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Dire scemo è ingiuria e oltraggio?

15 dicembre 2014


Dire scemo è ingiuria e oltraggio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 dicembre 2014



Irrilevante il richiamo all’abitudine a un linguaggio volgare, che, comunque, non toglie valenza negativa a determinate parole.

 

Nel linguaggio comune, dare dello “scemo” a una persona implica, in sé, l’attribuzione di un concetto negativo e dispregiativo. Pertanto, almeno secondo una sentenza [1] della Cassazione di questa mattina, in tali casi scatta il reato di ingiuria (e/o di oltraggio se la controparte è un pubblico ufficiale). Davvero strano: perché la stessa Corte, più volte, aveva in passato ritenuto che il “vaffa…”, in quanto terminologia entrata nel lessico comune, non implica invece il procedimento penale. Insomma, se la parolaccia è legale, la parola prevista nella “Treccani” non lo sarebbe affatto. Che i buoni consigli impartitici dai nostri genitori non siano stati poi così tanto “buoni”?

La Cassazione dovrà darci una spiegazione del perché di questa sentenza. O meglio, la spiegazione c’è e si legge nelle motivazioni che, per gli increduli, riportiamo integralmente al termine di questo articolo. Fatto sta che è il suo lunatico orientamento a spiazzare, quando non a spaventare. Perché, a questo punto, la stessa funzione di certezza del diritto, che proprio la Suprema Corte dovrebbe garantire, è dalla stessa contraddetta, quando non calpestata.

Scemo, più scemo

Il linguaggio si modifica, i film e la televisione mandano in onda gesti e parole un tempo ritenute estremamente forti e oggi, invece, quasi nella norma. Eppure secondo qualche giudice, il tempo non passa per le buone maniere.

Forse perché oggetto dell’ingiuria, nel caso di specie, era un pubblico ufficiale? Chi lo sa. Di certo, non dovrebbe essere questo a connotare di diverso significato una parola che il vocabolario italiano definisce come “aggettivo qualificativo identificativo di soggetto scarso d’intelligenza, stupido, sciocco”. Né a far dimenticare i giudici che, in tutto il panorama delle offese, forse la parola “scemo” (o “sciocco”, che, a questo punto, in quanto sinonimo, è anch’essa a serio rischio) è tra le più utilizzate e comunemente accettate, perché meno lesiva dell’altrui decoro.

Proprio per questo, l’uomo condannato dal Giudice di pace per il “reato di oltraggio”, per aver detto “scemo” a un vigile, si era rivolto ai giudici della Cassazione affinché cancellassero la condanna. E invece, anche in ultimo grado la sorpresa. Obiezione respinta. I giudici del “Palazzaccio” hanno confermato la condanna, ricordando che le frasi volgari e offensive sono idonee a integrare gli estremi del reato di ingiuria e/o oltraggio anche se siano divenute di uso corrente in particolari ambienti, perché l’abitudine al linguaggio volgare e genericamente offensivo, proprio di determinati ceti sociali, non toglie alle dette frasi la loro obiettiva capacità di ledere, in questo caso, il prestigio del pubblico ufficiale, con danno della pubblica amministrazione da esso rappresentata.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 10 novembre – 15 dicembre 2014, n. 52082

Presidente Dubolino – Relatore Demarchi Albengo

Ritenuto in fatto

P.D., imputato dei reati di cui agli articoli 612 e 594 del codice penale, commessi nei confronti di Perugini Francesco, è stato condannato dal giudice di pace di Ancona per il reato di ingiuria ed assolto per quello di minaccia.

Contro la predetta sentenza propone ricorso per cassazione l’imputato per erronea applicazione di legge, nonché vizio di motivazione, in merito al riconoscimento della fattispecie delittuosa di cui all’articolo 594 cod. pen.; la motivazione sarebbe contraddittoria perché la condanna si fonda sulle dichiarazioni della persona offesa che sono state ritenute inattendibili per quanto riguarda il reato di cui all’articolo 612 cod. pen.. Lamenta, poi, che non sia stata ritenuta la scriminante della provocazione e contesta che il termine “scemo” abbia valenza ingiuriosa ai sensi della legge penale.

Considerato in diritto

Il ricorso é infondato; per quanto riguarda la prima censura, è sufficiente precisare che la valutazione frazionata dell’attendibilità del teste persona offesa è stata giustificata con il fatto che sull’ingiuria – intesa come dato di fatto oggettivo – vi è stata l’ammissione dell’imputato, mentre per quanto riguarda le minacce non vi è stato alcun riscontro.

Quanto alla concessione della scriminante della provocazione, non può certo ritenersi tale il mancato raggiungimento di un accordo transattivo, di cui peraltro non si dice nemmeno a chi dei due contendenti sia addebitabile e per quale motivo (rendendo, pertanto, sul punto il ricorso aspecifico).

Infine, quanto alla natura ingiuriosa della parola “scemo”, occorre ricordare che Le frasi volgari e offensive sono idonee a integrare gli estremi del reato (di oltraggio) anche se siano divenute di uso corrente in particolari ambienti perché l’abitudine al linguaggio volgare e genericamente offensivo proprio di determinati ceti sociali non toglie alle dette frasi la loro obiettiva capacità di ledere il prestigio del pubblico ufficiale, con danno della pubblica amministrazione da esso rappresentata (nella fattispecie era stata ritenuta oltraggiosa la frase “vieni qui scemo, cretino”; cfr. Sez. 6, n. 6431 del 25/02/1989, CATALDI, Rv. 181175).

Ne consegue che il ricorso deve essere rigettato; ai sensi dell’art. 616 c.p.p., con il provvedimento che rigetta il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

note

[1] Cass. sent. n. 52082/14 del 15.12.14.

Autore immagine: 123rf com

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