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Quanto tempo ha il lavoratore per impugnare il licenziamento?

4 Novembre 2022 | Autore:
Quanto tempo ha il lavoratore per impugnare il licenziamento?

Termine di decadenza per la contestazione del licenziamento scritto o verbale: modalità per l’impugnazione stragiudiziale e giudiziale. 

Per impugnare il licenziamento il lavoratore deve rispettare dei termini perentori prestabiliti dalla legge. Un ritardo anche di un solo giorno determina ciò che tecnicamente si chiama “decadenza” ossia la perdita del diritto ad opporsi al licenziamento stesso, anche se palesemente illegittimo. In un solo caso, come vedremo a breve, non c’è obbligo di rispettare i termini: quando il licenziamento viene manifestato verbalmente (e non – come invece la legge impone – per iscritto). È quindi bene sapere quanto tempo ha il lavoratore per impugnare il licenziamento, ossia conoscere quanti giorni ci sono per opporsi alla decisione del datore di risolvere il contratto e, soprattutto, le relative modalità. Ma procediamo con ordine.

Termini per impugnare il licenziamento

In linea generale, il lavoratore ha 60 giorni di tempo per impugnare il licenziamento. Ma questa affermazione va meglio specificata.

L’impugnazione del licenziamento si struttura in due fasi:

  • una prima fase “stragiudiziale”, rappresentata da una lettera che il dipendente invia al datore di lavoro comunicandogli l’intenzione di opporsi al licenziamento;
  • una seconda fase “giudiziale”, che inizia con il deposito di un ricorso in tribunale e con la successiva notifica dello stesso all’azienda.

Ciascuna di queste fasi deve rispettare dei termini di decadenza che vedremo qui di seguito:

  • entro 60 giorni dal ricevimento della lettera di licenziamento, il dipendente deve spedire la raccomandata a.r. o la Pec al datore di lavoro contenente la volontà di impugnare il licenziamento. Fa fede la data di spedizione della lettera e non quella (successiva) in cui il postino la consegna al datore di lavoro;
  • entro 180 giorni dalla data di spedizione della predetta lettera, il lavoratore deve – tramite il proprio avvocato – depositare in tribunale il ricorso contro l’azienda o deve comunicare alla controparte l’eventuale richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato.

Il mancato rispetto di uno qualsiasi di questi termini comporta la decadenza dal diritto di contestare il licenziamento che, pertanto, diventa definitivo con conseguente sanatoria di eventuali vizi.

Quanto alla lettera di contestazione – che, come detto, va spedita entro 60 giorni da quando il dipendente ha ricevuto la comunicazione di licenziamento – questa non deve specificare necessariamente i motivi di opposizione, potendo essere generica. Al contrario, il ricorso deve indicare analiticamente tutti i vizi del provvedimento del datore di lavoro, allegare ogni documentazione necessaria ai fini istruttori e richiedere l’acquisizione di ulteriori prove (ad esempio, l’audizione di testimoni). 

Dopo il deposito del ricorso in tribunale, il giudice emette un decreto con la data di fissazione dell’udienza. L’avvocato che assiste il lavoratore dovrà, a quel punto, chiedere copia autentica del ricorso e del decreto per poi notificarli al datore di lavoro. 

Se la conciliazione o l’arbitrato richiesti sono rifiutati dalla controparte o non viene raggiunto l’accordo necessario al relativo espletamento, il ricorso al giudice deve essere depositato a pena di decadenza entro 60 giorni dal rifiuto o dal mancato accordo.

Impugnazione licenziamento orale

Il licenziamento deve essere scritto a pena di nullità. La giurisprudenza ha ritenuto sufficiente anche l’invio di una email o di un sms se vi è prova della lettura, cosa che avviene, ad esempio, quando il dipendente ne diffonda il contenuto ad altri colleghi o si oppone al licenziamento, con ciò tacitamente ammettendo di aver preso visione della comunicazione. 

Se invece il licenziamento avviene in forma verbale, il dipendente non è tenuto a inviare la lettera di contestazione nei 60 giorni, ragion per cui non deve rispettare neanche il successivo termine di 180 giorni, il decorso del quale – come abbiamo visto – è ancorato all’invio della lettera di impugnazione. Resta tuttavia fermo il termine di prescrizione di 5 anni da quando è cessato il rapporto di lavoro.

Come si contesta il licenziamento?

Abbiamo detto che il primo passo che il dipendente deve muovere per impugnare il licenziamento è inviare al datore di lavoro, entro 60 giorni, la lettera di contestazione. Se la comunicazione dell’impugnazione viene spedita con lettera raccomandata entro 60 giorni, si intende effettuata nei termini anche se è ricevuta dal datore di lavoro in un momento successivo.

La lettera può essere scritta dal lavoratore medesimo o, su sua delega (che deve figurare per iscritto sulla stessa lettera), dal suo avvocato o da un sindacalista.

La lettera di contestazione però non è necessaria: il dipendente potrebbe direttamente depositare il ricorso in tribunale. Tuttavia, se il primo atto con cui il lavoratore impugna il licenziamento è un ricorso giudiziale, per evitare la decadenza non è sufficiente il solo deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale ma è necessaria anche la notifica al datore di lavoro.

Termine per il deposito del ricorso in tribunale contro il licenziamento

Come si è detto, il termine di decadenza per il deposito del ricorso in tribunale è di 180 giorni. Ma tale termine cambia a seconda delle ipotesi:

  • se il datore di lavoro rifiuta esplicitamente la richiesta di conciliazione e arbitrato promossa dal lavoratore, si applica il termine di 60 giorni;
  • se la procedura di conciliazione o arbitrato promossa dal lavoratore è accettata dal datore, ma si conclude con un mancato accordo, opera il termine di 180 giorni e non quello di 60;
  • se, una volta accettata la proposta di conciliazione o arbitrato, la controparte non deposita la propria memoria di difesa, allo spirare dei 20 giorni per il deposito di quest’ultima, la procedura si ha per non accettata, e dunque opera il successivo termine di 60 giorni per il deposito del ricorso in tribunale.

note

[1] Cass. 21 marzo 2019 n. 8026; Cass. 6 marzo 2019 n. 6547.

Autore immagine: depositphotos.com


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