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Le 3 semplici, fondamentali regole del giornalista ed editore per evitare la querela

28 dicembre 2014


Le 3 semplici, fondamentali regole del giornalista ed editore per evitare la querela

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 dicembre 2014



Il giornalista che riferisce opinioni o dichiarazioni di terzi non è responsabile per diffamazione quando la dichiarazione del terzo costituisca di per se stessa un fatto rilevante nella vita pubblica; ad ogni modo, quando il giornalista riporta tali affermazioni è sempre tenuto a specificare che sta riferendo convinzioni di terzi e non verità oggettive.

L’editoria è in crisi, ma tutti ormai fanno gli editori. Lo fanno grazie al ricorso alla stampa digitale, che ha ridotto notevolmente i costi di produzione; ma lo fanno anche grazie a internet e ai numerosi siti a carattere giornalistico che ormai è facile trovare navigando sul web.

Ma all’aumento della platea dei soggetti non corrisponde sempre un’adeguata preparazione giuridica. È in crescita, infatti, il numero di querele per diffamazione a mezzo stampa: un reato spesso commesso per eccesso di leggerezza nel riportare le notizie, altre volte per una ricerca spasmodica dello “scoop”, posta la forte competitività del settore.

Come fare, allora, per non incorrere nel rischio di un procedimento penale?

Di recente la Cassazione [1] ha pubblicato una sentenza in cui pone tre precise regole per i giornalisti nel caso di diffusione di notizie consistenti in fatti od opinioni riferiti da altri (cosiddetta “responsabilità del diffusore mediatico”).

1. Rispettare la verità putativa dei fatti

La prima regola è che, nel riportare dichiarazioni altrui, il giornalista deve innanzitutto evitare di pronunciare espressioni dal significato apertamente offensivo, pronunciate per maleducazione e villania o allo scopo di insultare od oltraggiare (cosiddetta “contumelia”) [2]. Egli deve inoltre verificare se, al momento in cui ne dà contezza ai lettori, i fatti riferiti dal terzo e ripresi dal giornalista appaiano plausibilmente veri. Egli deve cioè rispettare la cosiddetta verità putativa dei fatti.

2. Valutare l’interesse pubblico

La seconda regola è un’eccezione alla prima: nel riferire opinioni e dichiarazioni di terzi, il giornalista è esonerato sia dal dovere di verificare la verità putativa dei fatti, sia di evitare di riferire espressioni oltraggiose, se ricorre una condizione: che il pubblico possa avere interesse a conoscere, prima ancora dei fatti narrati, la circostanza che un terzo li abbia riferiti [3]. Quando vi è tale interesse pubblico, questo prevale, in quanto tutelato dalla Costituzione [4], sull’interesse del singolo all’integrità del proprio onore e della propria reputazione.
Di conseguenza, sarà consentito riportare frasi di terzi anche offensive e prive del connotato della verità putativa.

3. Rendere chiaro che si stanno riferendo opinioni di terzi

La terza regola è il principio di carattere generale: quando il giornalista riporti dichiarazioni di terzi di rilevante interesse pubblico, egli è sempre tenuto a rendere ben chiaro al lettore che sta riferendo opinioni o dichiarazioni di terzi, e non verità oggettive. In altri termini il giornalista deve rimanere osservatore dei fatti e non divenire un diffamatore dissimulato [5].

Nessuna responsabilità del giornalista che rispetta le 3 regole

Se il giornalista rispetta tutte e tre queste regole non gli può essere imputata alcuna responsabilità.

note

[1] Cass. sent. n. 19152 dell’11.09.2014.

[2] Cass., Sez. III, n. 20137/05.

[3] Cass., Sez. III, n. 10686/08.

[4] Art. 21 Cost.

[5] Cass., sent. n. 15112/13; Cass. sent. n. 16917/10.

Autore immagine: 123rf. com

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