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Maltrattamenti in famiglia: c’è addebito della separazione?

27 Ottobre 2022 | Autore:
Maltrattamenti in famiglia: c’è addebito della separazione?

Quando la convivenza è resa impossibile dalle violenze domestiche; come si provano in giudizio gli episodi di percosse, lesioni fisiche o insulti e umiliazioni nei confronti del coniuge.

Le violenze domestiche sono, purtroppo, all’ordine del giorno in molte famiglie italiane. Nella maggior parte dei casi è il marito che maltratta, picchia ed umilia la moglie, ma a volte accade anche il contrario. Quando il coniuge vittima di questi comportamenti non ce la fa più a sopportare questa situazione, finalmente dice “Adesso basta!”. E anche se non vuole denunciare penalmente tutte le vessazioni subite, decide comunque di porre fine a quel matrimonio doloroso e propone la domanda di separazione coniugale giudiziale. Di solito se ne va di casa e l’altro si vede recapitare una lettera del suo avvocato.

Ma in tutti questi casi di maltrattamenti in famiglia c’è l’addebito della separazione nei confronti del coniuge che li ha compiuti? È importante saperlo, specialmente quando il matrimonio è stato di lunga durata e magari c’è stata tolleranza dei vari episodi di violenza, quindi non appare chiaro chi abbia la vera responsabilità della fine dell’unione. Inoltre, senza l’addebito della separazione, il coniuge responsabile dei maltrattamenti potrebbe addirittura pretendere il mantenimento proprio da chi per anni ha dovuto subire le sue violenze: sarebbe una conseguenza davvero paradossale. Invece la pronuncia di addebito comporta la perdita del mantenimento ed anche dei diritti successori, in caso di morte prematura dell’ex coniuge.

Addebito della separazione: quando?

L’addebito della separazione viene dichiarato quando emerge una conclamata violazione dei doveri coniugali, come l’obbligo di fedeltà, di coabitazione e di assistenza materiale e spirituale. Inoltre il coniuge che richiede la declaratoria di addebito della separazione nei confronti dell’altro deve dimostrare che è stata proprio tale condotta contraria agli obblighi coniugali a provocare la rottura irrimediabile del rapporto, ossia – come dice l’art. 151 del Codice civile – a «rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza» o a «recare grave pregiudizio all’educazione della prole».

Se invece risulta che la fine dell’unione coniugale è stata causata da altri fattori (come, ad esempio, quando il tradimento è una conseguenza, e non la causa, del distacco fisico ed affettivo tra i coniugi), l’addebito non potrà essere pronunciato.

Maltrattamenti in famiglia: come si provano?

L’indagine sui motivi della rottura definitiva del rapporto di coppia, e dunque sulle cause della fine irrecuperabile dell’unione coniugale, è sempre complessa, perché quasi sempre riguarda aspetti intimi e attinenti la vita privata dei coniugi. Il problema è accentuato quando si sono verificate violenze domestiche, fisiche o morali, nel corso degli anni di matrimonio. Troppo spesso questi episodi (percosse, insulti, umiliazioni e vessazioni psicologiche) vengono tenuti nascosti all’interno della famiglia; rimangono tra le mura domestiche, e il coniuge ed i figli che li subiscono non sporgono denuncia alle Autorità, specialmente quando non lasciano segni visibili sul corpo.

In tali casi la prova dei maltrattamenti compiuti è piuttosto difficile da fornire, perché non ci si può basare soltanto sulle dichiarazioni del coniuge interessato, rese “a posteriori” durante il giudizio di separazione: occorrono dei riscontri, che possono essere documentali, come i referti medici delle lesioni riportate a seguito delle aggressioni, e testimoniali, ad esempio le dichiarazioni dei familiari che hanno assistito ad episodi di violenza domestica (compresi i figli minori, che nonostante la loro tenera età possono deporre in tribunale).

Maltrattamenti in famiglia e addebito della separazione

I giudici sono piuttosto severi quando riscontrano, in base alle prove fornite nel giudizio di separazione, l’effettiva presenza di maltrattamenti in famiglia. In tali casi è scontata la pronuncia di addebito della separazione nei confronti del colpevole, perché – come afferma da tempo la Corte di Cassazione [1] – «le reiterate violenze fisiche e morali, inflitte da un coniuge all’altro, costituiscono violazioni talmente gravi dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare, di per sé sole, non solo la pronuncia di separazione personale, in quanto cause determinanti la intollerabilità della convivenza, ma anche la dichiarazione della sua addebitabilità all’autore delle violenze».

Questo fondamentale principio di diritto, però, deve essere concretizzato in ogni vicenda specifica oggetto di giudizio, e questo a volte non risulta affatto facile. Lo dimostra una nuova sentenza della Cassazione [2] che ha deciso il caso di una donna che nel corso degli anni di matrimonio era stata vittima di numerose violenze verbali e fisiche da parte del marito, con diverse aggressioni che le avevano provocato lesioni personali ed erano state refertate dal Pronto Soccorso.

È interessante notare che la domanda di separazione con addebito avanzata dalla donna era stata respinta, sia in primo che in secondo grado, perché secondo i giudici di merito i maltrattamenti subiti dalla moglie non avevano raggiunto una sufficiente soglia di rilevanza. Di diverso avviso è stata la Suprema Corte: la moglie, infatti, aveva resocontato una serie di elementi che erano stati trascurati dalla Corte d’Appello, come alcune querele, i provvedimenti di ammonimento del Questore per stalking, i referti ospedalieri relativi alle lesioni personali diagnosticate  e le testimonianze delle due figlie. Questi dati probatori erano eloquenti nel dimostrare le ripetute violenze fisiche e psicologiche cui era stata sottoposta la donna. Emergeva, così, «un quadro di relazione coniugale improntato alla violenza che integra un comportamento contrario ai doveri di rispetto personale che debbono connotare la relazione fra moglie e marito»: inevitabile, perciò, l’addebito della separazione nei confronti dell’uomo.

Percosse e scatti d’ira giustificano l’addebito della separazione?

Secondo alcune sentenze, basta un solo episodio di percosse, ad esempio con schiaffi e pugni, a fondare l’addebito della separazione coniugale: quindi in taluni casi è sufficiente dimostrare che si è verificato un unico evento violento, che in quanto tale non basterebbe ad integrare il delitto di maltrattamenti, un reato che richiede la reiterazione delle condotte per un apprezzabile periodo di tempo.

Un discorso analogo vale per gli scatti d’ira, che costituiscono violenze verbali con una grande valenza psicologica negativa nel coniuge che li subisce. Questi episodi denotano rabbia, collera ed aperta ostilità nei confronti della vittima, e perciò giustificano anch’essi l’addebito della separazione coniugale.

Approfondimenti


note

[1] Cass. sent. n. 7388/2017.

[2] Cass. ord. n. 31351/2022.

Cass. civ., sez. I, ord. 24 ottobre 2022, n. 31351
Presidente Valitutti – Relatore Casadonte

Rilevato in fatto che:

1. P.G. impugna con ricorso notificato il 6 febbraio 2020 la sentenza della Corte d’appello di Catania pubblicata il 19 novembre 2019 con cui è stato respinto il gravame dalla stessa proposto.
2.In particolare il Tribunale di Siracusa pronunciando la separazione personale dei coniugi P.G. e D.R.S. aveva rigettato le domande di addebito rispettivamente e reciprocamente avanzate dalle parti e determinato in Euro 200 il contributo mensile di mantenimento dovuto dal D.R. alla P. , con ordine di versamento diretto ex art. 156 c.c., comma 6, e determinato in Euro 350 l’assegno dovuto dal padre al figlio Se. compensando le spese di lite.
3. Avverso detta pronuncia P.G. aveva proposto appello in ordine alla domanda di addebito avanzata nei confronti del D.R. e fondata sulla condotta violenta tenuta dal coniuge nei suoi confronti, asseritamente rilevante causalmente nella crisi coniugale.
4.Inoltre l’appellante chiedeva determinarsi in Euro 1300,00 il contributo mensile a carico del coniuge.
5.Costituitosi D.R.S. nel giudizio d’appello eccepiva la totale infondatezza del gravame chiedendone il rigetto.
6.La Corte d’appello di Catania respingeva la richiesta di addebito argomentando la mancanza della prova certa di comportamenti di violenza reiterata posti in essere dal D.R. nei confronti della moglie.
7. Il giudice d’appello ha evidenziato, da una parte, la mancata indicazione di fatti specifici e concreti di atti di violenza subiti dal marito e, dall’altra, l’assenza di elementi documentali ovvero di deposizioni di soggetti estranei al contesto familiare confermativi della pretesa condotta violenta.
8. La corte territoriale ha, altresì, motivato che neppure le deposizioni della figlia V. e della figlia D. potessero ritenersi idonee alla necessaria prova, per essere, le prime, generiche e, le seconde, anche del tutto non attendibili.
9. La corte distrettuale ha pure respinto la domanda di contribuzione formulata dall’appellante, la quale aveva allegato di essere priva di redditi e di disponibilità patrimoniali, non potendo ritenersi tali il possesso di tre autovetture e l’appartenenza di quote sociali di una onlus e di una società a responsabilità limitata, atteso che le autovetture erano molto vecchie e la società non produceva reddito, a fronte invece di un reddito mensile netto del D.R. accertato in Euro 3880,00.
10. La corte territoriale evidenziava come, a seguito di produzione del D.R. e di accertamenti della Guardia di Finanza, era stato accertato che la P. svolgeva attività di lavoro subordinato percependo una regolare retribuzione pari a circa Euro 13.500,00 annui, circostanza che, dunque smentiva la versione dalla stessa posta a fondamento della richiesta di mantenimento.
11. La cassazione della sentenza d’appello è chiesta da P.G. sulla base di quattro articolati motivi, cui resiste con controricorso D.R.S. .

Considerato in diritto che:

12. Con il primo motivo si deduce l’errata ricostruzione dei fatti che ad avviso della ricorrente è culminata nella affermazione della corte territoriale secondo la quale ella non avrebbe dedotto, a fondamento della domanda di addebito della separazione, fatti specifici e concreti di violenza fisica subiti dal marito in costanza del rapporto coniugale cui imputare la crisi del medesimo.
12.1. Lamenta la ricorrente che nel ricorso introduttivo aveva indicato a pagina 2 la circostanza di trascorrere molto tempo con la figlia D. per sfuggire alle continue persecuzioni e pedinamenti del marito, detentore di più armi; aggiunge di avere indicato a pagina 3 del ricorso che il marito la seguiva e fino al bar ove si trovava la figlia D. umiliandola e maltrattandola inscenando grida ed assumendo atteggiamenti poco urbani; a pagina 4 del ricorso ella aveva poi spiegato la ragione per cui non aveva inteso sporgere denuncia querela per le aggressioni subite.
12.2. Precisava, inoltre, di avere chiarito nelle note autorizzate del 21 marzo 2013 le violenze fisiche e verbali alle quali era sottoposta, corredando l’allegazione con gli atti del procedimento penale nei confronti del D.R. per il reato di stalking e segnatamente la richiesta di ammonimento, il conseguente provvedimento adottato dal questore di Siracusa, la querela riguardante l’aggressione subita il 14 gennaio 2012 ed il 18 febbraio 2012, la querela del 22 aprile 2012 e la successiva querela dell’11 maggio 2012; aggiungeva che con la seconda memoria ex art. 183 c.p.c., del 7 maggio 2014 aveva prodotto la scheda individuale del Pronto soccorso relativa alle lesioni diagnosticatele il 6 gennaio 2012 con prognosi di 5 giorni; ancora, la scheda individuale dell’accesso al pronto soccorso di Noto del 3 marzo 2012 con ove era diagnosticata la lesione conseguente all’aggressione subita dal marito. Nella seconda memoria aveva chiesto l’ammissione delle prove testimoniali nelle persone delle figlie D. e V. .
12.3. Sulla scorta di tutto ciò la ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 ed all’art. 366 c.p.c., n. 4, la violazione dei principi di cui agli artt. 99,112 e 183 c.p.c., dal momento che pur nell’ambito dell’onere probatorio dei relativi fatti costitutivi incombente sulla parte che domanda il contributo, nondimeno al giudice compete l’interpretazione della domanda alla luce di tutte le allegazioni complessivamente fornite dalla parte istante, il che ad avviso della ricorrente nel caso di specie non era avvenuto.
13. Con il secondo motivo si deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, e all’art. 366 c.p.c., n. 4, la violazione dell’art. 151 c.c., comma 2, là dove la corte territoriale non ha ritenuto nelle violenze subìte dalla P. ed accertate attraverso l’istruttoria processuale documentale e testimoniale (id est le deposizioni delle figlie V. e D. ) ravvisabile un comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.
14. Con il terzo motivo si deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., commi 1 e 6, dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per nullità della sentenza per difetto di motivazione, nonché motivazione apparente e violazione e falsa applicazione dell’art. 2727 c.c. e ss., là dove la corte di merito ha svolto affermazioni inconciliabili rispetto, da una parte, ai rapporti conflittuali ed alle violenze perpetrate dal D.R. nei confronti dei figli e della P. e, dall’altra, ha ritenuto che non può con certezza trarsi dal carattere autoritario del D.R. la circostanza che seguissero atti di violenza dello stesso nei confronti della moglie e dei figli.
15.Con il quarto motivo si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. per avere la corte territoriale erroneamente condannato la P. al pagamento delle spese di entrambi i gradi di merito.
16. I primi tre motivi del ricorso strettamente connessi in quanto riguardanti la domanda di addebito, possono essere esaminati congiuntamente e sono fondati.
17. Costituisce principio consolidato che le reiterate violenze fisiche e morali, inflitte da un coniuge all’altro, costituiscono violazioni talmente gravi dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare, di per sé sole, non solo la pronuncia di separazione personale, in quanto cause determinanti la intollerabilità della convivenza, ma anche la dichiarazione della sua addebitabilità all’autore di esse.
17.1. Il loro accertamento esonera il giudice del merito dal dovere di procedere alla comparazione, ai fini dell’adozione delle relative pronunce, col comportamento del coniuge che sia vittima delle violenze, trattandosi di atti che, in ragione della loro estrema gravità, sono comparabili solo con comportamenti omogenei (Cass. 3925/2018).
17.2. Le violenze fisiche costituiscono violazioni talmente gravi ed inaccettabili dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare, di per sé sole – quand’anche concretantisi in un unico episodio di percosse -, non solo la pronuncia di separazione personale, in quanto cause determinanti l’intollerabilità della convivenza, ma anche la dichiarazione della sua addebitabilità all’autore, e da esonerare il giudice del merito dal dovere di comparare con esse, ai fini dell’adozione delle relative pronunce, il comportamento del coniuge che sia vittima delle violenze, restando altresì irrilevante la posteriorità temporale delle violenze rispetto al manifestarsi della crisi coniugale (Cass. 7388/2017).
17.3. Nel caso di specie, la corte d’appello ha trascurato l’esame di una serie di atti (querele, provvedimenti del questore, referti ospedalieri) suscettibili di evidenziare le violenze cui era sottoposta la P. .
17.4. Anche sull’esame delle risultanze testimoniali la motivazione appare, come evidenziato dalla ricorrente, carente e illogica oltre che contraddittoria.
17.5. La corte territoriale, infatti, dà atto che dalle deposizioni testimoniali è emersa la descrizione di violenze fisiche peraltro ripetute ai danni della P. e che, tuttavia, non sarebbero sufficientemente specifici, mentre la circostanza che la P. le prendeva dal padre ogni qualvolta la stessa interveniva in favore di figli a loro volta picchiati dal padre, delinea un quadro di relazione improntato alla violenza che per la sopra ricordata giurisprudenza integra il comportamento contrario ai doveri di rispetto personale che debbono connotare la relazione fra coniugi.
18.11 ricorso va quindi accolto con assorbimento del quarto motivo.
19. La sentenza impugnata è cassata con rinvio alla Corte d’appello di Catania, in diversa composizione, che riesaminerà il gravame alla luce dei principi di diritto sopra enunciati e provvederà altresì sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi tre motivi, assorbito il quarto, cassa il provvedimento impugnato e rinvia alla Corte d’appello di Catania, in diversa composizione, anche per le spese di legittimità.
In caso di diffusione del presente provvedimento si omettano le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003 art. 52.


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