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Se il figlio trova lavoro, possibile sospendere il mantenimento?

18 dicembre 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 dicembre 2014



Abito nella casa coniugale (di proprietà del mio ex) assegnatami con il divorzio fino a quando nostra figlia 30enne non diventerà economicamente autosufficiente; ora il mio ex mi ha comunicato che dal mese prossimo non verserà più l’assegno in favore della figlia che sta lavorando con un contratto a progetto. Può farlo? E se si, io e mia figlia dovremmo lasciare la casa?

Se pure la legge non stabilisce un preciso termine di durata del mantenimento della prole, si ritiene che esso termini quando i figli, ormai maggiorenni, abbiano raggiunto una indipendenza economica tale da consentire loro di provvedere in modo autonomo alle proprie esigenze di vita o anche quando si siano volutamente posti – per colpa o precisa scelta – nella condizione di non percepire un reddito (ad esempio dimettendosi dal lavoro).

L’obbligo di mantenimento dei figli, dunque, non si può ritenere a tempo indeterminato: sono numerose le pronunce di Cassazione e Tribunali da cui emerge che l’ingresso del figlio nel mondo del lavoro fa cessare l’obbligo di genitori di provvedere alle sue esigenze [1].

Secondo un recente orientamento (sorto anche in ragione del cambiamento sociale che porta sempre maggiore difficoltà a trovare un lavoro stabile) il figlio maggiorenne perde il diritto al mantenimento anche quando abbia lavorato, se pur in modo occasionale [2], e tale lavoro sia poi cessato o abbia rifiutato un lavoro precario [3]. Tale orientamento parte dal presupposto che non è all’autonomia economica in sé che occorre guardare, bensì al raggiungimento da parte del figlio di una capacità che gli consenta di entrare nel mondo del lavoro e, quindi di procurarsi un reddito.

Secondo, invece, altro orientamento, ai fini del venir meno dell’obbligo al mantenimento, occorre che il figlio maggiorenne abbia iniziato con carattere di stabilità un’attività lavorativa conforme alla professionalità acquisita e che questa sia adeguata alla sua preparazione, alle sue attitudini e alle sue aspirazioni [4].

Va detto, tuttavia, che se pure il figlio abbia intrapreso un qualunque lavoro, ciò non attribuisce in alcun modo al genitore tenuto all’obbligo di contribuzione al suo mantenimento il diritto di interrompere di libera iniziativa il pagamento dell’assegno.

Infatti, il provvedimento giudiziario che impone ad un genitore di contribuire al mantenimento in favore della prole deve considerarsi in vigore fino a quando non sia revocato dallo stesso Tribunale.

Nel caso che La riguarda, quindi, la sentenza di divorzio costituisce un titolo esecutivo che riconosce a Lei o a Sua figlia (se indicata in sentenza quale diretta beneficiaria dell’assegno) il diritto di chiedere al padre le eventuali somme che ha già preannunciato di non voler più versare. Nello specifico, per esempio, potrà essere intrapresa dall’avente diritto – in mancanza di un adempimento spontaneo dell’uomo – una procedura espropriativa nei suoi confronti consistente nel pignorare i beni mobili, gli eventuali immobili o ancora le somme di denaro di cui egli sia creditore.

Potranno essere esperiti anche diversi altri rimedi giudiziari per i quali la rinvio alle nostre guide: Se l’ex non versa il mantenimento: che fare? e Mantenimento: come ottenere il pagamento diretto dal datore di lavoro dell’ex

Solo il giudice, dunque, può accertare il venir meno del dovere di mantenimento da parte dei genitori e quindi dichiararlo con un autonomo provvedimento che, per la parte degli obblighi di natura economica, sostituirà quanto deciso con la precedente sentenza.

In particolare, ai fini dell’interruzione del versamento dell’assegno, occorre che il genitore obbligato in virtù del un provvedimento del Tribunale, (qual è appunto quello contenuto nella sentenza di divorzio) intraprenda un procedimento giudiziario finalizzato a ottenere la modifica delle condizioni del divorzio [5] nel corso del quale dovrà provare che il figlio abbia raggiunto una condizione di autosufficienza economica.

Grava dunque sul genitore l’onere della prova in merito alla raggiunta autonomia economica della prole.

Non è possibile, tuttavia, stabilire a quale dei orientamenti giurisprudenziali che Le ho prima citato potrebbe aderire il giudice chiamato a decidere nel caso che La riguarda, atteso che se da un lato è vero che Sua figlia lavora da circa due anni, è altresì vero che l’attuale contratto di lavoro è un semplice contratto “a progetto” con scadenza prossima e non è detto che ad esso seguano delle proroghe o la prospettiva di una assunzione definitiva. Il giudice, quindi, sulla base di queste circostanze, potrebbe anche non ritenere cessato l’obbligo del padre.

Le preciso, comunque, che tale procedimento di revisione non deve essere instaurato necessariamente in forma contenziosa: è ben possibile, infatti, che gli ex coniugi trovino un accordo sulla questione – tenendo in debita considerazione (come sarebbe opportuno) le effettive necessità del figlio – e decidano di sottoporre nuove condizioni congiunte al vaglio del giudice per la convalida.

Soluzione senz’altro più opportuna in quanto consentirebbe di trovare una soluzione bonaria anche in merito alla questione dell’assegnazione della casa familiare a Lei “assegnata fino a quando la figlia non avrà raggiunto l’indipendenza economica”.

Può ben darsi, infatti, che il lavoro intrapreso , pur permettendo a Sua figlia di autosostentarsi, non le consentirebbe invece di potersi permettere anche le spese di un nuovo alloggio, sicché – ad esempio – un accordo potrebbe essere raggiunto nel senso di conservare il diritto alla assegnazione dell’immobile e non quello all’assegno oppure una riduzione dell’assegno.

La modifica potrà essere richiesta anche senza ricorso al Tribunale ma sottoscrivendo, insieme ai vostri avvocati (almeno uno per parte), una convenzione di negoziazione assistita [7] che dovrà solo essere sottoposta ad un vaglio del Pubblico Ministero (che ne deve valutare la conformità agli interessi di vostra figlia) e di seguito depositata dai singoli legali (almeno uno per parte) presso il Comune di competenza che provvederà ai successivi adempimenti.

Si tratta sicuramente di un procedimento più veloce in quanto non richiede l’attesa dei tempi per la fissazione della udienza in camera di consiglio e per la successiva decisione.

Va però valutata la circostanza che, se Lei e il Suo ex doveste trovare un accordo, in tal caso potreste risparmiare sulle spese della procedura conferendo l’incarico ad un unico legale.

La ricerca di una soluzione bonaria potrebbe essere favorita anche da un percorso di mediazione familiare, (da seguire eventualmente prima di rivolgervi ad un avvocato) oppure scegliendo di farvi assistere nel percorso da avvocati formati alla pratica del diritto collaborativo.

Un metodo quest’ultimo in grado di favorire la ricerca di una soluzione giudiziaria o di negoziazione assistita globale (perché riferita sia alle questioni personali che patrimoniali), soddisfacente (in quanto rispondente ai bisogni di tutti i soggetti coinvolti) e duratura (perché avente minori probabilità di successivi ripensamenti) molto più di quanto farlo un procedimento consensuale ordinario.

In conclusione, il Suo ex – nonostante l’attività lavorativa intrapresa da Sua figlia – è comunque tenuto a rispettare la sentenza di divorzio che stabilisce a suo carico l’obbligo di contribuzione al mantenimento della stessa. Qualora dovesse interrompere il versamento, il beneficiario dell’assegno (Lei o Sua figlia) sarebbe autorizzato ad agire giudizialmente per ottenere quanto stabilito in sentenza e, in ogni caso, non sarebbe tenuto a lasciare la casa familiare.

Per interrompere legittimamente il versamento dell’assegno il Suo ex dovrà depositare in Tribunale una domanda di modifica delle condizioni del divorzio, dando prova della sopravvenuta della figlia.

Il consiglio, tuttavia, è quello di trovare un accordo allo scopo di evitare il rischio di una soluzione giudiziaria che non sappia tener conto degli effettivi bisogni (non solo di natura economica) di tutte le parti coinvolte e, in particolare, di vostra figlia.

note

[1] Cass. sent.n. 12477/04; Cass. sent. 23590/10; Trib. di Latina, sent. n. 1764/13.

[2] Cass. ord. n. 24515 del 30.10.13

[3] C. App. Catania sent. n. 571/14.

[4] Trib. di Modena, sent. del 27.01.2011 e Cass. sent. n. 4765/2002.

[5] Art. 9 L. 898/70.

[6] Come introdotta dal recente DL 132/2014 conv. in L. 162/2014.

Autore immagine: 123rf com

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