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Assegni postdatati e scoperti: è truffa

16 dicembre 2014


Assegni postdatati e scoperti: è truffa

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 dicembre 2014



Costituisce elemento di artificio o raggiro, la condotta di consegnare in pagamento, all’esito di una transazione commerciale, un assegno di conto corrente bancario postdatato, contestualmente fornendo al prenditore rassicurazioni circa la disponibilità futura della necessaria provvista finanziaria, onde ottenere la credibilità da parte dell’altro contraente, sì da indurlo in errore sulla consistenza patrimoniale ed economica della controparte.

Non finiscono i chiarimenti della Cassazione sulla condotta di chi emette assegni postdatati. Abbiamo spiegato, negli scorsi giorni:

– se l’emissione di assegni postdatati è lecita o meno e se l’incasso prima del tempo è possibile (leggi: “Assegno postdatato: si può portare all’incasso e pagare prima?”);

– e in quale momento, in caso di consegna di un assegno postdatato, il debitore si considera definitivamente adempiente e, quindi, liberato dall’obbligazione (leggi: “Si considera valido il pagamento con un assegno postdatato?”).

Oggi, invece, affrontiamo il caso di chi consegni, in pagamento di un debito, un assegno di conto corrente bancario postdatato, fornendo al prenditore rassicurazioni circa la disponibilità futura della necessaria disponibilità delle somme, ma, in verità, inducendolo in errore sulle sue consistenze patrimoniali.

In questi casi, far credere a qualcuno di avere la possibilità di adempiere a una obbligazione, falsando la realtà, costituisce – secondo una sentenza di ieri della Cassazione [1] – una truffa. E pertanto, l’autore di tale condotta è passibile di querela e, conseguentemente, di un procedimento penale.

La vicenda

Nel caso di specie, è stato dichiarato responsabile per truffa un uomo che aveva acquistato da una ditta delle merce, consegnando, a fronte di ciò, degli assegni postdatati risultati poi privi di provvista.

Artifizio e raggiri

La Suprema Corte ricorda che scatta il delitto di truffa solo quando vi è un inganno nei confronti della controparte, ossia l’agente deve aver posto in essere degli artifici o raggiri. Dunque, la semplice consegna di assegni postdatati non integra la truffa. Ma quando a tale consegna si accompagnano anche le rassicurazioni, fornite dal debitore al prenditore dell’assegno, circa la disponibilità futura delle necessarie somme in conto, allora sì che c’è l’inganno. In pratica, il debitore non sta facendo altro che carpire la credibilità da parte dell’altro contraente, sì da indurlo in errore sulla propria consistenza patrimoniale ed economica [3].

In tali casi, scatta allora il reato di truffa. Potrebbe anche ravvisarsi l’ipotesi del diverso delitto di insolvenza fraudolenta (leggi “Chi non paga i debiti andrà in carcere”).

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 21 novembre – 15 dicembre 2014, n. 52021

Presidente Cammino – Relatore Lombardo

Ritenuto in fatto e in diritto

I.G. ricorre per cassazione – a mezzo del suo difensore – avverso la sentenza della Corte di Appello di Lecce, che ha confermato la pronuncia dei Tribunale di Brindisi, con la quale è stato condannato alle pene di legge per il delitto di truffa in danno della ditta “Salumi Di Palma”, in relazione all’acquisto di merce per un valore di oltre 23.000,00 euro – per conto della ditta “General Fato” s.r.l. e della ditta individuale L.A.R. – con assegni postdatati risultati privi di provvista.

Deduce il vizio della motivazione della sentenza impugnata con riferimento alla ritenuta responsabilità in ordine al reato ascritto. Deduce, in particolare, che la mera consegna di assegni bancari scoperti non costituisce il reato di truffa in mancanza di artifici o raggiri; che l’imputato non fece altro che acquistare la merce per conto delle ditte che rappresentava, senza sapere se gli assegni fosse scoperti o meno; che egli non avrebbe avuto alcun vantaggio patrimoniale dalla vicenda.

Le censure sono manifestamente infondate.

Va premesso che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione per discostarsi, integra il delitto di truffa, perché costituisce elemento di artificio o raggiro, la condotta di consegnare in pagamento, all’esito di una transazione commerciale, un assegno di conto corrente bancario postdatato, contestualmente fornendo al prenditore rassicurazioni circa la disponibilità futura della necessaria provvista finanziaria, onde ottenere la credibilità da parte dell’altro contraente, sì da indurlo in errore sulla consistenza patrimoniale ed economica della controparte (Sez. 2, n. 28752 del 18/06/2010 Rv. 247866; Sez. 2, n. 9032 del 04/05/1984 Rv. 166285).

Nel caso di specie, la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione di tale principio, ritenendo che l’imputato abbia posto in essere i raggiri integranti il delitto di truffa, con l’assicurare alla p.o. la copertura degli assegni; con l’affermare che il di lui figlio era un finanziere; col consegnare come primi assegni alla p.o. quelli di pertinenza della ditta General Fato s.r.l., che – essendo di nuova costituzione – non aveva assegni protestati; ciò che ha indotto l’imprenditore ad accettare ulteriori assegni, quelli della ditta L..

Inoltre, la Corte di Appello ha sottolineato la piena disponibilità di blocchetti di assegni già firmati da parte dell’imputato; il fatto che egli decise di volta in volta di postdatarli, dimostrando così di essere consapevole della mancanza di provvista; il fatto, infine, che tutti gli assegni, anche quelli emessi per il pagamento della merce destinata alla ditta General Fato, fossero comunque tratti sul conto bancario della di lui cognata L.A.M.

La motivazione dei giudici di merito è esente da vizi logici e giuridici, sicché deve escludersi tanto la mancanza quanto la manifesta illogicità della motivazione, vizio quest’ultimo che, per essere deducibile nel giudizio di cassazione, deve essere «di macroscopica evidenza», «percepibile “ictu oculi”» (cfr. Cass., sez. un., n. 24 del 24.11.1999 Rv 214794; Sez. un., n. 47289 del 24/09/2003 Rv. 226074), ciò che – nel caso di specie – deve senz’altro escludersi.

Manifestamente infondata è anche la doglianza con la quale si deduce la mancanza di alcun vantaggio patrimoniale da parte dell’imputato, in quanto la norma incriminatrice dell’art. 640 cod. pen. non richiede che dalla condotta derivi un vantaggio patrimoniale per il reo, essendo sufficiente che derivi un ingiusto profitto ad altri; e ciò, senza considerare che l’I. era comunque il legale rappresentante della ditta General Fato s.r.l.

Il ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e – considerati i profili di colpa – della sanzione pecuniaria determinata equitativamente come in dispositivo.

L’inammissibilità del ricorso preclude il rilievo della eventuale prescrizione maturata successivamente alla sentenza impugnata (cfr. Cass., Sez. Un., n. 23428 del 22/03/2005 Rv. 231164; Sez. Un., n. 32 del 22/11/2000 Rv. 217266).

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di mille euro alla Cassa delle ammende.

note

[1] Art. 640 cod. pend.

[2] Cass. sent. n. 52021 del 15.12.2014.

[3] Cass. sent. n. 28752/2010.

Autore immagine: 123rf com

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