della storia e della prassi delle relazioni industriali. Di fatto, lo sciopero si risolve nella mancata esecuzione della prestazione lavorativa, con corrispondente perdita della relativa retribuzione. La mancata esecuzione si deve estendere per un lasso di tempo significativo: almeno una giornata lavorativa o parte di essa, sempre che non si scenda sotto la cosiddetta “minima unità tecnico-temporale”, oltre la quale l’astensione perde significato.

Secondo la Cassazione, dunque, la nozione di sciopero non si estende al cosiddetto “sciopero di mansioni”. Infatti, lo sciopero non si caratterizza per il danno agli utenti. Semmai il danno può essere un effetto collaterale, anche perché vi possono essere scioperi che non causano danni all’utenza.

Dunque, il rifiuto di svolgere parte della prestazione non è sciopero, ma si tratta di un vero e proprio inadempimento parziale agli obblighi contrattuali. Tale comportamento, dunque, è sanzionabile da parte del datore di lavoro, sia dal punto di vista disciplinare sia per responsabilità contrattuale del lavoratore.

note

[1] Cass. sent. n. 25817/14 del 5.12.2014.

Autore immagine: 123rf com


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