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Soccombenza reciproca: chi paga le spese di lite?

5 Novembre 2022 | Autore:
Soccombenza reciproca: chi paga le spese di lite?

Quando il giudice può o non può disporre la compensazione totale o parziale delle spese legali: la Cassazione a Sezioni Unite definisce i criteri.

La spietata legge della vita dice che chi perde paga. Ma è sempre vero? No. Sappiamo bene che molte volte non è così, e il soccombente riesce a rimanere indenne, in tutto o in buona parte, dalle conseguenze negative della battaglia, anche quando era stato lui stesso a provocarla. Invece nel mondo giuridico, e specialmente in ambito processuale, le cose funzionano – o dovrebbero funzionare – diversamente: esiste una regola, detta della soccombenza, in base alla quale chi ha perduto la causa deve rifondere al suo avversario vittorioso le spese legali che egli ha sostenuto nel processo. Ma questa norma non è rigida ed assoluta, e scopre il fianco a casi particolari, nei quali la sua applicazione è molto incerta. In particolare, quando c’è soccombenza reciproca, chi paga le spese di lite?

Regola della soccombenza: come funziona?

La regola della soccombenza è prevista dall’art. 91 del Codice di procedura civile, che sancisce questo principio: «Il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquida l’ammontare insieme con gli onorari di difesa».

Soccombenza reciproca: quando si verifica?

La formulazione netta della norma non dovrebbe lasciare adito a dubbi: è detto chiaro che chi perde paga, e precisamente deve rimborsare il vincitore dei vari costi legali e processuali sostenuti; ma nei concreti casi giudiziari non sempre c’è una soccombenza piena e totale di una parte nei confronti dell’altra. Ad esempio, chi ha domandato il pagamento di una somma pari a 10mila euro potrà vedersi riconoscere, alla fine della causa, soltanto la metà di quella cifra. E allora subentra un’altra regola: quella della soccombenza reciproca.

La soccombenza reciproca avviene quando le parti in causa vengono sconfitte in alcune delle rispettive domande che avevano proposto l’una contro l’altra (nell’esempio appena fatto sopra: Tizio ha chiesto 10mila euro, Caio ha replicato di non dover pagare nulla, il giudice ha riconosciuto che Tizio deve pagare qualcosa ma non l’intero ammontare domandato da Tizio). È un risultato impossibile da ottenere nelle competizioni sportive, dove c’è sempre e soltanto un unico vincitore o, mal che vada, si pareggia: ma in un processo civile questo “pareggio” è il risultato di una doppia sconfitta di entrambe le parti, perché nessuna è riuscita ad ottenere la ragione piena. E la bilancia della giustizia può propendere maggiormente in favore di una delle due parti, come avviene quando, ad esempio, un risarcimento dei danni viene accolto nella misura dell’80% dell’importo richiesto.

Soccombenza reciproca e compensazione delle spese

Insomma, in questa situazione, nessuno esce bene dalla battaglia giudiziaria compiuta; ma, una volta che la causa si è svolta in tutti i vari gradi di giudizio, bisogna accettarne l’esito. E al momento di tirare le somme e fare i conti, bisogna stabilire chi deve essere condannato al pagamento delle spese ed in quale misura. L’art. 92 del Codice di procedura civile disciplina questa ipotesi così: «Se vi è soccombenza reciproca ovvero nel caso di assoluta novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti, il giudice può compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero».

Tecnicamente, ciò si verifica quando vengono rigettate sia la domanda principale proposta dall’attore (colui che agisce nel processo) sia quella formulata, in via riconvenzionale, dal convenuto (colui che si difende e reagisce) per opporsi e chiedere qualcosa di più o di diverso. Ma si ravvisa la soccombenza reciproca anche nei casi in cui soltanto alcune delle domande proposte dall’attore e/o dal convenuto vengono accolte, o quando – come spesso avviene – una singola domanda è articolata in più capi e alcuni di essi vengono respinti. Il Codice non prevede queste ipotesi, ed è intervenuta la giurisprudenza a colmare la lacuna, come ti spieghiamo nel paragrafo seguente.

Soccombenza reciproca parziale: c’è compensazione?

Ci sono volute le Sezioni Unite della Corte di Cassazione per chiarire, in un recente intervento [1], che l’accoglimento in misura ridotta di una domanda giudiziaria non dà luogo a reciproca soccombenza: infatti in tal caso la parte che la subisce si è limitata a resistere all’azione avversaria. Invece la reciproca soccombenza – secondo la Suprema Corte – si verifica quando si è «in presenza di una pluralità di domande contrapposte formulate nel medesimo processo tra le stesse parti»; oppure anche «in caso di parziale accoglimento di una domanda articolata in più capi» e nella quale, quindi, si richiede al giudice di pronunciare diverse e plurime statuizioni, alcune delle quali vengono accolte ed altre, invece, respinte.

La conseguenza di questa impostazione è scontata: la parte vittoriosa non può essere mai condannata al pagamento delle spese legali e processuali in favore della parte soccombente, ma in caso di soccombenza reciproca è consentita la compensazione delle spese, che potrà essere totale, in caso di sconfitta integrale, o soltanto parziale in base al grado di effettiva soccombenza riscontrata in relazione alle varie domande formulate e non accolte dal giudice.

In pratica, non è mai facile determinare il livello di soccombenza reciproca, ed anche per questo motivo la liquidazione delle spese è affidata al giudice. Per questo le Sezioni Unite offrono un criterio che circoscrive le ipotesi di soccombenza reciproca a quelle che abbiamo indicato, e fornisce – si legge in sentenza – «una regola di facile e pronta applicazione, per evitare incertezze operative». Il Collegio sa bene che molte sentenze vengono impugnate non per quanto attiene il merito della decisione, bensì proprio nel punto relativo alla liquidazione delle spese di giudizio, e così ha voluto fornire una regola per prevenire questa eccessiva dilatazione dei tempi processuali, che potrebbe violare il principio di ragionevole durata del processo sancito dall’articolo 111 della Costituzione.


note

[1] Cass. S.U. sent. n. 32061/2022 del 31.10.2022.


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