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Ricetta medica fatta dall’infermiere: quali rischi?

29 Novembre 2022 | Autore:
Ricetta medica fatta dall’infermiere: quali rischi?

Solo i medici possono prescrivere farmaci: la prescrizione infermieristica non è ammessa e chi la compie può essere licenziato.

La ricetta medica, bianca o rossa che sia, dovrebbe essere appannaggio esclusivo dei medici, e non di altre categorie di personale sanitario: neppure gli infermieri sono abilitati a prescrivere medicinali, ma possono solo somministrarli dopo che il medico ne ha individuato tipologia, dosaggio e frequenza. Ma si sa come vanno le cose in Italia: talvolta, il medico non c’è, e allora un addetto allo studio, ad esempio una segretaria compiacente, pensando di fare un piccolo e innocuo favore, timbra e firma la prescrizione al posto suo e consegna la ricetta al paziente che così può andare in farmacia a prendere le medicine. Anche in ambiente ospedaliero questa prassi illegale è diffusa. Ma non ci può essere lassismo di fronte a episodi che riguardano direttamente la salute e possono comprometterla. In caso di ricetta medica fatta dall’infermiere, quali rischi corre chi la rilascia e chi la riceve? Vediamo.

Infermiere rilascia ricette mediche: conseguenze

Per legge [1] la prescrizione dei farmaci è riservata ai medici laureati ed iscritti all’Albo professionale: è una loro attività tipica e non può essere svolta da altre categorie, infermieri compresi. La risposta alla nostra domanda sui rischi che corre l’infermiere nel compilare una ricetta medica è contenuta in una sentenza della Sezione Lavoro della Cassazione [2]. Un’infermiera professionale, dipendente di un’azienda sociosanitaria territoriale, approfittando delle momentanee assenze del medico di riferimento, aveva timbrato alcune ricette a suo nome e le aveva portate fuori dalla struttura, semplicemente mettendole nella sua borsetta personale.

L’Azienda sanitaria di appartenenza, però, l’aveva scoperta e ha deciso di licenziarla in tronco, ravvisando «comportamenti costituenti inosservanza, di particolare gravità, delle disposizioni di servizio» e una «condotta non conforme ai principi di correttezza verso superiori o altri dipendenti o nei confronti degli utenti o di terze persone». Oltre a questo, ha contestato alla lavoratrice anche «la distrazione di beni di spettanza o di pertinenza dell’azienda o ente o ad essa affidati», e l’inosservanza del ‘Codice di comportamento’ dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni.

Inutile l’opposizione della lavoratrice al licenziamento intimato: secondo i giudici di merito, la severa valutazione dell’azienda sul comportamento della dipendente era stata corretta e la sanzione disciplinare applicata risultata «proporzionata alla gravità delle condotte». Infatti il contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto sanità «prevede l’applicazione della sanzione del licenziamento senza preavviso in caso di commissione in genere – anche nei confronti di terze persone – di fatti o atti anche dolosi, che, costituendo o meno illeciti di rilevanza penale, sono di gravità tale da non consentire la prosecuzione, neppure provvisoria, del rapporto di lavoro».

Ricetta falsa: quando è reato?

Compilare una ricetta medica falsa integra il reato di “falso ideologico” ossia incidente sulla veridicità del contenuto del documento. Lo ha ribadito di recente la Cassazione penale [3]. La giurisprudenza ha esteso questa ipotesi delittuosa anche al caso in cui il medico, per motivi di praticità, lascia ai propri collaboratori alcune ricette in bianco, affidando loro il compito di riempirle [4].

Viceversa, il paziente che ha beneficiato della falsa ricetta non risponde del reato, a meno che non abbia concorso nell’illecito, come quando ha determinato o istigato il “non medico” a rilasciargli una ricetta che poi ha utilizzato traendone un indebito beneficio (ad esempio, la prescrizione di esami specialistici ai quali non avrebbe avuto diritto e con esenzione dal pagamento del ticket).

Ricetta dematerializzata: si può falsificare?

Nella tradizionale ricetta cartacea, il timbro e la firma sono le cose più semplici da falsificare, specialmente per chi lavora in uno studio medico o in una struttura sanitaria e dunque conosce la grafia del professionista e può facilmente entrare in possesso del sigillo inchiostrato da imprimere su ogni esemplare. I fatti considerati nella sentenza che abbiamo commentato sopra erano avvenuti nel 2016, per ricette mediche che venivano ancora compilate con tale modalità.

Con la ricetta dematerializzata, cioè quella che nasce in formato elettronico e viene trasmessa in modalità digitale (ad esempio, alla farmacia presso cui si reca il paziente per ritirare i medicinali prescritti, o al Cup per la prenotazione di un esame), quelle condotte illecite che si verificavano con la ricetta cartacea non sono più possibili, anche se non è possibile escludere a priori l’eventualità di indebite intrusioni di personale non autorizzato – come gli infermieri o altri operatori sanitari – nel sistema informatico di riferimento, in modo da compilare abusivamente il documento di prescrizione dei farmaci, così integrando anche in questo caso le ipotesi di reato che abbiamo esaminato, e la possibilità del licenziamento disciplinare; ma di tali eventualità la giurisprudenza non si è ancora occupata.

Approfondimenti

Per ulteriori informazioni leggi la guida “Ricetta medica: tutto ciò che c’è da sapere“.


note

[1] D.Lgs. n. 219/2006 , Tit. VI.

[2] Cass. sent. n. 34679 del 24.11.2022.

[3] Cass. sent. n. 28592/2020.

[4] Cass. sent. n. 13315/2011.


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