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Maltrattamenti all’asilo nido: chi risponde?

23 Novembre 2022 | Autore:
Maltrattamenti all’asilo nido: chi risponde?

A chi spetta la punizione disciplinare e penale per violenza fisica o psicologica ai danni dei bambini? Cosa rischia chi vede o sa e non denuncia?

Non solo botte, tirate di orecchie o strattonamenti ma anche violenza psicologica e umiliazioni davanti ai piccoli compagni. Dei maltrattamenti all’asilo nido, chi risponde? Viene chiamata in causa solo la maestra dai modi poco ortodossi o, in qualche modo, anche la struttura ne è responsabile?

Per la Cassazione, a volte, sapere e fare finta di niente è tanto grave quanto mettere le mani addosso ad un bambino. Soprattutto quando si ha un ruolo dirigenziale o si è, addirittura, il titolare del nido, nel caso si tratti di un asilo privato. Per questo, in caso di maltrattamenti, non paga soltanto chi provoca direttamente la sofferenza al piccolino ma anche chi avrebbe dovuto intervenire e non l’ha fatto. Vediamo.

Che cosa si intende per maltrattamenti?

Il bambino che frequenta l’asilo nido può subire due tipi di maltrattamenti: quelli fisici e quelli psicologici. I primi sono quelli più facili da identificare, perché lasciano un segno visibile sul corpo del bimbo, come ematomi, escoriazioni, qualche arto fratturato. Non è complicato capire se sono frutto di una lite con un compagno della sua età (per quanto un bambino di due anni abbia la forza di lasciare dei segni evidenti su un altro), di una caduta o di qualcosa di più preoccupante, come le botte o gli strattonamenti troppo violenti ad opera di un adulto.

Sono, però, i maltrattamenti psicologici quelli su cui bisogna prestare un’attenzione speciale per cogliere i segnali che, in forma più o meno involontaria, invia il bambino. Si pensi alla maestra che chiude a chiave un bimbo in una stanza al buio per punizione, che lo insulta spesso anziché potenziare la sua autostima, che lo obbliga con le buone o con le meno buone a mangiare tutto ciò che c’è nel piatto anche quando non sta bene.

La sofferenza procurata ai bambini con azioni come queste prima o poi saltano fuori in modi diversi, come ad esempio:

  • i cambiamenti improvvisi di umore e di comportamento;
  • la difficoltà a relazionarsi con altri bambini;
  • l’instabilità emotiva;
  • il mancato controllo degli sfinteri;
  • il ritardo dello sviluppo psicomotorio;
  • la tendenza all’isolamento e alla passività a casa;
  • la mancanza di appetito anche quando ci sono i cibi che più gli piacciono;
  • il pianto immotivato;
  • il rifiuto netto di andare al nido.

Chi risponde dei maltrattamenti al nido?

La prima cosa da fare quando si avvertono dei segnali come quelli sopra citati oppure il bambino presenta dei lividi o dei segni di violenza è parlare con le maestre o con il dirigente dell’asilo nido per avere da loro una prima possibile spiegazione. Se il colloquio non fosse esauriente, sarebbe il caso di rivolgersi a un medico per fare visitare il bambino (se ha dei segni di possibile violenza fisica) oppure ad un consultorio o ai servizi sociali per capire il perché di un’eventuale sofferenza psichica.

Se dagli accertamenti emergono delle prove documentate di maltrattamenti al nido, è possibile presentare una querela all’autorità giudiziaria. Verranno svolte delle indagini e, se è il caso, ci saranno un provvedimento disciplinare e uno penale. Ma chi ne risponde?

Secondo la Cassazione [1], vengono chiamati in causa non solo l’educatore che ha procurato delle lesioni fisiche o psicologiche al bambino ma anche il titolare dell’asilo nido, per concorso morale nel reato di maltrattamenti.

La Suprema Corte ha richiamato l’articolo 110 del Codice penale, secondo cui chi concorre nello stesso reato è sottoposto alla sanzione prevista per il delitto in questione. Significa che paga non solo chi commette il fatto ma anche chi consente che il fatto venga commesso, cioè chi ha il potere di vigilanza e volutamente non lo esercita, pur sapendo che c’è un illecito in corso.

Per la Cassazione, dunque, è punibile chi si trova in posizione di garanzia e, evitando di intervenire, viola il proprio dovere di protezione. Nel caso specifico dell’asilo nido, c’è un contratto di affidamento dei minori sottoscritto insieme ai genitori che pone nelle mani di tutti i soggetti coinvolti nella struttura l’obbligo di cura dei bambini, quindi non solo maestre ed educatrici ma anche il titolare della struttura, in particolare se si è a conoscenza dei fatti illeciti commessi e non si interviene per evitarli o per denunciarli.

Maltrattamenti all’asilo: l’educatore è obbligato a denunciare?

La responsabilità di sapere ma tacere non investe solo il titolare dell’asilo nido ma anche gli educatori che assistono ai maltrattamenti ma restano impassibili o preferiscono, comunque, guardare da un’altra parte.

Va ricordato, innanzitutto, che un insegnante, nell’esercizio delle proprie funzioni, assume la veste di incaricato di pubblico servizio e, talvolta, anche quella di pubblico ufficiale (quando redige atti con valore certificativo). Vuol dire che se mentre svolge le proprie mansioni viene a conoscenza di reati perseguibili d’ufficio, come possono essere i maltrattamenti sui bambini, egli ha l’obbligo di denunciare quello che ha visto. L’omissione è considerata reato e comporta il pagamento di una multa fino a 103 euro.

Secondo il tribunale di Roma [2], è legittimo il licenziamento di chi non denuncia i maltrattamenti perpetrati dai colleghi ai danni dei bambini. I giudici hanno accertato, tramite intercettazioni e filmati registrati di nascosto disposti durante il procedimento penale, quello che hanno definito «un sistema non certo educativo, contrassegnato da reiterate e quotidiane violenze fisiche e psicologiche, consolidato e condiviso da tutte e cinque le insegnanti».

La sentenza contesta ad un’educatrice comunale, insegnante di sostegno, di non essersi mai attivata per porre fine alla condotta violenta delle colleghe e di non avere mai denunciato i fatti al dirigente scolastico. A questo punto, secondo il tribunale capitolino, l’educatrice si rende responsabile di una condotta omissiva «idonea a ledere irreversibilmente il rapporto fiduciario con il Comune in considerazione della particolare funzione dalla stessa rivestita», nonché connivente con i metodi utilizzati dalle sue colleghe. Quanto basta per legittimare il licenziamento.


note

[1] Cass. sent. n. 28613/2022.

[2] Trib. Roma, sez. lavoro, sent. n. 2208/2021.

Autore immagine: canva.com/


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