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Marchi: basta una sola sillaba alla contraffazione

15 Febbraio 2016
Marchi: basta una sola sillaba alla contraffazione

Il nome del prodotto non deve rimandare a uno simile e più noto e alla sua provenienza geografica.

 

Non si può utilizzare, come denominazione di un proprio prodotto, un nome che evoca l’indicazione geografica di un altro. A generare la confusione, secondo una recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea [1], potrebbe essere sufficiente anche una sola sillaba. In tal caso scatta il divieto di commercializzazione del prodotto che lede l’altrui marchio.

La normativa di riferimento è il regolamento UE che protegge le indicazioni geografiche [2] relativo alla definizione, alla designazione, alla presentazione, all’etichettatura e alla protezione delle radici geografiche. In base alle disposizioni di legge, non si può utilizzare come proprio marchio un nome che “ricordi” l’indicazione geografica di un altro prodotto, per assimilare al primo le qualità e le caratteristiche del secondo, inducendo in errore i consumatori.

La vicenda e l’esempio

Una società finlandese, che produce e commercializza un’acquavite di sidro di mele denominata “Verlados”, era finita sott’inchiesta della Commissione europea che ne contestava l’utilizzo a causa della confusione con l’indicazione geografica “Calvados”. Le autorità nazionali avevano così deciso di vietare la commercializzazione della bevanda finlandese e, di fronte all’impugnazione dell’azienda, il giudice interno si è rivolto alla Corte Ue per avere chiarimenti sulla portata della normativa comunitaria [2].

La sentenza

Per i giudici della Corte di Giustizia, il regolamento europeo mira a evitare pratiche ingannevoli e a garantire un livello elevato di protezione dei consumatori. Per verificare se la pratica è ingannevole o meno bisogna valutare la presunta reazione del consumatore nei confronti del termine usato per designare il prodotto, ossia l’aspettativa presunta di “un consumatore medio normalmente informato e ragionevolmente attento e avveduto”.

La protezione va poi accordata senza confini, senza poter essere circoscritta al perimetro di uno Stato membro. Con la conseguenza che va preso in considerazione l’aspettativa del consumatore europeo (posizione sostenuta anche dal Governo italiano intervenuto nella causa) e non solo quello del Paese Ue in cui si produce il prodotto lesivo dell’altrui nome.

Quanto poi alla valutazione se la diversità dei nomi è sufficiente o meno a distinguere le caratteristiche e le qualità dei due prodotti, è necessario considerare la similarità fonetica e visiva e, tra l’altro, il fatto che si tratta di prodotti analoghi. Elemento decisivo anche l’utilizzo di un termine che finisce con le due sillabe identiche a quelle della denominazione protetta e che ha lo stesso numero di sillabe.

Il giudice nazionale chiamato a decidere della controversia e ad applicare le regole Ue, per evitare che il nome di un prodotto induca il consumatore europeo medio a pensare “come immagine di riferimento al prodotto che beneficia dell’indicazione geografica protetta”, deve tener conto di ogni circostanza che induca in errore il consumatore normalmente informato e ragionevolmente avveduto. Ciò che conta – osserva la Corte – è che non si crei nel pubblico “un’associazione di idee quanto all’origine del prodotto, né che un operatore sfrutti indebitamente la rinomanza dell’indicazione geografica protetta”. Solo nel caso in cui la somiglianza tra le due denominazioni sia frutto di circostanze fortuite si può escludere che vi sia “un’evocazione” del prodotto.


note

[1] C. Giust. UE sent. n. C-75/15 del 21.01.2016.

[2] Regolamento UE n. 110/2008. Si confronti l’art. 16.


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