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Lo sai che? Licenziamento: il dipendente può offendere il datore ma solo in causa

Lo sai che? Pubblicato il 14 dicembre 2014

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> Lo sai che? Pubblicato il 14 dicembre 2014

Nessun reato o risarcimento del danno in caso di falsità ed espressioni sconvenienti negli atti giudiziari, ma solo se riguardano l’oggetto della causa.

“Non sono punibili le offese contenute negli scritti presentati nei procedimenti dinanzi all’Autorità giudiziaria, ovvero dinnanzi a un’Autorità amministrativa, quando le offese concernono l’oggetto della causa o del ricorso amministrativo”: a dirlo è il codice penale [1] e a ribadirlo, invece, la Corte di Cassazione in una recente sentenza [2].

In buona sostanza, il datore di lavoro non può adottare provvedimenti disciplinari (e, a maggior ragione, il licenziamento) nei confronti di un proprio dipendente solo perché questi, in una causa, abbia dichiarato delle falsità nei suoi confronti o si sia rivolto a questi in modo offensivo.

Tale condotta, infatti, è espressamente “giustificata” dalla legge e non può essere oggetto di contestazioni neanche sul piano disciplinare. Né può valere come presupposto per chiedere il risarcimento del danno nei confronti del lavoratore. E ciò vale anche se i fatti o i comportamenti attribuiti al datore di lavoro sono descritti con espressioni sconvenienti ed offensive. In pratica, la reputazione – che di per sé stessa è tutelata dalla nostra legge – subisce una “compressione” quando si è davanti a un’aula di tribunale.

Ripetendo le parole della Suprema Corte, allora, dovremo ammettere che, per il nostro ordinamento, non costituisce illecito disciplinare, né fattispecie che potrebbe giustificare un risarcimento per danno ingiusto, l’attribuire al proprio datore di lavoro – in uno scritto difensivo di carattere processuale – atti o fatti non corrispondenti al vero e/o con espressioni sconvenienti e offensive, purché concernenti in modo diretto l’oggetto della causa.

L’unica difesa che potrebbe attivare il datore di lavoro è appellarsi alla norma del codice di procedura civile [3] che disciplina le espressioni sconvenienti e offensive nelle cause civili. Tale norma stabilisce solo un diritto, per la parte offesa, di chiedere al giudice che l’espressione sconveniente sia cancellata dagli atti di causa (eventualmente si può chiedere il risarcimento del danno non patrimoniale solo se le espressioni offensive non riguardano l’oggetto della causa).

Dunque, condizione affinché possa scattare la scriminante in oggetto, e la non punibilità del dipendente “focoso”, è necessario che le frasi considerate diffamatorie riguardino, in modo diretto e immediato, l’oggetto della controversia su cui sta decidendo il giudice.

Secondo la Corte, tale scriminate si applica anche ai giudizi civili. Con la conseguenza che non è sanzionabile, in alcun modo, neanche sul piano disciplinare, la condotta del lavoratore che offenda il datore in giudizio.

Non può integrare giusta causa di licenziamento il contenuto di una memoria difensiva depositata da un lavoratore per resistere in un giudizio instaurato nei suoi confronti dal datore di lavoro, sebbene essa contenga espressioni sconvenienti od offensive.

note

[1] Art. 598 co. 1, cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 26106/14 dell’11.12.2104.

[3] art. 89 cod. proc. civ.

Autore immagine: 123rf com


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