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Mantenimento dovuto anche se l’ex trova lavoro

23 dicembre 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 dicembre 2014



Non basta che l’ex abbia raggiunto una autonomia economica: ciò che rileva ai fini del diritto all’assegno è la disparità (sproporzione) tra i redditi dei coniugi .

La notizia di un posto di lavoro è un regalo che in molti vorrebbero trovare sotto l’albero. E non solo per se stessi o per i propri figli. Molti coniugi separati (specie i mariti) lo vorrebbero per l’ex, al fine di liberarsi finalmente dell’onere del mantenimento stabilito dal giudice.

Ma questo basterebbe a far cadere l’obbligo di versare l’assegno?

Purtroppo no. E ce lo ricorda una recente pronuncia della Cassazione [1] seguendo, invero, un orientamento piuttosto consolidato.

Se anche l’ex coniuge trova lavoro o anche migliora la propria posizione retributiva (si pensi al passaggio da un part time a un tempo pieno), non è detto che l’assegno di mantenimento non gli sia più dovuto.

A riguardo, la Suprema corte ricorda che ciò che conta è il fatto che continui a sussistere una sproporzione tra i redditi di marito e moglie.

Infatti, anche un miglioramento reddituale dovuto al fatto di aver intrapreso un’attività lavorativa può far mantenere una sbilanciamento tra i redditi tra gli ex tale da giustificare il diritto al mantenimento.

In tal caso, il giudice dovrà confermare il diritto all’assegno, se pur in misura ridotta.

Giova ricordare, in proposito, che l’assegno di divorzio [2] mira proprio a far conservare al coniuge economicamente più debole il tenore di vita goduto dal coniuge durante la convivenza matrimoniale.

Ipotizziamo, ad esempio, che una donna laureata non abbia mai lavorato durante il matrimonio, godendo di uno stile di vita elevato per via della professione svolta dal marito. Se quest’ultima, dopo la separazione, trovasse un lavoro impiegatizio (magari a part time) di certo non perderebbe per questo motivo il diritto al mantenimento; il lavoro intrapreso, infatti, pur garantendole la possibilità di sostentarsi, non sarebbe in grado di assicurarle il tenore di vita avuto durante la vita matrimoniale.

Il giudice, in tal caso, dovrà valutare la misura dell’incremento di reddito portato dal lavoro della donna e stabilire, in base a esso, l’importo (sicuramente più basso) dell’assegno dovutole da parte del marito.

Quanto detto vale anche quando la disparità tra i redditi sia minima e il tenore di vita della coppia sia stato modesto: ciò che conta è sempre la sussistenza di uno squilibrio economico fra marito e moglie. In tale ipotesi il giudice potrà anche liquidare (come nel caso posto all’attenzione della Corte) un assegno divorzile di modesta entità.

In caso di divorzio, anche il coniuge che lavora può conservare il diritto al mantenimento se, con i redditi di cui dispone, non è in grado di garantirsi un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio.

La nuova condizione lavorativa potrà, semmai portare il giudice solo a ridurre l’importo dell’assegno dovuto.

note

[1] Cass. ord. n. 24420/14.

[2] Art. 5 L.898/70.

Autore immagine: 123rf com

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