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Le Guide Il risarcimento per detenzione inumana

Le Guide Pubblicato il 11 dicembre 2014

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> Le Guide Pubblicato il 11 dicembre 2014

La reclusione avvenuta in condizioni degradanti aziona il diritto a richiedere uno sconto della pena ancora da espiare, oppure in alternativa è possibile domandare il pagamento di una somma per ogni giorno in cui si è protratto il pregiudizio.

Il fenomeno del sovraffollamento carcerario costituisce una violazione dei diritti fondamentali sanciti dalla convenzione europea dei diritti dell’uomo. I detenuti che versano in tale condizione possono rivolgersi alla Magistratura di Sorveglianza per ottenere una riduzione della pena residua o, in alternativa, domandare un risarcimento per il danno patito qualora detta misura non fosse concedibile.

Chi invece abbia espiato per intero la pena agirà davanti al Tribunale civile per vedere tutelate le proprie ragioni.

Uno dei principi sanciti a livello comunitario è quello di vietare la tortura ed ogni trattamento contrario al senso di umanità [1], per cui anche le modalità con cui avviene l’espiazione della pena devono essere rispettose della dignità dell’individuo.

La stessa concezione della pena detentiva nel nostro ordinamento è ispirata al valore costituzionale della centralità della persona, la cui tutela non risulta attenuata per il semplice fatto che un uomo si trovi recluso.

 

Tuttavia ancora oggi si assiste ad una serie di violazioni di detti principi, che hanno prodotto in sede comunitaria numerose sentenze di condanna dello stato italiano al risarcimento in favore dei detenuti.

Carceri spesso popolate da un numero di persone ben maggiore di quella che dovrebbe essere la capienza consentita, in spazi angusti in cui non vengono rispettate le basilari norme igieniche e senza garantire lo sviluppo di condizioni di vita decorose, costituiscono un fenomeno tristemente attuale.

 

La Corte europea dei diritti dell’uomo, nel sanzionare l’Italia per il mancato rispetto di quanto previsto dalla Cedu [2], ha imposto l’adozione di una serie di misure rivolte a garantire una riparazione a chi si è trovato recluso in condizione di sovraffollamento.

A tale pronuncia è seguita l’adozione nel giugno scorso del decreto legge 92/2014 [3] con cui sono state introdotte le necessarie modifiche al codice di procedura penale e alle disposizioni di attuazione nonché al corpo di polizia penitenziaria e all’ordinamento penitenziario.

La novità più importante è la creazione di un sistema di tutela a livello nazionale per i detenuti che lamentino una violazione dei propri diritti sanciti dal diritto comunitario, senza che gli stessi più siano costretti a rivolgersi esclusivamente alla Corte di Strasburgo [4].

L’individuo che ha subito una reclusione di almeno quindici giorni in condizioni contrarie a quanto previsto dalla predetta convenzione, può presentare personalmente o mezzo di difensore con procura speciale un’apposita istanza alla Magistratura di Sorveglianza. Sono considerate anguste quelle celle in cui, sia per il numero di persone presenti che per la disposizione della mobilia o dei sanitari non venga garantito a ciascun soggetto uno spazio vitale di neanche tre metri quadrati.

Con questa domanda è possibile ottenere a titolo di risarcimento del danno, una riduzione della pena ancora da espiare pari ad un giorno per ogni dieci trascorsi in stato di sovraffollamento.

Nell’ipotesi in cui non sia concedibile alcuna detrazione, il giudice adito può liquidare una somma di otto euro per ogni giorno in cui si sia protratto il pregiudizio.

I cittadini che invece abbiano espiato per intero la pena potranno presentare entro sei mesi dal termine della reclusione un ricorso presso il Tribunale civile del distretto del luogo in cui risiedono, per domandare un risarcimento monetario. Il danno da liquidare è calcolato secondo i criteri ora esposti (otto euro per ogni giorno di detenzione) e l’azione è proponibile personalmente o tramite un legale. Il termine per la presentazione della domanda è fissato a pena di decadenza.

Il nostro legislatore ha previsto inoltre che coloro i quali al 28 giugno 2014 [5] non si trovino reclusi ma che allo stesso modo lamentino di aver subito una detenzione inumana, possono, entro sei mesi da tale data, presentare ricorso al Tribunale civile. La norma ha però carattere transitorio e la sua efficacia terminerà il prossimo 28 dicembre 2014: tutte le domande pervenute in un momento successivo saranno dichiarate inammissibili [6].

Il detenuto può domandare con istanza diretta al Magistrato di Sorveglianza, la riduzione della pena da espiare pari ad un giorno per ogni dieci trascorsi in condizioni disumane. In alternativa può essergli riconosciuto il risarcimento monetario pari ad otto euro in base alla durata del pregiudizio.

Il cittadino che ha scontato interamente la pena può presentare ricorso al Tribunale del distretto del luogo in cui risiede per ottenere il risarcimento del danno. La domanda va proposta a pena di decadenza entro sei mesi dal termine della reclusione.

In via provvisoria, fino al prossimo 28 dicembre (scadenza del termine di sei mesi dall’entrata in vigore della norma) chi al momento dell’entrata in vigore del decreto sia libero ma abbia in passato subito una detenzione inumana può agire davanti al Tribunale civile.

L’azione sia in sede penale che civile può essere presentata personalmente o a mezzo di difensore munito di procura speciale.

note

[1] Art. 3 della convenzione europea dei diritti dell’uomo.

[2] Corte europea dei diritti dell’uomo sent. del 08/01/2013, caso “Torreggiani e altri c. Italia” .

[3] Decreto legge n. 92/2014 del 28 giugno 2014, convertito in con Legge 11 agosto 2014 n.117.

[4] Art. 35ter, L. 354/75.

[5] Al momento dell’entrata in vigore del D.L 92/2014

[6] Art. 2 D.L. n. 92/2014.

Autore immagine: 123rf com


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