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Carabinieri entrano in casa per un sospetto errato: è legittimo?

1 Novembre 2022 | Autore:
Carabinieri entrano in casa per un sospetto errato: è legittimo?

Se polizia e carabinieri fanno irruzione nel domicilio privato di un cittadino per errore o un sospetto infondato spetta il risarcimento? 

Polizia e carabinieri non possono entrare in casa del privato cittadino senza “mandato” del giudice. Il mandato non è necessario solo quando vi sia flagranza di reato (si pensi agli spari di pistola sentiti al di là della porta), quando vi è un fondato sospetto che, all’interno dell’abitazione, si nasconda un evaso, una persona ricercata per gravi reati di associazione mafiosa o vi siano droghe, armi, munizioni o esplosivi. 

Quali potrebbero essere invece le conseguenze legali se le autorità dovessero fare irruzione all’interno del domicilio privato per un sospetto rivelatosi poi infondato? È legittimo che i carabinieri entrino in casa altrui per errore? Avrebbe il cittadino diritto al risarcimento del danno? La questione è stata posta, proprio in questi termini, sul banco della Cassazione. 

In particolare, la Suprema Corte [1] si è trovata a decidere sulla richiesta di indennizzo presentata da una coppia di coniugi nei confronti del ministero della Difesa per aver subito un trauma psicologico a seguito di un fatto increscioso: alcuni agenti dell’arma dei carabinieri avevano fatto irruzione all’interno della loro casa ritenendo – per sbaglio – che sussistessero prove di un grave reato. Di qui la richiesta di risarcimento dei danni morali. Se in primo grado i ricorrenti hanno visto accogliere la propria istanza, in appello i giudici hanno capovolto l’esito della decisione: a loro dire, l’esito negativo della perquisizione non bastava a dimostrare che la scelta di eseguirla si era fondata su una colpa.

In terzo grado, la Cassazione ha tirato le fila del discorso e ha ricordato che:

  • non è ammissibile che le autorità – polizia e carabinieri – possano impunemente sbagliare quando si tratta di violare il domicilio altrui;
  • la perquisizione effettuata per colpa, ossia in mancanza dei requisiti legali, consente al cittadino di ottenere il risarcimento dei danni morali;
  • tuttavia, deve essere il cittadino a dimostrare in cosa consiste la colpa delle autorità: egli cioè ha l’onere della prova (invero particolarmente difficile), dovendo convincere il giudice del fatto che le autorità hanno agito con leggerezza e superficialità, potendo cioè – con l’ordinaria diligenza – rendersi conto in anticipo che i loro sospetti erano infondati. 

In sintesi, secondo la Cassazione, «commettere un errore non è di per sé indice di una condotta colposa. Un errore può essere tanto colpevole quanto incolpevole». Si pensi al caso di due poliziotti che sentano dei forti spari provenire da un appartamento e che, pertanto, ritenendo che si sia consumato un delitto, sfondino la porta quando invece si è trattato di una pistola a salve utilizzata per gioco. In tal caso parliamo sì di un errore, ma non certo determinato da un comportamento colpevole, bensì al contrario scrupoloso. Si pensi anche al caso di un poliziotto che, vedendo dei giovani su un balcone assumere sostanze stupefacenti (ad esempio marijuana) pretenda di salire in casa per vedere se, all’interno dell’appartamento, vi siano dosi superiori all’uso personale destinate allo spaccio. Anche in questo caso, l’indizio viene valutato in modo errato e la perquisizione – peraltro senza mandato – può ritenersi sbagliata, seppur dettata da un comportamento diligente. 

Insomma, una cosa è dire che la polizia o i carabinieri hanno sbagliato, un’altra è dire che hanno sbagliato per una loro colpa, non avendo cioè valutato correttamente la situazione. Solo in questo secondo caso, al cittadino spetta il risarcimento. E peraltro – qui l’aspetto più complicato – detto risarcimento spetta unicamente a patto che il privato fornisca la prova della colpa dell’agente e non solo del suo errore (errore peraltro già ravvisabile nel fatto che la perquisizione ha dato esito negativo). 

Dimostrare che un danno è stato causato “per errore” non basta, di per sé, ad assolvere anche l’onere della prova dell’esistenza di una colpa civile in capo a chi ha commesso quell’errore.


note

[1] Cass. civ., sez. VI – 3, ord., 26 ottobre 2022, n. 31633.

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. civ., sez. VI – 3, ord., 26 ottobre 2022, n. 31633

Presidente Cirillo – Relatore Rossetti

Fatti di causa

1. Nel 2012 Ab.Mi. e A.A. convennero dinanzi al Tribunale di Catanzaro il Ministero della difesa (si trascura in questa sede di dar conto della citazione di altri enti privi di soggettività giuridica) chiedendone la condanna risarcimento del danno.

A fondamento della domanda gli attori esposero che:

-) il 22 ottobre 2008, alle quattro del mattino, una squadra di Carabinieri, a volto coperto e armi in pugno, fecero irruzione nella loro abitazione, intimando loro perentoriamente di alzarsi e seguirli;

-) come si accerterà solo in seguito, l’irruzione nell’abitazione degli attori da parte dei Carabinieri era frutto di errore;

-) al momento dell’irruzione i Militi non si qualificarono immediatamente come appartenenti alle forze dell’ordine, ma lo fecero solo in un secondo momento;

-) l’accaduto aveva provocato un trauma psichico e morale ai due attori.

2. Il Ministero si costituì regolarmente negando che nella specie sussistesse il requisito della colpa civile.

3. Con sentenza 9 dicembre 2016 n. 59 il Tribunale di Catanzaro accolse la domanda.

La sentenza venne appellata dall’Amministrazione soccombente.

4. Con sentenza 28 febbraio 2020 n. 317 la Corte d’appello di Catanzaro accolse il gravame e rigettò la domanda.

Il giudice d’appello ritenne che:

-) la perquisizione nell’abitazione degli attori era stata compiuta da tre pattuglie scelte di Militi (appartenenti al Nucleo Operativo Radiomobile della Legione Carabinieri Calabria, allo Squadrone Eliportato Carabinieri Calabria ed al Nucleo Investigativo), ai sensi dell’art. 41 del Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza (R.D. 18.6.1931 n. 773), sul presupposto che nella abitazione degli attori fossero occultate armi;

-) la circostanza che la perquisizione diede esito negativo non bastava, di per sé, a dimostrare che la scelta di eseguirla fu colposa;

-) gli attori non solo non avevano provato, ma non avevano neanche allegato nell’atto introduttivo del giudizio per quali ragioni la condotta dei Carabinieri si sarebbe dovuta ritenere “colposa”, ai sensi e per i fini di cui all’art. 2043 c.c..

5. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da Ab.Mi. e A.A. , con ricorso fondato su un solo motivo.

Il Ministero della difesa ha resistito con controricorso.

Ragioni della decisione

1. Con l’unico motivo i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’”art. 360 c.p.c., comma 1, lett. a)” la violazione degli “artt. 13 e 14 Cost., e art. 41 TULPS”.

Al di là di tali riferimenti normativi, chiaramente non pertinenti, nella illustrazione del motivo si sostiene una tesi così riassumibile:

-) i Carabinieri eseguirono la perquisizione nella dimora degli odierni ricorrenti sulla base di meri sospetti;

-) eseguire una perquisizione domiciliare in base ad un mero sospetto è un atto illegittimo, in quanto presupposto della perquisizione è la sussistenza di oggettivi elementi indiziari;

-) nel caso di specie, il giudizio con cui la Corte d’appello ritenne “non provata nè allegata”, da parte degli attori, una condotta colposa da parte dei Carabinieri era smentito dal fatto che gli stessi militari riconobbero essersi trattato di un errore.

1.1. Il motivo è inammissibile per mancanza di decisività.

La sentenza d’appello si fonda infatti su due distinte rationes decidendi così riassumibili:

a) gli attori non avevano spiegato, nell’atto introduttivo del giudizio, in cosa fosse consistita la colpa dei Carabinieri;

b) gli attori non avevano provato l’esistenza di una condotta colposa dei Carabinieri.

Quando la sentenza si fonda su plurime rationes decidendi, tutte debbono essere contestualmente impugnate, per l’ovvia ragione che, impugnata una sola di esse, le restanti sarebbero comunque sufficienti a sorreggere la motivazione della sentenza d’appello.

Nel caso di specie i ricorrenti non hanno mosso alcuna censura avverso l’affermazione della Corte d’appello secondo cui nell’atto introduttivo del giudizio non venne “nemmeno allegata” la ragione per la quale la condotta dei Carabinieri dovesse ritenersi “colposa” per i fini di cui all’art. 2043 c.c..

Giusta o sbagliata che fosse tale valutazione della Corte d’appello, essa era comunque idonea a sorreggere la motivazione della sentenza, e quindi doveva essere impugnata con un motivo ad hoc.

1.2. Rileva in ogni caso il collegio, ad abundantiam, che commettere un errore non è di per sé indice d’una condotta colposa. Un errore può essere tanto colpevole quanto incolpevole, e dunque allegare che un danno aquiliano è stato causato “per errore” non basta, di per sé, ad assolvere anche l’onere di allegazione (e tanto meno di prova) dell’esistenza d’una colpa civile in capo a chi quell’errore commise.

1.3. Infine, nella parte in cui sostiene che gli elementi posseduti dai Carabinieri erano insufficienti a disporre una perquisizione notturna “a sorpresa”, il motivo è inammissibile in quanto censura un tipico giudizio di fatto riservato al giudice di merito, quale è lo stabilire se esista o non esista la prova della incolpevolezza d’un errore di fatto.

2. Le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 5, e sono liquidate nel dispositivo.

P.Q.M.

(-) dichiara inammissibile il ricorso;

(-) condanna Ab.Mi. e A.A. , in solido, alla rifusione in favore del Ministero della difesa delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 3.200, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2;

(-) ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.


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