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Revocatoria della vendita di immobile: la banca può citare solo la moglie o il marito


Revocatoria della vendita di immobile: la banca può citare solo la moglie o il marito

> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 dicembre 2014



Litisconsorzio non necessario: non c’è necessità di integrare il contraddittorio nel caso in cui venga citato solo uno dei due coniugi.

Se la banca esperisce un’azione revocatoria di un bene venduto o inserito nel fondo patrimoniale, può limitarsi a citare in giudizio anche solo uno dei due coniugi in regime di comunione dei beni. Non opera, in questi casi, quello che i giuristi chiamano “litisconsorzio necessario” (ossia la necessaria presenza di più soggetti all’interno della causa perché questa possa procedere correttamente secondo le regole del codice di procedura civile).

Infatti, l’azione revocatoria non determina l’effetto di restituire un bene o di trasferirne la proprietà, ma comporta solo l’inefficacia relativa dell’atto (la vendita del bene o la costituzione del fondo patrimoniale) rispetto al creditore. Tutti gli altri effetti dell’atto restano invece validi.

A dirlo è una recente sentenza della Cassazione [1].

Nessun litisconsorzio necessario

La giurisprudenza ha più volte chiarito che, qualora uno dei coniugi, in regime di comunione legale dei beni, abbia da solo acquistato o venduto un bene immobile da ritenersi oggetto della comunione, il coniuge rimasto estraneo alla formazione dell’atto è litisconsorte necessario in tutte le controversie in cui si chieda al giudice una pronuncia che incida direttamente e immediatamente sul diritto di proprietà. Al contrario, non è litisconsorte necessario in quelle cause in cui si chieda una decisione che incide direttamente e immediatamente sulla validità ed efficacia del contratto. Tale è l’ipotesi dell’azione revocatoria poiché essa non determina alcun effetto restitutorio né traslativo, ma comporta l’inefficacia relativa dell’atto rispetto al creditore, senza caducare, ad ogni altro effetto, l’atto di alienazione.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 23 ottobre – 12 dicembre 2014, n. 26168

Presidente Segreto – Relatore Spirito

 

Svolgimento del processo

La Banca Popolare dell’Irpinia, creditrice dello Z. per la restituzione di un finanziamento, citò in giudizio il debitore per ottenere la revocatoria degli atti con i quali quest’ultimo aveva trasferito un cespite immobiliare in favore di sua sorella Z. A.M. ed altro cespi­te in favore di I.F..

Il Tribunale di Benevento accolse la domanda con sentenza poi confermata dalla Corte d’appello di Napoli.

Propone ricorso per cassazione I.F. attraverso due motivi. Si difende con controricorso la Banca della Campa­nia (già Banca Popolare dell’Irpinia).

Motivi della decisione

Attraverso il 1° motivo (violazione artt. 177 e 102 c.p.c.) la ricorrente sostiene che il contraddittorio non sia integro, siccome la Banca avrebbe dovuto citare in giudizio anche il marito della Izzo, la quale acquistò il bene in re­gime di comunione legale.

Il motivo è infondato. Basti citare in proposito il princi­pio giurisprudenziale in ragione del quale, qualora uno dei coniugi, in regime di comunione legale dei beni, abbia da solo acquistato o venduto un bene immobile da ritenersi oggetto della comunione, il coniuge rimasto estraneo alla formazione dell’atto è litisconsorte necessario in tutte le controversie in cui si chieda al giudice una pronuncia che incida direttamente e immediatamente sul diritto dominicale, mentre non può ritenersi tale in quelle controversie in cui si chieda una decisione che incide direttamente e immediatamente sulla validità ed efficacia del contratto. Pertanto, in riferimento all’azione revocatoria, esperita ai sensi dell’art. 290 cod. civ., non sussiste un ipotesi di litisconsorzio necessario, poiché detta azione non determina alcun effetto restitutorio né traslativo, ma com­porta l’inefficacia relativa dell’atto rispetto al creditore, senza caducare, ad ogni altro effetto, l’atto di alie­nazione. (Cass. n. 2082/13 ed in origine SU n. 9660/09).

Il secondo motivo (violazione artt. 2901, 2704 e 2729, vizi della motivazione, violazione art 116 c.p.c.) è in parte inammissibile ed in parte infondato. E’ inammissibile lad­dove la ricorrente prospetta una serie di questioni di fatto tendenti a conseguire dalla Corte di legittimità una nuova e differente valutazione degli elementi probatori emersi in ordine alla accertata sussistenza della consapevolezza, da parte della ricorrente stessa, di arrecare pregiudizio agli interessi del creditore. E’ infondato laddove lamenta violazione di legge e vizi della motivazione, posto che il giudice del merito s’è rigorosamente attenuto ai principi giurisprudenziali in materia ed ha espresso il suo giudizio mediante motivazione logica e congrua. A riguardo basti citare Cass. n. 15257/04, a mente della quale il presupposto soggettivo dell’azione revocatoria, che nell’ipotesi di atto successivo al sorgere del credito è costituito dalla scientia fraudis, può essere dimostrato anche con il ricorso a presunzioni e l’apprezzamento espresso al riguardo dal giudice del merito è insindacabile in sede di legit­timità se congruamente motivato.

In conclusione, il ricorso deve essere respinto, con con­danna della ricorrente a rivalere la controparte delle spese sopportate nel giudizio di cassazione.

 

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi E 5200,00 (cinquemiladuecento/00), di cui E 200,00 (duecento/00) per spese, oltre spese generali ed ac­cessori di legge.

note

[1] Cass. sent. n. 26168/14 del 12.12.2014.

Autore immagine: 123rf com

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