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Licenziamento economico: quando scatta la reintegra?

18 Novembre 2022 | Autore:
Licenziamento economico: quando scatta la reintegra?

Quali sono gli elementi che costringono il datore a reinserire in azienda il lavoratore allontanato per giustificato motivo oggettivo?

Il datore di lavoro ha tutto il diritto di rivedere l’organizzazione della sua azienda quando è in difficoltà finanziaria e a valutare la possibilità di snellire l’organico nel caso in cui debba fare a meno di alcune figure professionali o, addirittura, di chiudere un reparto. Ciò non vuol dire, però, che possa lasciare a casa in modo arbitrario qualcuno dei suoi dipendenti: dovrà rispettare una certa procedura, che parte dalla dimostrazione di una vera necessità di ristrutturazione e dell’impossibilità di mantenere alcune persone all’interno dell’azienda. Altrimenti, il lavoratore che viene accompagnato alla porta potrebbe rientrare dalla finestra. Lo ha ricordato recentemente il Tribunale di Lecco con una sentenza in cui ha spiegato nuovamente, in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, detto anche licenziamento economico, quando scatta la reintegra.

Ne aveva parlato poco prima anche la Cassazione: non è possibile licenziare un lavoratore per giustificato motivo oggettivo senza valutare le mansioni superiori effettivamente svolte. In pratica, quando a un dipendente viene riconosciuto un profilo professionale più alto, i giudici di merito devono assolutamente verificare l’esistenza in azienda di posizioni libere che possono corrispondere all’attività di fatto espletata.

Quando è legittimo il licenziamento economico?

Ci devono essere tre condizioni per poter attuare un licenziamento economico, cioè per giustificato motivo oggettivo, vale a dire:

  • una riorganizzazione effettiva e concreta dell’azienda che abbia come conseguenza la soppressione di uno o più specifici posti di lavoro;
  • il nesso di causalità tra l’esigenza dell’azienda che comporta la soppressione di un posto di lavoro e il licenziamento del dipendente che lo occupa;
  • l’impossibilità di ricollocare il lavoratore assegnandogli delle mansioni equivalenti o, in subordine, di livello inferiore, cioè di attuare il cosiddetto repêchage.

Se viene a mancare uno solo di questi presupposti, il licenziamento è illegittimo e il lavoratore ha diritto alla reintegra.

Il provvedimento può essere motivato anche dall’esigenza dell’azienda di ridurre il costo del personale oppure per sopravvenuta inidoneità fisica o psichica del lavoratore, che non rende possibile il repêchage. Tali circostanze, però, devono essere dimostrate dal datore di lavoro.

Licenziamento economico: quando è obbligatoria la reintegra

Abbiamo appena visto che una delle condizioni per poter attuare un licenziamento economico è l’obbligo di verificare se il lavoratore può essere impiegato in un altro reparto dell’azienda che non sia interessato dalla riorganizzazione prevista. È il cosiddetto repêchage. Non è detto, però, che l’impiego del dipendente altrove debba avvenire in una posizione dello stesso livello a cui il dipendente appartiene al momento di essere allontanato.

Già la Cassazione [1] aveva dichiarato illegittimo un licenziamento per giustificato motivo oggettivo poiché non era stata verificata la possibilità di assegnare al lavoratore delle mansioni per le quali è previsto un inquadramento superiore.

Secondo la Suprema Corte, infatti, se il lavoratore è in grado, per le sue capacità professionali, di occupare una posizione più elevata rispetto a quella che ricopre al momento di decidere il licenziamento, il dipendente ha diritto di essere assegnato al superiore inquadramento, soprattutto se quelle mansioni più qualificate le ha già svolte.

Lo stesso orientamento è stato espresso più recentemente dal Tribunale di Lecco con una sentenza in cui ha ordinato la reintegra di un dipendente licenziato senza che il suo datore avesse dimostrato di avere avviato effettivamente una riorganizzazione interna dell’azienda e di avere tentato di riqualificare il dipendente per evitare che perdesse il posto di lavoro.

In sostanza, affermano i giudici lecchesi, se anche il datore avesse provato la concreta ristrutturazione aziendale avrebbe dovuto fare altrettanto per quanto riguarda il repêchage del lavoratore, come impongono i princìpi di correttezza e di buona fede alla base del contratto. Da qui, l’obbligo di reintegra del dipendente.

Va ricordato a tal proposito che la Consulta ha dichiarato incostituzionale la parte della legge Fornero in virtù della quale per i contratti stipulati dopo il 7 marzo 2015 (data di entrata in vigore del Jobs Act) non era prevista la reintegra in caso di licenziamento illecito. La Corte costituzionale, invece, ha stabilito che nei licenziamenti economici il reinserimento in azienda deve essere previsto anche se l’insussistenza del fatto non è manifesta.


note

[1] Cass. ord. n. 30950/2022 del 20.10.2022.

[2] Trib. Lecco sent. n. 125/2022.


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