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Risarcimento danno da lavoro usurante: come funziona

25 Novembre 2022 | Autore:
Risarcimento danno da lavoro usurante: come funziona

Malattie professionali tabellate e non tabellate; tutela assicurativa e indennizzo Inail; responsabilità del datore di lavoro per i danni ulteriori.

Quando le macchine si rompono, si cambiano; quando si guastano le donne e gli uomini, c’è il collocamento a riposo forzato e anticipato, o, se si continua a lavorare, c’è tanta fatica in più, e una grande sofferenza, fisica ed anche psicologica. Ecco perché il risarcimento del danno da lavoro usurante è un problema che riguarda da vicino molti lavoratori sottoposti a compiti pesanti o esposti a fattori di rischio.

Si sa che non tutti i lavori sono uguali: chi fa l’operaio in fabbrica o l’autotrasportatore è sottoposto ad uno stress maggiore rispetto a chi svolge le sue mansioni davanti ad una scrivania e con orario fisso. Eppure anche questi ultimi possono essere vittime di malattie professionali e in tal caso, avendo subito un nocumento psico-fisico, hanno diritto ad essere indennizzati e risarciti, dall’Inail e dal datore di lavoro che non ha preservato la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, come impone l‘art. 2087 del Codice civile.

Le malattie professionali o tecnopatie

Iniziamo col dire che la tutela del lavoratore “usurato” passa attraverso il riconoscimento di una malattia professionale, quella che al giorno d’oggi viene chiamata anche tecnopatia: si tratta sempre di una patologia legata all’ambiente ed alle condizioni di lavoro, e che nell’epoca moderna può derivare non più soltanto dai tradizionali fattori di rischio, come le polveri nell’edilizia, i prodotti chimici in agricoltura e le sostanze nocive usate in alcune lavorazioni industriali, ma anche nell’uso prolungato del computer o nella presenza di impianti di condizionamento difettosi o non puliti e che quindi trasmettono infezioni. Quindi non solo il lavoro in fabbrica, ma anche il lavoro d’ufficio può, in certi casi, diventare usurante.

Tutela del lavoratore contro le malattie professionali

Già dagli anni Novanta del secolo scorso la giurisprudenza della Corte di Cassazione [1] ha riconosciuto che la tutela del lavoratore contro le malattie professionali deve essere riferita «al lavoro in sé e per sé considerato e non soltanto a quello reso presso le macchine»: quindi deve comprendere anche la pericolosità insita negli ambienti di lavoro (comprese le forme più subdole e insidiose, come il fumo passivo).

Ecco perché la “lista” dei più comuni lavori usuranti (puoi consultarla nell’articolo “Lavori usuranti: quando c’è risarcimento“) è un elenco non esaustivo, in quanto possono essere risarcite molte malattie professionali che derivano anche da attività lavorative che a prima vista sono considerate “tranquille e comode”, dunque non rischiose per l’organismo, ma che in realtà possono provocare gravi patologie, coperte da indennizzo e da risarcimento. Più avanti ti forniremo come esempi alcuni specifici casi recentemente decisi dai giudici che hanno riconosciuto il risarcimento del danno da malattia professionale.

Prova della malattia professionale tabellata o non tabellata

In ogni caso, il lavoratore colpito deve sempre dimostrare la sussistenza di una malattia professionale ed il nesso di causalità con la prestazione lavorativa svolta; a tal fine basta provare la presenza costante nei luoghi di lavoro contaminati, infetti o comunque pericolosi per la salute, e una perizia medico-legale che attesti la patologia diagnosticata e i fattori della sua probabile insorgenza.

Per alcune malattie professionali, chiamate “tabellate”, questa prova che il lavoratore deve fornire è semplificata, perché la legge [2] presume che la loro insorgenza sia di origine lavorativa: tocca, quindi, all’Inail e al datore di lavoro dimostrare il contrario, per evitare di dover pagare l’indennizzo dovuto. Anche qui la giurisprudenza è intervenuta per allargare il campo d’azione della norma e dunque estendere le possibilità di risarcimento: la Corte costituzionale [3] ha dichiarato illegittima una disposizione del testo unico Inail nella parte in cui non prevedeva che l’assicurazione contro le malattie professionali non fosse obbligatoria anche per le malattie diverse da quelle comprese nelle tabelle allegate, ossa le cosiddette malattie professionali non tabellate.

A seguito dell’intervento della Consulta la norma in questione [4] è stata riformulata e dispone espressamente che: «sono considerate malattie professionali anche quelle non comprese nelle tabelle di cui al comma 3, delle quali il lavoratore dimostri l’origine professionale». Quindi adesso la tutela assicurativa Inail opera anche per le malattie non tabellate, purché si provi che hanno la loro causa nel lavoro svolto. Ma a tal proposito c’è anche un altro imbuto che rende difficoltoso ottenere il risarcimento: a differenza dell’infortunio, per il quale è sufficiente dimostrare che il lavoro sia stato «l’occasione» del suo verificarsi (ad esempio, quando avviene fuori dalla sede, durante una missione o nel normale tragitto da casa all’azienda), nelle malattie professionali si richiede che il lavoro sia la causa diretta e determinante della malattia professionale insorta. Una prova non sempre facile da fornire, e che richiede un apposito giudizio medico-legale.

Casi concreti di riconoscimento di lavori usuranti 

Ernia del disco

40mila euro è il valore del risarcimento attribuito con una recente sentenza della Corte di Cassazione [5] ad un lavoratore affetto da una malattia professionale consistente in grave forma di ernia del disco (diagnosticata come: «rachipatia artrosica con protrusioni discali multiple») e che era stata contratta sul lavoro a causa delle mansioni usuranti, che comprendevano la movimentazione di carichi, l’esposizione a vibrazioni e sollecitazioni, l’adozione di posture incongrue e la sottoposizione ad eventi climatici meteoavversi. Il datore di lavoro è stato condannato a pagare questa cifra poiché non aveva fornito al dipendente alcuna idonea tutela per proteggersi da tali rischi, né la formazione necessaria per prevenirli.

Nel caso deciso, sono stati provati tutti gli elementi che abbiamo spiegato prima, e cioè l’esistenza di una malattia professionale, che era stata provocata dall’ambiente di lavoro nocivo e non da altri fattori esterni e indipendenti, ed aveva cagionato a sua volta il grave danno alla salute del lavoratore colpito. In tali situazioni, il datore di lavoro può esimersi dalla responsabilità risarcitoria soltanto se riesce a dimostrare di aver adottato tutte le cautele necessarie a prevenire l’insorgenza delle malattie professionali e, dunque, ad impedire il verificarsi del danno alla salute dei dipendenti.

Stress lavorativo

Ancor più di recente, la Cassazione [6] ha riconosciuto il risarcimento dei danni per malattia professionale ad una lavoratrice che era risultata affetta da un «grave disturbo dell’adattamento con ansia e depressione», insorto a causa dello stress lavorativo dovuto all’eccessivo lavoro straordinario oltre i limiti. Evidente, in questo caso, il danno da usura psicofisica che la Suprema Corte ha fatto rientrare nel rischio assicurato dall’Inail, pur trattandosi di una malattia non tabellata.

Quindi, riassumendo in estrema sintesi: anche quando l’Inail paga l’indennizzo dovuto per legge nei confronti dei lavoratori assicurati, il datore di lavoro che non ha preservato adeguatamente la salute dei suoi dipendenti deve risarcire il maggior danno che la malattia professionale ha provocato: la differenza tra quanto già versato al danneggiato dall’Inail e quanto dovuto dal lavoratore prende il nome di danno differenziale.

Approfondimenti


note

[1] Cass. S.U. sent. n. 3476/1994.

[2] Art. 134 D.P.R. n. 1124/1965 (Testo Unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali).

[3] C. Cost. sent. n. 179/1988.

[4] Art. 10, co. 4, L. n. 38/2000.

[5] Cass. sent. n. 7058/2022.

[6] Cass. ord. n. 31514 del 25.10.2022.


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