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Separazione per visioni diverse della vita: c’è l’addebito?

18 Novembre 2022 | Autore:
Separazione per visioni diverse della vita: c’è l’addebito?

Nessuna violazione del Codice civile ma punti di vista diversi sulle scelte da fare: è possibile costringere uno dei coniugi a versare un assegno?

Si suppone che quando due persone decidono di sposarsi hanno qualcosa che le unisce, hanno un progetto comune da portare avanti e un obiettivo condiviso da raggiungere, con la diversità di entrambi, con le capacità di ciascuno. La luna di miele non è eterna e prima o poi saltano fuori incomprensioni e perplessità, qualche piccola o grande delusione, aspetti dell’altro di cui non si era tenuto conto durante il fidanzamento. Se tutti i matrimoni fossero saltati per queste cose, non rimarrebbe al mondo una coppia ancora sposata. Eppure, capita ogni tanto che i coniugi decidano di dividere le loro strade perché non si capiscono più, perché si scopre che uno ha degli interessi diversi rispetto all’altro. Chi fa il primo passo verso l’addio, chi decide di prendere i bagagli e di mettere la parola «fine» al rapporto, rischia qualcosa? In caso di separazione per visioni diverse della vita, c’è l’addebito a carico di chi dice «basta»?

Situazioni di questo tipo sono meno rare di quanto si pensi. Tant’è che la Cassazione è intervenuta recentemente su un caso del genere: lui scopre in lei, a nozze fatte, delle sfaccettature che non conosceva e viceversa. Al punto di rompere. Senonché uno dei due pretende dall’altro l’addebito della separazione con tanto di assegno. Cosa che, ovviamente, la controparte non accetta. Chi dei due ha ragione?

Ci aiuta a capirlo la vicenda esaminata dalla Suprema Corte [1]. Lei e lui si conoscono attraverso un sito di incontri. Il rapporto nato su Internet viene coronato ben presto con uno scambio di fedi: il matrimonio viene celebrato poco tempo dopo il loro primo incontro, nonostante entrambi avessero qualche perplessità in merito.

Lui è un avvocato, lei va a lavorare dopo le nozze nello studio di lui, alle sue dipendenze. Qui ha fatto il praticantato, qui ha conseguito il titolo professionale senza, però, esercitarlo mai in maniera autonoma.

Inevitabilmente, passano insieme le 24 ore del giorno, dentro e fuori dal lavoro, e finiscono per conoscersi meglio, in ogni aspetto della vita. È così che vengono a galla i problemi, poi sfociati in insormontabili incomprensioni. Lui sostiene di essere stato molto interessato a lei sin dall’inizio ma di non avere condiviso certe scelte fatte in seguito, decisioni prese – a suo dire – dietro il condizionamento della madre di lei.

La moglie, dal canto suo, non ha nascosto la sua volontà di avere una famiglia serena ma di essere rimasta delusa dall’interesse mostrato dal marito per l’eredità della sua famiglia.

Si arriva così alla separazione perché si hanno dei punti di vista diversi. C’è l’addebito in un caso del genere?

La Cassazione si esprime premettendo che da ciò che emerge dai rapporti di entrambi è evidente il diverso modo di rapportarsi alla vita in generale e a quella familiare in particolare. Una situazione che, secondo la Suprema Corte, non consente di attribuire la colpa della separazione a uno solo dei coniugi. Non c’è un fatto che scateni la mancanza di interesse di un coniuge verso l’altro, non c’è un tradimento, non c’è un abbandono, non esiste nemmeno una violazione dei doveri di assistenza morale e materiale da parte di uno dei coniugi (lui dava lavoro a lei, lei aiutava lui nel suo studio ed aveva ottenuto grazie a questo il titolo di avvocato). Esiste, sottolineano i giudici di legittimità, un palese e reciproco conflitto basato su una diversa visione della vita.

Ecco perché non è possibile addebitare la separazione ad uno o all’altra e tanto meno decidere chi dei due debba strappare ogni mese un assegno a favore dell’altro.


note

[1] Cass. ord. del 17.11.2022.

Autore immagine: canva.com/


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