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Come difendersi da un superiore che infastidisce e fa mobbing

28 Ottobre 2022 | Autore:
Come difendersi da un superiore che infastidisce e fa mobbing

Come comportarsi con un superiore che ne approfitta: si può denunciare al datore di lavoro?

Negli ambienti di lavoro, succede spesso che uno dei capi si accanisca contro un dipendente, ne ostacoli la carriera, si prodighi per metterlo in cattiva luce con il datore di lavoro. E lo stesso potrebbero fare anche gli stessi colleghi di pari grado. In tali casi, siamo in presenza di comportamenti persecutori inquadrabili nel mobbing. Ebbene, cosa bisogna fare in questi casi per tutelarsi? Come comportarsi quando si è vittima di mobbing? Come difendersi da un superiore che infastidisce e fa mobbing? Cerchiamo di comprenderlo in modo pratico e semplice, alla luce delle pronunce della Cassazione.

Cos’è il mobbing?

Partiamo subito col fornire la definizione di mobbing. A torto si ritiene che nel concetto di mobbing rientri qualsiasi tipo di illecito, anche isolato, ai danni del dipendente. Non è così. 

Affinché si possa parlare di mobbing è necessario che vi sia un intento persecutorio, costituito da più atti ripetuti nel tempo, tutti sorretti da un unico fine: quello di isolare il dipendente e mortificarlo, determinando in lui delle gravi ripercussioni sulla sua salute psicofisica. 

Possiamo quindi dire che il mobbing è costituito da due elementi essenziali: 

  • le reiterate vessazioni all’interno del luogo di lavoro tutte rivolte al medesimo obiettivo di emarginare il lavoratore;
  • il danno al dipendente. Senza danno dimostrabile, il mobbing – seppur effettivamente commesso – non può essere punito.

Chi può commettere il mobbing?

Il mobbing può essere commesso:

  • dal datore di lavoro;
  • dai superiori gerarchici (dirigenti, funzionari);
  • dagli stessi colleghi del dipendente. 

Chi è responsabile per il mobbing?

Ai sensi dell’articolo 2087 del codice civile, il datore di lavoro deve tutelare la salute del dipendente, la sua integrità fisica e morale. Il che significa non solo proteggerlo dai rischi di infortuni e incidenti, fargli indossare i mezzi di protezione e preservarlo da eventuali rischi connessi alle mansioni, ma anche evitare che questi possa subire soprusi nell’ambiente di lavoro ad opera dei colleghi o dei superiori. Questo significa che per il mobbing, da chiunque commesso, è responsabile il datore di lavoro.

Ma di che tipo di responsabilità parliamo?

Il mobbing è innanzitutto un illecito civile che garantisce il risarcimento a carico dell’azienda nei confronti del lavoratore. Quest’ultimo però, come detto sopra, deve dimostrare un danno alla salute (fisica o morale), in assenza del quale non avrà diritto a nulla.

Il mobbing diventa poi eccezionalmente un reato quando si consuma in piccoli ambienti di lavoro dove il superiore è a stretto e quotidiano contatto con il dipendente. In tal caso, si può procedere con una querela per maltrattamenti.

Del mobbing commesso dai colleghi e dai superiori però il datore di lavoro non può rispondere (a meno che non fosse connivente) essendo la responsabilità penale solo personale. 

Per ottenere il risarcimento per mobbing è necessario avviare una vertenza sindacale e quindi una causa dinanzi al tribunale civile a mezzo del proprio avvocato. Prima però sarà bene tentare una conciliazione presso l’ufficio territoriale del lavoro.

Il datore di lavoro è responsabile per il mobbing del superiore?

Il datore di lavoro è responsabile sia per il mobbing da egli stesso attuato ma anche per quello commesso dai colleghi di pari grado del dipendente e dai suoi superiori. E questo perché, come abbiamo detto, egli deve preservare la salute psicofisica del lavoratore. Ma attenzione: affinché il capo possa rispondere del mobbing degli altri soggetti incardinati nella struttura aziendale è necessario che sia stato informato di ciò. Non si può cioè chiedere il risarcimento al datore di lavoro all’oscuro del fatto che un lavoratore abbia subito mobbing dai suoi superiori. 

Quindi, la prima cosa da fare quando si viene infastiditi, ostacolati, osteggiati, maltrattati dai propri capi è informare il vertice dell’azienda che, qualora si tratti di società, sarà rappresentato dalla società stessa nella persona del suo amministratore. 

Non è quindi da escludere che la condotta di mobbing provenga da un altro dipendente che sia in posizione di supremazia gerarchica rispetto alla vittima, ma il datore di lavoro è responsabile – e quindi tenuto a risarcire quest’ultima – solo se rimasto colpevolmente inerte nella rimozione del fatto lesivo. Se invece non è stato messo a conoscenza delle presunte condotte persecutorie nei confronti del dipendente non ne risponde. 


note

[1] Cass. ord. n. 16534/21.

[2] Cass. n. 18093 del 25/07/2013

Autore immagine: depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza 27 gennaio – 11 giugno 2021, n. 16534

Presidente Doronzo – Relatore Esposito

Rilevato che:

la Corte di appello di Catanzaro, per quanto in questa sede interessa, confermava la sentenza del giudice di primo grado che aveva rigettato la domanda avanzata da C.B. diretta ad accertare la condotta di mobbing dei superiori gerarchici nei suoi confronti e, di conseguenza, la responsabilità di Poste Italiane s.p.a., con condanna del datore di lavoro al risarcimento dei danni;

avverso la sentenza propone ricorso per cassazione la lavoratrice sulla base di sette motivi;

Poste Italiane s.p.a. resiste con controricorso;

la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio non partecipata.

Considerato che:

Con il primo motivo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2087 e 1228 c.c., poiché illegittimamente la Corte territoriale aveva ritenuto che Poste Italiane s.p.a. non fosse tenuta a rispondere ex se per la condotta dei propri dipendenti, in mancanza di allegazioni e prove riguardo alla conoscenza da parte del datore di lavoro delle condotte lesive e all’inerzia da parte del medesimo riguardo alla loro rimozione;

con il secondo motivo deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 e 2049 c.c., anche in riferimento all’art. 32 Cost., risultando la decisione in contrasto con il principio in forza del quale l’accertamento di un rapporto di necessaria occasionalità tra fatto illecito del preposto ed esercizio delle mansioni affidategli comporta l’insorgenza di una responsabilità diretta a carico della società per i danni arrecati a terzi dagli agenti nello svolgimento delle incombenze loro affidate;

con il terzo motivo deduce omesso esame di fatti decisivi per il giudizio in ordine al mobbing oggetto di discussione tra le parti, specificamente con riguardo ai plurimi e sistematici atti lesivi perpetrati nei confronti della lavoratrice dal 2006 al 2010, determinanti lesione della sua personalità e dignità;

con il quarto motivo deduce violazione degli artt. 2697, 2087 e 1218 c.c. per avere la Corte d’appello errato nel ritenere che spettasse alla ricorrente allegare e provare che Poste Italiane s.p.a. fosse a conoscenza dell’asserito mobbing, dovendo invece la società dimostrare di aver posto in essere tutte le misure per impedire il verificarsi del danno;

con il quinto motivo deduce omesso esame circa fatti decisivi in ordine a condotte lesive integranti mobbing, facendo riferimento a una pluralità di condotte vessatorie che assume confermate dai testi e provate da documentazione medica;

con il sesto motivo lamenta la violazione art. 2967, 1218 e 2087 c.c., quanto alle condotte lesive non integranti mobbing, operando in favore della lavoratrice, in riferimento all’art. 2087 c.c., la presunzione di colpa di cui all’art. 1218 c.c., in deroga dell’art. 2697 c.c.;

deduce, infine, violazione art. 115 e 116 c.p.c., per avere la Corte disatteso la richiesta istruttoria di consulenza tecnica medico legale;

il primo e il secondo motivo sono infondati in base al principio in forza del quale la responsabilità del datore di lavoro – su cui incombono gli obblighi ex art. 2049 c.c. – non è esclusa dalla circostanza che la condotta di mobbing provenga da un altro dipendente, posto in posizione di supremazia gerarchica rispetto alla vittima, ove il datore di lavoro sia rimasto colpevolmente inerte nella rimozione del fatto lesivo (ex multis Cass. n. 18093 del 25/07/2013), laddove nella specie la Corte territoriale aveva escluso, con accertamento in fatto insindacabile in questa sede, che il datore di lavoro, identificabile con la direzione provinciale di Catanzaro, fosse stato messo a conoscenza delle presunte condotte persecutorie nei confronti della dipendente;

il terzo motivo è inammissibile poiché le condotte enunciate dalla ricorrente sono state esaminate dal giudice d’appello, che ha escluso, a seguito dell’istruttoria espletata, l’esistenza di molti episodi denunciati;

gli altri motivi di ricorso, da trattare congiuntamente, sono inammissibili poiché propongono una diversa valutazione dei fatti di causa rispetto a quella compiuta dal giudice del merito, ancorché proposti sub specie violazione di legge (Cass. n. 8758 del 04/04/2017, SU 34476 del 27/12/2019);

in base alle svolte argomentazioni il ricorso va complessivamente rigettato e le spese sono liquidate secondo soccombenza;

in considerazione della statuizione, sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.


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