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Governo Meloni: in Senato maggioranza appesa a un filo

24 Ottobre 2022 | Autore:
Governo Meloni: in Senato maggioranza appesa a un filo

Al Senato il Centrodestra ha una maggioranza precaria, dopo la nomina di ben nove ministri: per questo Meloni difficilmente punterà ai posti di «sottogoverno».

C’è chi dice che l’avarizia dimostrata dalla nuova Premier, Giorgia Meloni, nell’assegnazione dei Ministeri le costerà cara. Ciò che è certo è che in Senato, dopo la formazione del nuovo Esecutivo, i numeri per la maggioranza non sono così favorevoli da poter stare tranquilla e senza pensieri. A palazzo Madama, infatti, i Ministri del Centrodestra eletti sono ben nove ( Elisabetta Casellati, Matteo Salvini, Anna Maria Bernini, Luca Ciriani, Adolfo Urso, Roberto Calderoli, Nello Musumeci, Daniela Santanchè e Paolo Zangrillo). Ciò comporta che i voti fruibili per Meloni passano così da 116 a 107 su 306 totali, contando anche i senatori a vita. Considerando poi che il neo presidente del Senato è Ignazio Benito La Russa, di Fratelli d’Italia, i voti possibili diventano 106 (con una maggioranza assoluta di 104 ballano appena due voti), e difficilmente Meloni con questi numeri può riuscire a «mettere le mani» sui posti di «sottogoverno», quelli di viceministro e sottosegretario. O meglio: così facendo rischierebbe di abbassare ancor di più il numero di voti disponibili, perdendo il controllo nella gestione dei lavori parlamentari (che ad oggi, seppur risicato, c’è nonostante i numeri). Basterebbero appena poche assenze nel giorno della votazione che la maggioranza non sarebbe assicurata.

E Meloni non può permettersi di prendere tempo e di stare a discutere con l’opposizione sulle nuove misure da adottare: il nuovo Governo e il nuovo Parlamento devono mettersi subito all’opera per approvare quanto prima gli aiuti, promessi in campagna elettorale, per famiglie e imprese, con l’urgenza della legge di bilancio a soffiare sul collo.

Il possibile calendario del prossimo mese del Governo Meloni probabilmente sarà così composto:

  • 3-4 novembre: nomina dei sottosegretari e dei viceministri, dopo la definizione delle deleghe per i singoli dicasteri;
  • 7-10 novembre: creazione e messa in azione delle Commissioni permanenti delle due Camere, nonostante le Commissioni speciali temporanee siano già state attivate;
  • 15-18 novembre: nuova manovra di aiuto;
  • 21 novembre: avvio della sessione di bilancio in Parlamento.

La manovra si prefigura in salita, tra nodo risorse e tempi stretti, ma la maggioranza è già al lavoro per scongiurare di un esercizio provvisorio. A quanto apprende l’Adnkronos, cresce tra i banchi delle Camere neoelette il timore di non riuscire ad approvare la Legge di Bilancio entro il 31 dicembre. I governi e le Camere sono storicamente abilissimi ai rush ai limiti dell’ultimo dell’anno ma questa volta la sfida è impegnativa. Fonti politiche osservano infatti che se la manovra arrivasse agli inizi del prossimo mese l’iter sarebbe al sicuro, ma se venisse presentata a fine novembre ci sarebbe il rischio reale di non riuscire ad approvarla entro i tempi dovuti. Ipotesi questa non troppo remota visto che ancora manca il governo e di conseguenza non sono stati indicati gli uffici degli staff dei dicasteri, né sono stati nominati i membri delle commissioni parlamentari permanenti.

La manovra dovrebbe inoltre approdare prima in Consiglio dei ministri, poi alle Camere, poi il Dpb aggiornato andrebbe notificato alla Commissione Ue e all’Upb. Tutti passaggi che richiedono tempi tecnici per dispiegarsi, augurandosi che Bruxelles non solleciti modifiche. Gioca però a favore del Governo Meloni il temporaneo stop del Patto di Stabilità, il che vuol dire che Roma potrebbe ignorare eventuali moniti Ue senza incorrere in procedure ma certo inizierebbe il confronto politico con il piede sbagliato, in una fase in cui si ragiona proprio sulla riforma delle regole di Maastricht.

Altra variabile temporale sul tavolo è l’esame di Camera e Senato: negli anni passati si è assistito anche a sessioni di Bilancio praticamente ‘monocamerali’, con l’esame delle modifiche concentrato ad una sola Camera per accelerare l’iter, ma – osservano fonti parlamentari – non sarebbe un buona partenza per il primo provvedimento di un governo neoeletto.

Sul fronte risorse, il Governo Meloni non trova le casse a secco, tutt’altro, visto che l’esecutivo Draghi lascerebbe un tesoretto complessivo di circa 20 miliardi (tra deficit 2022 migliore delle attese di 0,5 punti ed extra gettito): di questi almeno 10 servono per prorogare le misure contro il caro bolletta del dl Aiuti Ter e la restante parte per la manovra e dunque gli interventi del 2023. Una dote cospicua in realtà ma non sufficiente se il nuovo esecutivo volesse dar seguito ai cavalli di battaglia della campagna elettorale.

Intanto i tecnici del Mef lavorano alle consuete simulazioni e previsioni che si preparano in vista del Bilancio. Il nuovo inquilino di Via XX settembre al suo arrivo troverebbe dunque tabelle e stime con relative variabili esogene ed endogene, bisognerà poi vedere come declinare gli interventi in programma. Per fare presto comunque la nuova maggioranza sta già elaborando le misure-chiave della Finanziaria e del decreto collegato. Tra queste, le ipotesi sul futuro della Legge Fornero con quota 41, la flat tax incrementale e una nuova stagione di rottamazione con un forfait su sanzioni e interessi al 5% e un piano di pagamenti spalmati su almeno cinque anni per i carichi fino al 30 giugno scorso.



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