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Lavoro nero: quale multa non si paga?

27 Ottobre 2022 | Autore:
Lavoro nero: quale multa non si paga?

Le condotte non punibili perché assorbite nella maxi sanzione prevista per chi impiega dei dipendenti in maniera irregolare.

Un danno per il lavoratore e per lo Stato. Ma lo può diventare anche per l’imprenditore. Il lavoro nero resta una delle principali piaghe del nostro sistema economico. Per questo, e al fine di scoraggiare una pratica vecchia quanto il lavoro stesso, sono state inasprite le sanzioni per chi riduce i costi del personale nel modo più subdolo, assumendo chi ha bisogno di uno stipendio senza pagare contributi previdenziali e assicurativi, senza pagare tasse e, a volte, con una retribuzione da fame. Alcune sanzioni, però, sono sparite perché contenute in quelle nuove. In sostanza, per il lavoro nero quale multa non si paga? E, nella pratica, che cosa rischiano l’imprenditore e il lavoratore? Vediamo.

Cosa si intende per lavoro nero?

Il lavoro nero, o sommerso oppure irregolare che dir si voglia, consiste nell’impiego di lavoratori subordinati senza la comunicazione al Centro per l’impiego e in assenza di contratto vero e proprio, di copertura assicurativa e contributiva e di tutela in caso di licenziamento.

Detto molto fuori dai denti, funziona così: vieni da me a lavorare, ti pago quello che voglio, vedi di non farti male perché sono cavoli tuoi, non ti verso alcunché per la pensione, e ti caccio via quando mi pare. Se ti sta bene, ok. Basta che lavori e non vai a dirlo in giro. Altrimenti, cerca qualcosa altrove.

In questo modo, l’imprenditore risparmia in tasse e contributi e il lavoratore rischia di essere sottopagato, oltre a non avere alcuna tutela in tema di infortunio o di pensione, men che meno sulle condizioni in cui deve svolgere la sua attività o nel caso in cui venga mandato via.

Cosa rischia chi lavora in nero?

Il dipendente che lavora in nero rischia di commettere reato solo se, contemporaneamente, sta prendendo un sussidio dallo Stato, come ad esempio la Naspi se è formalmente disoccupato oppure il Reddito di cittadinanza se dichiara un Isee molto basso.

Per quanto riguarda la Naspi, però, lo Stato consente di lavorare mentre si è disoccupati purché il reddito annuo percepito non superi gli 8.000 euro. Quindi, chi lavora in nero e non supera quella cifra non rischia la sanzione anche se prende l’indennità di disoccupazione.

Le sanzioni a cui va incontro il lavoratore, ad ogni modo, sono:

  • l’incriminazione penale per falso in atto pubblico o truffa ai danni dello Stato, oppure per indebita percezione di benefici;
  • l’interruzione dell’erogazione del sussidio ricevuto;
  • la restituzione delle somme percepite fino a quel momento.

Se il dipendente si rifiuta di restituire quei soldi, riceve una cartella esattoriale, con il conseguente pignoramento dei beni.

Cosa può fare chi lavora in nero?

Il lavoratore in nero ha la possibilità di mettersi in regola denunciando il datore all’Ispettorato del lavoro competente per territorio oppure alla Guardia di Finanza o ad altre forze di pubblica sicurezza. Può anche rivolgersi ad un’organizzazione sindacale affinché sia questa ad agire per suo conto.

La denuncia all’Ispettorato del lavoro

Se si opta per la prima ipotesi, cioè per la denuncia del datore presso l’Ispettorato del lavoro competente per territorio, il dipendente in nero può chiedere di persona o tramite Pec o raccomandata a/r un controllo presso l’azienda.

Va precisato che l’Itl non prende in considerazione le denunce o le segnalazioni anonime, a meno che i particolari si dimostrino attendibili in maniera inequivocabile e descrivano una situazione di palese irregolarità. In caso contrario, occorrerà identificarsi sapendo che vige la regola della più totale riservatezza per evitare eventuali ritorsioni. Il nome del lavoratore, insomma, non comparirà nel verbale della prima ispezione e nei documenti successivamente prodotti dall’Ispettorato.

Conviene sempre allegare alla denuncia qualsiasi prova si abbia a disposizione circa la propria situazione lavorativa: eventuali assegni, testimonianze di colleghi o di soggetti terzi che frequentano l’azienda (clienti o fornitori, ad esempio), dettagli dell’attività, ecc.

La denuncia alla Guardia di Finanza

Chi lavora in nero può anche denunciare il datore rivolgendosi alla Guardia di Finanza, presentandosi di persona in caserma o chiamando il 117. Le Fiamme Gialle sono competenti in materia in quanto il lavoro nero può comportare, tra le altre cose, il reato di evasione fiscale.

Bisogna segnalare:

  • i propri dati (anche in questo caso viene garantita la riservatezza);
  • il luogo in cui si lavora;
  • eventuali prove a disposizione.

La denuncia al sindacato

Terza possibilità per denunciare una situazione di lavoro nero: rivolgersi ad un sindacato. L’organizzazione potrà contattare il datore per un tentativo di conciliazione che, se finisse a vuoto, finirebbe in una causa presso il Tribunale del lavoro competente.

Nel tentativo di accordo possono essere coinvolti anche l’Ispettorato, l’Inail e l’Inps.

Lavoro nero: cosa rischia il datore?

Secondo la legge [1], il datore che impiega del personale in nero o che, comunque, assume dei lavoratori senza la preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto, con la sola esclusione del datore domestico, rischia la sanzione amministrativa pecuniaria:

  • da 1.800 a 10.800 euro per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore sino a 30 giorni di effettivo lavoro;
  • da 3.600 a 21.600 euro per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore da 31 e sino a 60 giorni di effettivo lavoro;
  • da 7.200 a 43.200 euro per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore oltre 60 giorni di effettivo lavoro.

Le sanzioni aumentano del 20% in caso di impiego di:

  • lavoratori stranieri;
  • minori in età non lavorativa;
  • percettori del reddito di cittadinanza.

Lavoro nero: qual è la multa che non si paga?

Come confermato dall’Ispettorato nazionale del lavoro, la maxi sanzione per il datore che impegna dei lavoratori in nero non viene applicata se, dagli adempimenti di carattere contributivo precedentemente assolti, si evidenzia la volontà di non occultare il rapporto di lavoro, anche laddove si tratta di una differente qualificazione dello stesso.

Anche la spontanea e integrale regolarizzazione del rapporto in nero prima di un controllo o prima dell’eventuale convocazione per il tentativo di conciliazione impedisce l’adozione della maxi sanzione.

In caso di regolarizzazione, si evita la sanzione se si presentano queste condizioni:

  • instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato con contratto a tempo indeterminato, anche part-time con una riduzione oraria non superiore al 50%
  • instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo pieno e determinato di durata non inferiore a 3 mesi:
  • mantenimento in servizio per un periodo non inferiore a 3 mesi.

Se si vuole sanare la situazione di un lavoratore con regolare contratto ma impiegato in nero in passato, per evitare la maxi sanzione occorrerà dimostrare entro 45 giorni di:

  • aver rettificato la data di effettivo inizio del rapporto di lavoro;
  • aver provveduto al pagamento dei contributi e premi assicurativi;
  • aver pagato le sanzioni in misura minima.

La multa che non va pagata, invece, è quella relativa alla mancata comunicazione della cessazione del rapporto di lavoro che è stato svolto sempre in nero: in tal caso, infatti, la sanzione da 100 a 500 euro è assorbita dalla maxi sanzione per lavoro irregolare. Se, invece, il rapporto è iniziato in modo irregolare ma poi è emerso, allora l’omissione della comunicazione obbligatoria di cessazione è punibile [2].

Inoltre, in caso di maxi sanzione è prevista la non applicazione delle sanzioni per:

  • omesse comunicazioni dei rapporti di lavoro e di consegna della lettera di assunzione;
  • omesse registrazioni sul Libro unico del lavoro.

note

[1] Dl n. 12/2002.

[2] Itl nota n. 2089/2022.


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