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Marchi, verità e provenienza geografica

16 Febbraio 2016
Marchi, verità e provenienza geografica

Nomi riferiti a luoghi e a provenienza geografica: limiti nella scelta del marchio di un prodotto.

La scelta del nome di un marchio è libera, ma deve rispettare alcuni limiti imposti dalla legge, limiti che si estendono anche ai riferimenti geografici quando non sono veritieri. Ma facciamo un passo indietro.

I requisiti che deve avere un marchio per essere tutelabile e anche legittimo sono:

liceità: i segni o le parole che formano il marchio devono essere conformi alla legge, all’ordine pubblico e al buon costume.

È vietato utilizzare bandiere, stemmi o segni che possono essere confusi con altri protetti da convenzioni internazionali (l’emblema della Croce Rossa, il simbolo olimpico) ed è vietato anche l’uso di segni lesivi di un altrui diritto d’autore o di proprietà industriale o di altro diritto esclusivo di terzi;

originalità: Il marchio deve riuscire a distinguere il prodotto o il servizio dagli altri prodotti o servizi dello stesso genere presenti sul mercato e da qualsiasi segno idoneo a identificare quel tipo di prodotto o servizio, le sue qualità o la sua destinazione. La valutazione globale del rischio di confusione sotto il profilo della somiglianza deve fondarsi sull’impressione complessiva prodotta dai marchi, tenendo particolare conto dei loro elementi distintivi e dominanti, soprattutto se si tratta di marchi complessi.

Alla luce di ciò si distingue tra marchi forti (formati da espressioni di pura fantasia e dotati di forte capacità distintiva e, quindi, massimamente tutelati: si pensi alla parola Coca Cola) e marchi deboli (formati da singoli segni o da una combinazione di segni, dotati di capacità distintiva priva di una particolare forza individualizzante. Ad esempio, sono considerati deboli i marchi numerici; pertanto godono di una tutela meno intensa, in quanto è lecito introdurre sul mercato marchi simili con lievi modifiche, essendone esclusa la confondibilità);

novità: il marchio deve avere qualcosa di nuovo rispetto ai marchi o ai segni distintivi già presenti sul mercato, in modo da non creare confusione con quelli di altri prodotti o con i segni utilizzati da altre attività d’impresa.

verità: il marchio non deve contenere segni, figure o parole che possano trarre in inganno il pubblico (c.d. marchio decettivo), in particolare sulla provenienza geografica, sulla natura o sulla qualità dei prodotti o dei servizi della società.

Proprio alla luce del concetto di novità, è necessario non utilizzare denominazioni geografiche menzognere. I nomi geografici e, più in generale, il richiamo alla provenienza geografica possono risultare facilmente ingannevoli quando inducono il cliente medio a credere che il prodotto arrivi da una zona caratteristica, rinomata per la produzione di quel determinato prodotto. Ad esempio, non è veritiero un marchio del tipo “Campania Bella” apposto su una confezione di mozzarella prodotta in altra regione d’Italia; è veritiero il marchio “Parmacotto” in quanto la sede della società titolare del marchio ed il luogo di confezione dei prodotti cotti è nella provincia di Parma.

La confondibilità tra marchio e indicazione della provenienza geografica del prodotto può essere anche fonetica: così, per esempio, è stato ritenuto illegittimo perché fonte di confusione il marchio l’indicazione geografica “Kerry Spring”, utilizzata per contrassegnare bevande rinfrescanti prodotte con l’acqua della sorgente irlandese Kerry Spring. Altrettanto dicasi per il nome “Verlados” che richiamava il Cavados. Basta dunque una sola sillaba a far intervenire il divieto di commercializzazione.

Tuttavia, è possibile usare:

– un marchio geografico di fantasia;

– una parola che sia toponimo, ma che abbia anche altre funzioni semantiche, come “Terme di Saturnia”;

– una parola che descriva una zona interamente di proprietà del produttore;

– un marchio che consista nel vecchio nome della località.


note

Autore immagine: 123rf com


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