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Le Guide Quando si pagano le spese processuali con la riforma

Le Guide Pubblicato il 17 dicembre 2014

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> Le Guide Pubblicato il 17 dicembre 2014

Le tre ipotesi in cui solo, eccezionalmente, il giudice può disporre la compensazione delle spese.

Al fine di disincentivare l’uso strumentale, distorto e poco serio del processo, la recente riforma della giustizia [1] ha modificato la disciplina, prevista dal codice di procedura civile [2], della condanna alle spese processuali. Si è ritenuto, infatti, che solo la minaccia di una sanzione certa – costituita dal rimborso delle spese sostenute dalla controparte per affrontare il giudizio (avvocato, contributo unificato, bolli e notifiche, consulenza tecnica d’ufficio, ecc.) – possa davvero frenare l’abuso delle cause e il facile ricorso al giudice per qualsiasi vertenza, anche quella più pretestuosa.

In generale, la legge prevede che il giudice, con la sentenza che chiude il processo, condanni la parte soccombente (quella, cioè, la cui domanda è stata rigettata) al rimborso delle spese a favore dell’altra. L’ammontare di tale condanna viene determinato dal giudice stesso.

A fronte, però, di tale previsione, che doveva costituire la regola, i tribunali hanno più spesso applicato l’eccezione, ossia la compensazione delle spese: in buona sostanza, ciascuna parte finiva per dover assumersi i propri oneri economici, compreso il vincitore che, così, non poteva pretendere alcunché dalla controparte. Insomma, ciascuno pagava il proprio avvocato, senza rivalersi nei confronti del soccombente.

In verità ciò poteva accadere solo nei casi di soccombenza reciproca o qualora concorressero altre gravi ed eccezionali ragioni, da indicare nella motivazione. Norma rimasta più sulla carta che non sulle sentenze.

Così, a conti fatti, posta la genericità della norma, al giudice veniva riservato un ampio margine di discrezionalità (anche imprevedibile) sulla decisione relativa alle spese processuali: circostanza che finiva inevitabilmente per riversarsi ai danni di chi doveva difendersi da azioni giudiziarie pretestuose o dilatorie.

Oggi, invece, la riforma specifica dettagliatamente tre casi – e solo tre – in cui la sentenza può disporre la compensazione (parziale o integrale) delle spese legali. In tutti – e proprio tutti – gli altri casi, dovrà esservi invece la condanna della parte soccombente. Con l’introduzione delle tre ipotesi tassative, viene eliminato il potere discrezionale del giudice di compensare le spese per gravi ed eccezionali ragioni.

Val la pena, quindi, di vedere analiticamente i tre casi, perché solo così chi intraprenderà una causa, o in essa verrà trascinato da terzi, potrà prevedere (con una certa approssimazione), chi dovrà sobbarcarsi, alla fine di tutto, le spese processuali.

Il giudice può disporre la compensazione delle spese processuali solo nei seguenti tre casi.

1 | SE VI È SOCCOMBENZA RECIPROCA

Si ha soccombenza reciproca quando:

a) quando il giudice accoglie solo uno o più capi dell’unica domanda proposta dall’attore. Per esempio: l’attore chiede “A”, “B” e “C” e il giudice accorda solo “A”;

b) oppure se il giudice riduce in modo significativo l’importo richiesto dall’attore. Per esempio: l’attore chiede il risarcimento di 100mila euro e il giudice gli attribuisce solo 10mila euro;

c) in caso di accoglimento (o rigetto) di più domande contrapposte presentate nello stesso processo sia dall’attore che dal convenuto. È il caso, per esempio, in cui l’attore chieda “X”, “Y” e “Z”, mentre il convenuto “W” e “K”. Il giudice accoglie solo la domanda “X” dell’attore e “K” del convenuto.

2 | SE LA QUESTIONE TRATTATA È DI ASSOLUTA NOVITÀ

La novità della problematica (giuridica o di fatto) posta all’attenzione del giudice è il secondo caso in cui quest’ultimo può disporre la compensazione delle spese. Attenzione: la legge usa l’aggettivo “assoluta” riferito alla novità.

Questa caratteristica dovrebbe ricorrere quando il giudice deve decidere una questione su cui la Cassazione non si è ancora pronunciata. Ciò in quanto è proprio la Suprema Corte l’organo chiamato ad assicurare “l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge” nonché “l’unità del diritto oggettivo nazionale”. Dopo la decisione della Cassazione qualunque problematica non è (né comunque si può ritenere) più “nuova”. È solo quest’ultima autorizzata a mettere un “punto fermo” sulla questione. Ciò sembrerebbe aprire le porte alla possibilità di ritenere “nuove” solo le questioni mai trattate prima dalla Cassazione, anche se già i tribunali di merito si sono espressi.

3 | SE MUTA LA GIURISPRUDENZA RISPETTO ALLE QUESTIONI DIRIMENTI

La terza ipotesi in cui sarà consentita la compensazione delle spese di lite è quando si verifica un “mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti”. Tipico il caso in cui un soggetto vince la causa grazie a una nuova interpretazione della legge, mai avallata prima dalla Cassazione. In tale ipotesi il giudice potrà escludere la condanna alle spese processuali.

Non deve trattarsi di una situazione in cui c’era già un contrasto giurisprudenziale o di un’ipotesi in cui il tribunale sia tornato su una interpretazione da esso stesso sposata diverso tempo prima e poi abbandonata.

note

[1] DL n. 132/2014 conv. L. 162/2014.

[2] Art. 92 cod. proc. civ.

[3] Art. 65 dell’Ordinamento giudiziario.

Autore immagine: 123rf com


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