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Quoziente familiare: a chi conviene e quanto fa risparmiare?

2 Novembre 2022 | Autore:
Quoziente familiare: a chi conviene e quanto fa risparmiare?

Chi beneficerà del nuovo meccanismo che il Governo Meloni sta per varare? Di quanto si riduce l’Irpef? Cosa succede alle famiglie dove entrambi i coniugi lavorano? Chi ha più figli sarà favorito?

Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha lanciato l’idea del «quoziente familiare», un meccanismo per ridurre le tasse e, in particolare, l’Irpef. Oggi, una famiglia (con o senza figli) in cui entrambi i coniugi lavorano è penalizzata – nonostante le detrazioni fiscali previste – rispetto ad una in cui è soltanto uno dei membri della coppia a portare a casa i soldi, perché i due redditi fanno cumulo e così si applica l’aliquota prevista per gli scaglioni più elevati, che arriva al 43% se si superano i 50mila euro complessivi annui.

Meloni vuole compensare questo svantaggio con la formula: più siete in famiglia, meno tasse pagate (e qui i figli contano, perché rientrano nel carico familiare). In altre parole, il quoziente familiare è un correttivo fiscale che tiene conto del numero dei componenti della famiglia ai fini della tassazione del suo reddito.

Ogni quoziente è il risultato di una divisione, e quindi occorre vedere nel nostro caso quali fattori entrano in gioco. Il quoziente familiare divide il reddito complessivo della famiglia per il numero delle persone che la compongono: quindi, nel caso della classica famiglia nucleare, si considerano nel calcolo il coniuge ed i figli, più gli eventuali altri familiari conviventi e a carico.

Il quoziente fiscale aiuta le famiglie numerose

Il risultato della divisione, a prima vista, sembra positivo per i contribuenti: il carico fiscale diminuisce quanto più la famiglia è numerosa. Ad esempio, se un uomo single guadagna 60 mila euro lordi all’anno e viene tassato nella stessa misura di un uomo sposato e con due figli minori, la sperequazione è evidente: il marito ha molte spese in più da affrontare per mantenere moglie e figli in crescita e perciò, per ristabilire le corrette proporzioni, dovrebbe sopportare un carico fiscale minore.

Il quoziente familiare cerca di superare questo divario e arrivare ad una maggiore equità tributaria. Applicando la formula (che nel momento in cui stiamo scrivendo è solo teorica, perché il Governo non ha ancora varato il provvedimento), si ripartisce la tassazione in base al numero effettivo dei componenti del nucleo familiare anziché al solo contribuente che ha prodotto il reddito. Questo consente di collocare il reddito imponibile nello scaglione Irpef di fascia inferiore, quindi sottoposto a tassazione minore. Nell’esempio di prima, si paga di Irpef soltanto il 23% anziché il 43%, che su un reddito (o una somma di redditi dei membri  della famiglia) di 60mila euro fa un risparmio di 20 punti percentuali d’imposta, pari a 12mila euro: praticamente, mille euro al mese in più.

Se in una famiglia entrambi i membri della coppia lavorano (o sono pensionati), il quoziente familiare agisce al meglio e spiega la sua massima efficacia, perché opera prima sommando i redditi del nucleo familiare e poi, per fare la media, divide il risultato per il numero dei componenti produttori di reddito, che potranno entrambi beneficiare dell’aliquota d’imposta più bassa: quella che oggi non spetta al membro che guadagna di più.

Così le famiglie monoreddito non avranno dal quoziente fiscale nessun beneficio ulteriore rispetto ad ora, mentre i maggiori risparmi saranno ottenuti dalle famiglie in cui lavorano sia il marito sia la moglie, e dove di solito la retribuzione della donna è inferiore a quella dell’uomo: al di là dei principi sulla parità di genere, si sa che ancora oggi nella maggior parte dei casi le donne guadagnano meno degli uomini.

In ogni caso, le famiglie in cui entrambi i coniugi hanno redditi bassi non trarrebbero grossi vantaggi dall’applicazione del quoziente familiare, perché già scontano le aliquote Irpef minori, e se si collocano al di sotto del minimo fiscalmente imponibile, che attualmente si attesta attorno agli 8mila euro (sono i cosiddetti “incapienti fiscali”, che rientrano nella no tax area e dunque già non pagano l’Irpef), per loro il quoziente familiare sarebbe neutro, o addirittura dannoso, se con l’introduzione del nuovo sistema scomparissero le deduzioni attualmente previste per i carichi di famiglia (ma di questa ipotetica abolizione il Governo non ha parlato e dunque non dovrebbe rientrare nei suoi programmi).

Il quoziente fiscale favorisce le famiglie più ricche

Ovviamente, il meccanismo che riduce le aliquote d’imposta più elevate favorisce le famiglie con i redditi più alti, quelli da 50mila euro in su, dove l’eccedenza è tassata al 43%. Ad esempio, una famiglia con 100mila euro di reddito annuo subisce – senza considerare le deduzioni e detrazioni specifiche – un prelievo fiscale complessivo di quasi il 36%, e di quasi la metà per i “secondi” 50mila euro guadagnati (21.500 euro è l’imposta relativa alla parte di reddito compresa tra 50mila e 100mila euro).

Proprio qui emerge il punto debole del quoziente familiare: se venisse applicato in maniera secca, senza adeguati correttivi, soltanto i “ricchi” (per comodità di esposizione, consideriamo tali quelli che guadagnano molto più di 50mila euro annui) ne trarrebbero il maggior vantaggio, e questo non sarebbe equo. Inoltre, tutto questo disincentiverebbe il secondo lavoro – che nella maggior parte dei casi è quello femminile – perché, ad esempio, in una famiglia con un marito che percepisce uno stipendio alto alla moglie converrebbe stare a casa, dedicandosi al 100% alla famiglia (così risparmiando anche sulla colf, l’asilo nido e la baby sitter), sapendo che, grazie al quoziente familiare, il reddito del coniuge già viene tassato al minimo.

Infatti, il quoziente familiare non premia solo le famiglie ricche, ma anche quelle in cui c’è un notevole divario di redditi tra i due componenti della coppia che lavorano. Così una moglie in questa situazione viene ad essere incentivata ad essere casalinga anziché lavoratrice (a meno che non abbia un posto fisso, magari in una Pubblica Amministrazione, con tutte le ulteriori garanzie cui non conviene rinunciare).

Per evitare queste distorsioni, occorrerebbe introdurre dei meccanismi tali da compensare la riduzione unilaterale delle imposte e le penalizzazioni alla seconda attività lavorativa. L’esempio arriva dalla Francia, dove il quoziente familiare è in vigore dagli anni Cinquanta del secolo scorso (ed è interessante notare che fu introdotto proprio per favorire la natalità): i nostri cugini d’Oltralpe usano dei coefficienti di adeguamento per adattare il sistema al numero effettivo dei componenti del nucleo familiare, dando un maggior peso ai figli a partire dal terzo (che valgono un punto anziché 0,5, come i primi due).

D’altronde, in Italia, dal 2022 abbiamo già l’assegno unico per i figli, che potrebbe prestarsi bene allo scopo se venisse innestato nel nuovo quoziente familiare: ed infatti il presidente Meloni già sta pensando di rafforzarlo, aumentandolo del 50% fino a raggiungere 260 euro mensili per ogni figlio.



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