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Attacco a uno Stato membro della Nato: cosa succede?

17 Novembre 2022 | Autore:
Attacco a uno Stato membro della Nato: cosa succede?

Quando i Paesi alleati devono intervenire in aiuto reciproco con l’uso della forza armata: cosa prevede il trattato Nato e come si decidono le misure da adottare.

L’ultimo allarme è stato quello della caduta dei missili in Polonia: tutto il mondo è stato con il fiato sospeso prima di capire che si è trattato di un incidente casuale dovuto all’impiego della contraerea ucraina e non ad un attacco deliberato della Russia. Intanto nelle prime ore questo evento è stato considerato un vero e proprio attacco armato contro uno Stato membro della Nato, l’Alleanza Atlantica capeggiata dagli Stati Uniti e della quale fanno parte quasi tutti i Paesi europei, compresa l’Italia.

Il principio di fondo che vincola tutti gli Stati aderenti alla Nato è quello della difesa collettiva: uno per tutti, tutti per uno, perché l’attacco rivolto ad un membro viene considerato un’offesa contro tutti. E allora bisogna intervenire. Ma come? Quali misure vengono adottate e chi le decide? Se c’è un attacco ad uno Stato membro della Nato, cosa succede? E innanzitutto – visto il falso allarme dei missili esplosi nel territorio della Polonia – che cosa viene considerato un attacco tale da provocare una reazione americana ed europea? Lo vediamo subito: in queste situazioni entrano in gioco due articoli della Carta, il numero 4 ed il numero 5, che si applicano secondo un principio di gravità crescente. E noi adesso siamo su quella soglia, o per meglio dire lo siamo sempre stati, viste le costanti tensioni internazionali e le continue guerre locali che hanno coinvolto anche il suolo europeo, come il recente conflitto tra Russia e Ucraina.

Articolo 4 trattato Nato: cosa prevede?

L’art. 4 del trattato Nato stabilisce che gli Stati membri (sempre chiamati nel testo con la dicitura di «parti», come coloro che sottoscrivono un contratto) «si consulteranno ogni volta che, nell’opinione di uno di essi, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una delle parti fosse minacciata».

Questa «consultazione in caso di minaccia di aggressione» (così è intitolata la norma) in sostanza è un grido di allarme, con cui lo Stato alleato che subisce, o teme di subire, una compromissione del suo territorio, della sua stabilità politica o della pace interna, chiede aiuto ai Paesi amici: così si sottopone la questione all’attenzione di tutti. Ognuno è coinvolto, nessuno può chiamarsi fuori.

Nella pratica, si tratta di consultazioni rapidissime e informali, che vengono indette e svolte senza burocrazia: soprattutto in questo periodo storico di massima tensione, ogni Stato membro dell’Alleanza, compresa l’Italia, è sempre vigile e dispone di appositi organi politici e militari per tenere questi contatti e partecipare alle riunioni necessarie per decidere il da farsi.

Ma fino a questo punto siamo ancora a livello preventivo: il successivo articolo 5, invece, prevede l’uso della forza armata.

Articolo 5 trattato Nato: l’uso della forza armata

«Le parti convengono che un attacco armato contro uno o più di loro, in Europa o in Nord America, sarà considerato un attacco contro tutti loro»: così inizia l’art. 5 del trattato Nato, che è intitolato «Risposta a un’aggressione».

È l’applicazione in ambito militare e nei rapporti internazionali della ben nota regola “uno per tutti, tutti per uno”: e gli alleati lo prendono molto seriamente, a partire dagli Stati Uniti d’America.

Infatti il presidente americano Joe Biden, proprio durante una recente visita in Polonia, la scorsa primavera, aveva affermato che l’art. 5 del Patto Atlantico «è un obbligo sacro». Già in quell’occasione la Polonia si sentiva minacciata dal conflitto in Ucraina e aveva esternato le sue preoccupazioni sulle possibili mire espansionistiche della Russia.

La norma prosegue dicendo: «Di conseguenza, se un tale attacco si producesse, ciascuna delle parti, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale e collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto Onu, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza».

Insomma, ci si muove in blocco, di concerto e tutti insieme. Anche ricorrendo alla forza, se necessario: è un’eventualità, ma viene espressamente contemplata nel ventaglio dei rimedi possibili che, come avrai notato, non vengono definiti in dettaglio, per lasciare ampi margini di discrezionalità nelle decisioni da prendere in relazione alla situazione concreta.

Quando gli Stati membri della Nato entrano in guerra?

Attenzione però: l’uso della forza è possibile in questi casi, ma non è automatico. La decisione su come rispondere alle aggressioni spetta al Consiglio di sicurezza dei Paesi membri Nato, che compiono una valutazione finalizzata – dice il trattato – «a ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali».

Gli alleati potrebbero optare, ad esempio, per una mobilitazione delle loro forze armate (tutte o soltanto quelle di alcuni Stati membri), o in un rafforzamento delle difese territoriali, aeree e marine, oppure disporre un intervento militare dell’Esercito sul posto per controllare la situazione e presidiare i punti sotto attacco: quindi senza arrivare a scatenare una guerra.

Quanto è probabile la guerra?

Tutto tranquillo, dunque? No. Bisogna aggiungere che l’art. 6 del trattato Nato considera attacco armato non solo quello rivolto contro il territorio di uno dei Paesi membri, ma anche quello diretto contro «le forze, le navi o gli aeromobili di una delle parti che si trovino su questi territori o in qualsiasi altra regione d’Europa». Questo aumenta molto le probabilità di un conflitto, perché aerei da caccia e da ricognizione, incrociatori, motovedette e sottomarini americani o di altri Stati aderenti alla Nato sono presenti praticamente ovunque per garantire la sicurezza europea: svolgono continuamente missioni ed esercitazioni, e dunque percorrono il mare Mediterraneo e passano sui nostri cieli. Quindi ogni sottomarino, caccia o incrociatore potrebbe essere soggetto ad attacchi e questo farebbe subito scattare le procedure previste dal trattato.

Finora in 73 anni di storia (la carta è stata firmata nel 1949) l’art. 5 del trattato Nato è stato applicato in un’unica occasione, ma molto grave: l’attentato alle Torri Gemelle di New York nel 2001. Gli Stati Uniti d’America chiesero protezione agli altri Stati membri Nato per rafforzare la difesa contro gli attentati terroristici. L’art. 4, invece, è stato adottato spesso (l’ultima volta nel 2014, con l’annessione della Crimea alla Russia), ma senza mai portare a misure belliche: tutto si è sempre risolto a livello diplomatico e, ovviamente, “mostrando i muscoli”, cioè facendo capire agli avversari che se fosse stato necessario non ci sarebbero state esitazioni a fare uso delle imponenti forze militari di cui dispone la Nato.

L’Italia potrebbe essere coinvolta in una guerra?

Passando alla cronaca di quanto sta accadendo adesso, è ovvio che la Polonia si senta minacciata dalle esplosioni di missili avvenute sul proprio territorio, e che chieda sostegno agli alleati, come già avevano fatto, in occasione dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina (che non è membro Nato, anche se ha chiesto insistentemente di aderirvi) i Paesi vicini e confinanti: Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Per il momento si rimane in stato di massima allerta e si stanno svolgendo le consultazioni ai sensi dell’art. 4, dunque senza ancora arrivare alle forti misure previste dall’art. 5 (anche perché la Russia nega che i missili siano suoi e questa circostanza decisiva non è stata ancora accertata, così come non è chiaro se la caduta sia stata voluta o accidentale: si propende per l’ipotesi dell’incidente). Ma la situazione potrebbe precipitare e in tal caso scatterebbero le reazioni della Nato in base all’art. 5 del trattato. Quindi se le trattative di pace andassero male e le risposte morbide non avessero esito positivo, allora sì: a determinate condizioni anche l’Italia potrebbe entrare in guerra.



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