HOME Articoli

Editoriali Tutela del diritto d’autore estesa da 50 a 95 anni

Editoriali Pubblicato il 14 gennaio 2010

Articolo di




> Editoriali Pubblicato il 14 gennaio 2010

La tutela dei diritti di sfruttamento economico di un’opera è stata allungata dagli attuali 50 anni a 95 anni: gli svantaggi per il consumatore.

Lo scorso 12 febbraio, la Commissione Giuridica della Comunità Europea ha approvato la proposta di legge che estende il termine di protezione dei diritti d’autore delle case discografiche, artisti, interpreti ed esecutori.

Si vuole così portare, da 50 a 95 anni dalla pubblicazione dell’opera, la durata dei diritti di sfruttamento economico dell’opera stessa, spettanti ai produttori, autori o esecutori.

Per comprendere il funzionamento della nuova disciplina, è necessario ricordare cosa sia il copyright.

Il copyright è un monopolio che funziona per un periodo di tempo limitato. Al fine di incoraggiare il processo creativo degli artisti, la legge tutela le opere contro il plagio e ne garantisce la remunerazione in caso di riproduzione in pubblico. Tuttavia, una volta scaduto il termine di protezione, la collettività ha accesso al proprio patrimonio culturale, potendo così utilizzare e diffondere, senza limitazioni di sorta, l’opera prima tutelata. Per tale ragione non si deve più pagare alcun diritto per eseguire una sonata di Mozart, recitare una commedia di Shakespeare o leggere una pagina di Tolstoj.

Ebbene, la nuova proposta legislativa ha il dichiarato intento di migliorare le condizioni di vita degli artisti, che sempre più spesso – con l’innalzamento dell’età media – sopravvivono alle loro opere e, quindi, al periodo entro cui esse sono protette. Con la riforma, l’estensione della protezione colmerebbe la lacuna di reddito cui gli autori sono esposti al raggiungimento del limite di tutela del copyright: limite che, con una certa approssimazione, sopraggiunge al settantacinquesimo anno di età, se si considera che, normalmente, l’età nella quale si realizza una maggiore produzione artistica è di 25 anni.

Con la riforma, invece, artisti, interpreti ed esecutori potrebbero vantare, per l’intero arco della loro vita, i diritti economici sulle radiodiffusioni, sulle esecuzioni in pubblico e sulle copie delle loro opere. Con ovvie conseguenze incentivanti sulla produzione musicale.

A trarre giovamento dall’estensione della durata sarebbero anche i produttori, grazie ai ricavi supplementari generati dalla vendita di dischi al dettaglio e su internet.

In considerazione della sempre maggiore prevalenza di composizioni realizzate a più mani, la proposta estende la protezione delle composizioni scritte da più autori, sino a settanta anni dopo il decesso dell’ultimo dei coautori, sia esso responsabile del testo o della musica.

Le differenze in materia di durata di protezione, particolarmente evidenti tra Unione Europea e Stati Uniti, sono ancora causa di incertezza giuridica. Esse, in particolare, favorirebbero la pirateria digitale, per via della compresenza di periodi di protezione diversi tra i vari Paesi. Infatti, le esecuzioni divenute di dominio pubblico in uno Stato potrebbero, partendo da esso, essere distribuite lecitamente online negli altri, ove invece continuano ad essere protette dal diritto d’autore.

Dall’altro verso, le critiche alla novella legislativa sono forti e sprezzanti.

In una nota, alcuni studenti del Politecnico di Torino hanno evidenziato come la riforma non porti gli sperati benefici per gli autori, essendo essi parte debole del contratto, soggetti al potere delle case discografiche. Queste ultime, non poche volte, inducono gli artisti a rinunciare completamente ai propri diritti.

Nel 2006, l’U.K. Government’s Gowers Review e l’Information Law Centre della University of Amsterdam, per conto della Commissione Europea, hanno analizzato le implicazioni derivanti da un’eventuale estensione del copyright sul mercato. Detti studi hanno messo in evidenza come, nell’ipotesi di approvazione della riforma, i consumatori vedrebbero aumentare i prezzi, la competizione verrebbe bloccata e gli unici a guadagnare sarebbero i proprietari delle maggiori librerie musicali. Si è stimato che il 90% dei profitti legati all’estensione dei termini di copyright andrebbe alle compagnie discografiche. Del restante 10% la quasi totalità finirebbe nelle tasche degli artisti più noti, mentre pochissimo, circa l’1%, andrebbe agli artisti meno conosciuti. Per ogni euro guadagnato dall’artista, la compagnia discografica ne prende quattro volte tanto [1].

Tutto ciò, ovviamente, graverà sulle tasche del consumatore. Esemplificando: l’acquisto di un cd di Mozart attualmente comporta la remunerazione della sola casa discografica, essendo spirati i diritti economici degli eredi del genio austriaco. Comprare, invece, il cd di un autore i cui diritti di copyright non sono ancora scaduti, impone la remunerazione, oltre che della label, dell’artista stesso, con conseguente incremento del prezzo finale di vendita.

In verità, il problema della remunerazione degli artisti potrebbe essere risolto anche attraverso la previsione di accantonamenti obbligatori sui proventi delle vendite di opere, da destinarsi a fondi di previdenza sociale in favore degli autori medesimi.

note

[1] I dati sono stati comunicati attraverso una fonte anonima, apparsa su youtube.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI