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L’associazione e la fondazione possono fallire

3 Marzo 2016
L’associazione e la fondazione possono fallire

No profit: se l’associazione o la fondazione produce un reddito, a prescindere dal fatto che detto resti nell’impresa e non venga distribuito, è uguale alle società commerciali e, come tale, è soggetta al fallimento.

Anche le associazioni e le fondazioni possono fallire a condizione però che sussistano due requisiti: quello soggettivo (svolgimento di attività imprenditore di natura commerciale) e oggettivo (superamento dei limiti quantitativi stabiliti dalla legge fallimentare). È quanto chiarito dalla Corte di Appello di Venezia con una recente sentenza [1].

Vediamo di seguito entrambi i requisiti.

Requisiti oggettivi per il fallimento

La società/associazione/fondazione deve avere:

– aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento (o dall’inizio dell’attività, se di durata inferiore), un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore a 300.000 euro;

– aver realizzato (in qualunque modo risulti) nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento (o dall’inizio dell’attività, se di durata inferiore), ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore a 200.000 euro (basta aver superato il limite per un solo anno e si diventa assoggettabili al fallimento);

– avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore a 500.000 euro. Quest’ultimo requisito non è necessario che sia presente per i tre esercizi consecutivi, ma è limite previsto per i debiti esistenti all’atto dell’istanza di fallimento.

Requisiti soggettivi per il fallimento

La società/associazione/fondazione deve avere avuto ad oggetto lo svolgimento di un’attività d’impresa commerciale: essa ha il fine di trarne un lucro, cioè permettere all’imprenditore (individuale o societario) di far propria la differenza tra ricavi e costi. Se, dunque, esercizio dell’attività di impresa e finalità di lucro sono fattori di solito coesistenti, ciò non toglie che un’attività commerciale si possa esercitare anche per finalità non lucrative.

Associazioni e fondazioni, di solito, sono entità che non svolgono alcuna attività economica (si pensi alla fondazione che si limita a erogare borse di studio o all’associazione che fa assistenza ai bisognosi), quindi non si pongono il tema degli utili da ripartire dovendo funzionare col criterio del pareggio di bilancio (e cioè possono spendere non meno e non più di quel che ricavano dalla attività). Ma non è escluso possano svolgere un’attività economica (cioè organizzata in modo da sopportare i costi coi propri ricavi, oltre che con eventuali contributi a fondo perduto): si pensi alla fondazione che eroghi un servizio di istruzione a pagamento o all’associazione che organizzi spettacoli a pagamento.

Se a seguito allo svolgimento di questa attività risulti un margine positivo tra ricavi e costi, il carattere non profit di questi enti (e quindi la loro finalità non lucrativa) comporta che gli utili non vengano distribuiti, ma reimpiegati nel rafforzamento del patrimonio dell’ente e nel supporto finanziario del suo funzionamento. Questo però non esclude che tali utili siano stati tuttavia conseguiti, al pari di una comune società commerciale. E quindi  – a prescindere dal fatto che gli utili rimangano in azienda o meno – l’associazione o la fondazione sono da considerare come società commerciali vere e proprie.

Difatti, esse sono, in questi casi, vere e proprie imprese, identiche a quelle esercitate a scopo lucrativo; con la differenza che, nel caso dell’ente non profit, l’utile dell’impresa resta nell’impresa, mentre nei casi dell’impresa esercitata for profit, l’utile è attribuito al soggetto imprenditore o ai soci della società. E con la conseguenza che, se l’attività d’impresa dell’ente no profit rende insolvente l’impresa, allora anche per l’ente non lucrativo si apre lo scenario del fallimento. Identicamente a quanto accade per l’imprenditore commerciale che svolga l’attività a fini lucrativi.



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