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Prendersela sui social con l’amico della moglie è reato?

14 Novembre 2022 | Autore:
Prendersela sui social con l’amico della moglie è reato?

Cosa rischia chi perseguita con messaggi intimidatori un presunto rivale in amore? Si parla di minacce e molestie o scatta lo stalking? Parola alla Cassazione.

Magari tra i due non c’è del tenero e nemmeno un rapporto scabroso. Ma tanto vale mettere subito le cose in chiaro e dire a quel «caro amico» della moglie di starle alla larga. Se non la capisce la prima volta, gli si ripete una seconda e una terza. E se non si ha il suo numero di telefono, basta cercarlo su Facebook e su Instagram e utilizzare quel canale per farglielo capire. Attenzione, però, a ciò che si scrive e, soprattutto, a quante volte lo si scrive: si può rischiare una condanna penale. Perché, ad esagerare troppo, prendersela sui social con l’amico della moglie è reato. Così, almeno, ha stabilito la Cassazione in una recente sentenza riportata per intero in fondo a questo articolo. Ma di quale reato stiamo parlando?

Se il marito geloso ci va pesante con il linguaggio, avvertendo il presunto rivale in amore che se non la smette avrà delle conseguenze, egli potrebbe essere denunciato per minaccia. Ma se, oltre ad usare dei modi poco delicati, il marito gli scrive decine di messaggi al giorno, secondo la Suprema Corte, rischia l’accusa di stalking. Vediamo perché.

Quando c’è stalking sui social?

Parlare di stalking è parlare di un reato, in un certo modo, «atipico». Scatta non per quello che lo stalker fa ma per quello che la vittima subisce. Il Codice penale non punisce una determinata azione ma chi la fa causando in un’altra persona un disagio tale da provare senso di ansia o di angoscia, di timore per sé o per qualche suo familiare, e da dover modificare le proprie abitudini di vita: cambiare il mezzo di trasporto o il solito tragitto per andare al lavoro, farsi portare la spesa a casa per paura di uscire, non rispondere più al telefono, ecc.

I social network, dunque, possono essere un veicolo per commettere il reato di stalking. Non occorre presentarsi sotto casa della vittima o fuori dal suo ufficio: basta inondare la bacheca della vittima di messaggi dai toni inequivocabili o rivolgere degli avvertimenti fin troppo espliciti sulla chat privata per causare nel destinatario quella sensazione di disagio.

Certo, esiste la possibilità di bloccare il mittente, di segnalarlo agli amministratori del sito. Ma, come si sa, quando un profilo viene bloccato, aprirne un altro è un gioco da ragazzi. Tanto per vedere chi si stanca per primo.

C’è stalking sui social, dunque, quando il persecutore crea nella vittima una condizione di grave disagio psichico o un giustificato timore per la sicurezza propria o di una persona vicina, oppure ancora quando venga pregiudicato in modo rilevante il suo modo di vivere. Gli episodi devono ripetersi nel tempo: non bastano uno o due messaggi intimidatori (in tal caso, potrebbe scattare il reato di minaccia se questa è esplicita e inequivocabile) ma devono essere abituali e continuativi.

Chi ha un comportamento del genere rischia la reclusione da sei mesi a quattro anni, salvo che il fatto non costituisca più grave reato.

Minacciare l’amico della moglie è stalking?

Partendo dai due presupposti appena esposti, cioè la condizione di disagio della vittima che comporta una modifica delle abitudini di vita per paura e la continuità delle condotte intimidatorie, la Cassazione [1] ha stabilito che prendersela sui social con l’amico della moglie è reato di stalking se il marito gli manda una raffica di messaggi dal contenuto poco gradevole, per usare un eufemismo.

Il caso di cui si è occupata la Suprema Corte riguardava un uomo finito sotto processo per avere inviato messaggi a valanga su Facebook a un amico della moglie. Ironia della sorte, il marito è stato tradito non dalla donna ma dalla propria gelosia: convinto di avere un rivale in amore che voleva avere una relazione con la moglie, l’uomo lo ha molestato e minacciato mandandogli sul social «numerosi messaggi di testo dal contenuto minatorio e offensivo» e così «ingenerando in lui un fondato timore per la propria incolumità».

Ecco, allora, dove gli Ermellini hanno trovato i presupposti che fanno scattare il reato di stalking: la ripetitività delle azioni (i messaggi a raffica) e le conseguenze sulla vittima (il disagio psicologico e i timori per la sua sicurezza). Oltretutto, aggiunge la Cassazione, l’amico della moglie era già stato aggredito fisicamente dal marito geloso.

Per la Suprema Corte, bisogna parlare in casi come questo di stalking, senza limitarsi alla minaccia o alla molestia. Proprio per lo stato di paura provocato nel destinatario.


note

[1] Cass. sent. n. 42874/2022 del 10.11.2022.

Cass. pen., sez. V, ud. 11 ottobre 2022 (dep. 10 novembre 2022), n. 42874

Presidente Zaza – Relatore Bifulco

Ritenuto in fatto

  1. Con sentenza indicata in epigrafe, la Corte d’appello di Trieste ha confermato il provvedimento con cui il Tribunale di Udine aveva affermato la penale responsabilità di K.D. per il reato di cui agli artt. 612-bis c.p., comma 1, “perché, per motivi di gelosia nei confronti della coniuge L.V. , con condotte reiterate molestava e minacciava P.R. , conoscente di L.V. , inviando a P. , tramite social network Facebook, numerosi messaggi di testo dal contenuto minatorio e offensivo (…), in modo da ingenerare un fondato timore per la propria incolumità, tenuto conto che il P. era stato già vittima di un’aggressione fisica da parte del K. “.
  1. Avverso la sentenza, ricorre l’imputato, per il tramite del proprio difensore di fiducia, articolando le censure in un unico motivo, col quale lamenta violazione di legge in relazione all’art. 612 bis c.p. con specifico riferimento alla insussistenza degli eventi di danno, nonché vizio di motivazione, data la mancata indicazione di elementi di prova circa la sussistenza del perdurante e grave stato d’ansia e il cambiamento delle abitudini di vita della p.o. Carenza di motivazione viene inoltre eccepita in relazione alla mancata derubricazione del fatto nella fattispecie di cui all’art. 612 c.p. o in quella di cui all’art. 660 c.p..

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è inammissibile.
  1. L’unico motivo è manifestamente infondato, in quanto generico. Nell’articolazione del motivo di ricorso, manca un effettivo confronto con le notazioni dei Giudici d’appello relative sia alla sussistenza dell’evento di danno degli atti persecutori sia ai motivi della denegata derubricazione del reato contestato in altre fattispecie normative. La sintetica motivazione dà conto di come il ristretto arco temporale in cui i messaggi sono stati inviati sia stato però caratterizzato da una tale intensità di condotte (oltre ottanta messaggi) che, anche alla luce delle precedenti condotte (lesioni e minacce aggravate: il dato non è oggetto di contestazione in ricorso), risulta giustificata la conclusione sull’esistenza di un fondato timore della vittima per la propria incolumità.

D’altra parte, in tema di atti persecutori, la prova dell’evento del delitto, in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura, deve essere ancorata a elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata (Sez. 5, n. 17795 del 02/03/2017, S., Rv. 269621 – 01).

Va inoltre rilevata l’incongruenza del rilievo difensivo relativo alla non intervenuta modifica delle abitudini di vita da parte della p.o.: secondo il condiviso orientamento della giurisprudenza di legittimità, nel delitto di atti persecutori, l’evento di danno può consistere tanto nell’alterazione delle proprie abitudini di vita quanto in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, non essendo necessario che tali due effetti si producano congiuntamente (“il delitto di atti persecutori è reato abituale, a struttura causale e non di mera condotta, che si caratterizza per la produzione di un evento di “danno” consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero, alternativamente, di un evento di “pericolo”, consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva: Sez. 3, n. 23485 del 07/03/2014, U., Rv. 260083 01; v. inoltre Sez. 5, n. 15625 del 09/02/2021, R., Rv. 281029 – 01: “si configura il delitto di cui all’art. 612-bis c.p. solo qualora le condotte molestatrici siano idonee a cagionare nella vittima un perdurante e grave stato di ansia ovvero l’alterazione delle proprie abitudini di vita”. Corsivi nostri).

La dimostrata esistenza dell’evento di danno degli atti persecutori giustifica, inoltre, il fatto che, implicitamente ma non equivocamente, sia stato disatteso il motivo che invocava la riqualificazione del reato ascritto in altre fattispecie normative, come quella di cui all’art. 660 c.p. Gioverà a tal proposito ribadire che il criterio discretivo tra il reato di atti persecutori e quello di cui all’art. 660 c.p. consiste nel diverso atteggiarsi delle conseguenze della condotta che, in entrambi i casi, può estrinsecarsi in varie forme di molestie, sicché si configura il delitto di cui all’art. 612-bis c.p. qualora le condotte molestatrici siano idonee a cagionare nella vittima un perdurante e grave stato di ansia ovvero l’alterazione delle proprie abitudini di vita, mentre sussiste il reato di cui all’art. 660 c.p. ove le molestie si limitino ad infastidire la vittima del reato. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto esente da censure la sentenza che aveva ritenuto integrato il reato di atti persecutori in un caso di condotta di reiterata ed ossessiva molestia della persona offesa, mediante appostamenti sul luogo di lavoro e nei pressi dell’abitazione, urla ed aggressioni verbali seguite all’insistente suonare al citofono ed al campanello, telefonate invadenti, minacce e tentativi di contatti fisici, tali da cagionare un grave stato d’ansia e paura nella vittima e costringerla a limitare le uscite e a farsi costantemente accompagnare da qualcuno: Sez. 5, n. 15625/2021, cit.).

  1. Per i motivi sopra esposti, questo Collegio dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende. In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n.196 del 2003 art. 52 in quanto imposto dalla legge.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende. In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n.196 del 2003 art. 52 in quanto imposto dalla legge.


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