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Perché comprare casa nei prossimi mesi non converrà

25 Novembre 2022 | Autore:
Perché comprare casa nei prossimi mesi non converrà

La Bce non ha intenzione di fermare i rialzi dei tassi d’interesse, anche se c’è chi chiede di rallentare per evitare ripercussioni sull’attività economica.

Non c’è speranza che in un immediato futuro il tasso dei mutui in Europa cali, a meno che non si verifichi una «recessione prolungata e profonda» che genererebbe tutt’altro tipo di problemi. È questo, in sostanza, quanto deciso dal Consiglio Direttivo della Bce, che ha intenzione di continuare non solo a mantenere alti i tassi di interessi, ma persino di alzarli. Per questo comprare casa nei prossimi mesi potrebbe risultare particolarmente dispendioso e svantaggioso.

Tutti d’accordo sulla necessità di andare avanti con i rialzi dei tassi, ma nel Consiglio Direttivo della Bce cresce la ‘fronda’ per un rallentamento di questi aumenti, auspicando una necessaria prudenza per evitare ripercussioni sulla stabilità finanziaria e sull’attività economica. È questo lo scenario che emerge dalle minute dell’ultimo Consiglio – che si è concluso lo scorso 27 ottobre – in cui a fronte di «una maggioranza molto ampia» favorevole all’aumento da 75 punti (poi effettivamente varato) «alcuni membri hanno espresso la preferenza per un aumento di 50 punti base», tenendo conto che il rialzo dei tassi veniva accompagnato da indicazioni sulla necessità di ulteriori futuri rialzi dei tassi, da una modifica della remunerazione delle riserve minime, e dall’adeguamento dei termini e delle condizioni del TLTRO III, tutti elementi che indicano «un ulteriore inasprimento della politica monetaria».

Nel documento diffuso oggi, si legge come «in caso di recessione superficiale, il Consiglio direttivo dovrebbe continuare a normalizzare e inasprire la politica monetaria» ma con la possibilità di sospendere gli aumenti dei tassi se si verificasse una recessione prolungata e profonda. Non è la prima volta che si afferma questo fronte ‘cauto’: già nella riunione di luglio – che aveva varato il primo aumento dal 2011 – alcuni membri si erano espressi contro l’aumento da 50 punti base, più forte di quanto stimato fino a pochi giorni prima, invocando un ritocco da soli 25 punti, «visto l’incombere dei rischi di recessione».

Una recessione tecnica che a questo punto – si legge ancora nel resoconto – «sta diventando lo scenario di base e l’esito più probabile di questa evoluzione: anche se le indicazioni sono coerenti con una lieve recessione piuttosto che suggerire un brusco atterraggio per l’economia o una recessione prolungata».

In ogni caso, è evidente che solo in caso di grave crisi il Consiglio Bce si riserva la possibilità di non aumentare ulteriormente i tassi, processo nel quale è forte l’influenza dei mercati: contrariamente alle abituali affermazioni circa l’indipendenza dalle indicazioni ‘esterne’, il Consiglio riconosce che gli operatori di mercato stavano scontando un aumento di 75 punti e mancare a queste aspettative di mercato avrebbe comportato uno sgradito giudizio sull’allentamento della politica monetaria, con il rischio di minacciare la fiducia nell’impegno del Consiglio direttivo sulla stabilità dei prezzi. Indipendentemente dalle pressioni dei falchi – tornati in maggioranza – che vogliono allontanarsi il più possibile dalla stagione dei tassi negativi, la Bce in pratica riconosce di subire le indicazioni dei mercati.

Ma alla Bce «è stata anche richiamata l’attenzione sulla divergenza tra la politica monetaria, che sta eliminando l’accomodamento»- fra rialzi dei tassi e revisione del portafoglio – e la politica fiscale dei diversi paesi membri «che sta diventando più espansiva». Una visione che, incidentalmente, proprio poche ore dopo la diffusione delle minute è stata rafforzata da un discorso di Isabel Schnabel, economista tedesca che siede nel Comitato Esecutivo dell’Eurotower e che ha lamentato come «nel contesto attuale, vi è il rischio che le politiche monetarie e fiscali vadano in direzioni opposte, portando a un mix non ottimale».

«Molte misure fiscali che sono popolari tra gli elettori – osserva – rischiano di alimentare ulteriormente l’inflazione a medio termine, il che potrebbe in ultima analisi costringere la politica monetaria ad aumentare i tassi di interesse oltre il livello che sarebbe considerato appropriato senza misure fiscali». Una minaccia neanche tanto velata a quei governi che vorrebbero rallentare la corsa dei tassi, per non vedere un appesantimento dei costi del debito.



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