Questo sito contribuisce alla audience di
Diritto e Fisco | Articoli

Quando è piccolo spaccio?

29 Novembre 2022 | Autore:
Quando è piccolo spaccio?

Quanti grammi di sostanza stupefacente ceduta occorrono per rientrare nei casi di «lieve entità» che diminuiscono notevolmente la pena per il pusher? Ecco i limiti da non superare.

Spacciare droga è vietato, ma non troppo. La giurisprudenza, visto che la legge è piuttosto vaga sul punto, ha fissato dei limiti entro i quali ci si mantiene nell’ambito del “piccolo spaccio”, e il risultato è che la pena applicata al pusher è molto inferiore rispetto a quella prevista per il traffico e la cessione su larga scala di sostanze stupefacenti, che può arrivare fino a 20 anni di reclusione. Ma quando lo spaccio è piccolo, nel senso di «lieve entità»? La legge si limita a indicare questa espressione e fornisce alcuni parametri generali di riferimento, ma non precisa le esatte quantità al di sotto delle quali lo spacciatore può ottenere la consistente riduzione di pena (come vedremo fra poco, lo “scalone” di pene tra lo spaccio ed il piccolo spaccio è enorme).

Adesso, questa lacuna sembra essersi colmata: una nuova sentenza della Cassazione [1] si è sforzata di trovare dei «parametri oggettivi» e li ha trovati a livello pratico, analizzando le più recenti decisioni intervenute in materia. Così i giudici di piazza Cavour hanno individuato qual è il range di riferimento applicabile in questi casi. Il risultato è che questa pronuncia ha finalmente indicato le soglie di peso, per ciascuna sostanza stupefacente, entro le quali è possibile ravvisare l’ipotesi lieve del piccolo spaccio, anziché la fattispecie delittuosa più grave.

Spaccio di sostanze stupefacenti: com’è punito?

Lo spaccio di droga è un delitto che viene punito in misura diversa a seconda del tipo di sostanze stupefacenti cedute (non solo dietro corrispettivo, ma anche gratuitamente) a terzi. Precisamente:

  • per lo spaccio di droghe pesanti, come la cocaina e l’eroina, la pena è la reclusione da sei a venti anni, e con la multa da 26mila a 260mila euro;
  • lo spaccio di droghe leggere, come l’hashish e la marijuana, è punito con la reclusione da due a sei anni e la multa da 5.164 a 77.468 euro.

Se hai dei dubbi su questa classificazione e non sai in quale categoria far rientrare un determinato tipo di sostanza stupefacente, leggi qui qual è la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti.

Quando lo spaccio è di lieve entità?

Quelle che abbiamo esposto sono pene molto severe, e per mitigarle nei casi più modesti la legge [2] prevede l’ipotesi della «lieve entità», che ricorre quando il quantitativo ceduto è ridotto e manca un’organizzazione di mezzi e di persone, sicché si può ritenere che lo spaccio sia soltanto occasionale e sporadico, anziché sistematico, abituale e professionale: una condotta delittuosa, dunque, molto meno grave, e che riguarda proprio i fenomeni del cosiddetto piccolo spaccio.

La pena prevista per questi casi di minore gravità è sensibilmente ridotta rispetto a quella prevista per il reato base: la reclusione va da sei mesi a quattro anni e la multa da 1.032 a 10.329 euro. Un abbattimento enorme, specialmente se la pena irrogata si attesta verso i minimi edittali, che possono essere ulteriormente diminuiti: infatti, applicando i particolari istituti previsti dal diritto penale, si può arrivare addirittura alla non punibilità del piccolo spaccio, quando il fatto viene considerato «di particolare tenuità». E tutto ciò vale anche per le droghe pesanti, dopo che la Corte Costituzionale [3] ha eliminato la precedente distinzione: quindi, ad esempio, anche uno spacciatore di eroina può beneficiarne, se cede sporadicamente soltanto una o due dosi.

Limiti di peso per rientrare nel piccolo spaccio 

La legge non definisce gli esatti limiti di peso delle sostanze stupefacenti che rientrano nel piccolo spaccio, ma fornisce soltanto alcune indicazioni generali che consentono di ravvisare il fenomeno della lieve entità, con riguardo ai «mezzi, modalità e circostanze dell’azione» compiuta dal pusher, nonché alla «qualità e quantità delle sostanze» cedute. È un riferimento evidentemente insufficiente, perché non fornisce un parametro numerico prestabilito: in assenza di esso, il giudice deve valutare e soppesare tutti gli elementi del caso concreto come, ad esempio, il numero di dosi confezionate, il luogo in cui è avvenuto lo spaccio, la condotta tenuta dallo spacciatore, i mezzi di locomozione che ha utilizzato, i modi di occultamento della droga e le persone che hanno ricevuto le sostanze.

La giurisprudenza ha colmato questa lacuna (che, purtroppo, consentiva talvolta di procedere in modo “spannometrico” per delitti oggettivamente molto gravi) e, nella nuova sentenza cui abbiamo accennato all’inizio [1], ha fissato con chiarezza queste soglie, al di sotto delle quali si può ravvisare la fattispecie attenuata della lieve entità della cessione, ossia il piccolo spaccio, che è punito in maniera più mite.

Piccolo spaccio: quanti grammi per ogni sostanza?

Ecco i valori ponderali, cioè il peso delle sostanze espresso in grammi, che consentono al giudice di ravvisare il fatto di lieve entità e, dunque, applicare allo spacciatore le pene ridotte: 101,5 grammi di hashish, 108,3 grammi di marijuana, 28,4 grammi di eroina e 23,66 grammi di cocaina.

Attenzione: si tratta di limiti medi, e non assoluti. Infatti queste cifre sono state ottenute in base alle elaborazioni compiute dall’ufficio del processo istituito presso la sesta sezione penale della Cassazione (quella che si occupa di sostanze stupefacenti): lo studio ha estrapolato i dati di quasi 400 recenti decisioni della Corte, emesse fra il 2020 e il 2022, ed ha ricavato le soglie medie su cui si sono attestati i giudici di legittimità per stabilire quando lo spaccio può considerarsi di lieve entità.

Per completezza, ti forniamo anche i valori più elevati estrapolati dallo stesso studio, che coincidono con il limite massimo di peso entro cui, nelle decisioni giudiziarie anzidette, è stata riconosciuta la lieve entità: 386,93 grammi di hashish, 246 grammi di marijuana, 107,71 grammi di eroina e 150 grammi di cocaina. Con questo attuale orientamento giurisprudenziale, difficilmente uno spacciatore che supera tali soglie potrà invocare la lieve entità del fatto, e non riuscirà quindi a cavarsela con l’ipotesi del piccolo spaccio.

La Suprema Corte spiega così questa impostazione: quando si è «in presenza di un dato ponderale non particolarmente significativo» – cioè di un peso che non supera i suddetti limiti – l’illecito penale «è pienamente compatibile con un’attività di piccolo spaccio, comportante una disponibilità economica limitata e introiti ridotti» per lo spacciatore, «nonché la possibilità di soddisfare un numero minimo di richieste di cessione»: insomma, se la droga spacciata è poca, finisce presto, non possono acquistarla e consumarla in molti, e tutto ciò giustifica l’applicazione di una pena inferiore.

Dose media singola e piccolo spaccio: quali rapporti?

Gli Ermellini hanno anche precisato che il concetto di «dose media singola» introdotto dai parametri ministeriali [4] e ricavabile dal quantitativo ceduto (ad esempio, la “bustina” di coca o la “canna”) riguarda soltanto l’uso personale della sostanza e perciò non può essere applicato ai casi di spaccio: «la nozione di dose media singola è stata introdotta per tale specifica finalità e non può essere utilizzata per stabilire il quantitativo di dosi concretamente destinate allo spaccio, atteso che queste hanno normalmente un contenuto anche notevolmente superiore di principio attivo, come dimostrato dalla casistica giudiziaria».

Per concretizzare questa affermazione, il Collegio aggiunge che «le cosiddette dosi da strada, cioè quelle concretamente confezionate per lo spaccio, non coincidono affatto con la dose media singola». Quindi, per stabilire la sussistenza o meno del piccolo spaccio si dovrà avere riguardo al peso delle sostanze stupefacenti e non al numero di dosi ricavabili da esse. Puoi leggere la sentenza per intero nel box qui sotto.


note

[1] Cass. sent. n. 44061 del 25.11.2022.

[2] Art. 73 D.P.R. n. 309/1990.

[3] C. Cost. sent. n. 40/2019 e n. 179/2017.

[4] D.M. 11.4.2006.

Autore immagine: canva.com/

Cass. pen., sez. VI, ud. 3 novembre 2022 (dep. 25 novembre 2022), n. 45061
Presidente Di Stefano – Relatore Di Geronimo

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata, la Corte di appello confermava la condanna di R. per il reato di cui al D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 73 negando la derubricazione nell’ipotesi lieve di cui al comma 5, riducendo la pena inflitta in primo grado.

2. Avverso la suddetta sentenza, il ricorrente ha formulato un unico motivo di doglianza, con il quale deduce violazione di legge e vizio di motivazione relativamente al mancato riconoscimento della fattispecie di cui al D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 art. 73, comma 5.

Si afferma, infatti, che la Corte di appello avrebbe valorizzato il solo dato ponderale (indicato in gr. 33,793 di principio attivo, pari al 34,1% della sostanza sequestrata), in tal modo non applicando il principio affermato nella sentenza “Murolo” con la quale le Sezioni unite hanno recentemente precisato che il giudizio sulla lievità del fatto deve riguardare la complessiva gravità del fatto, essendo insufficiente il mero riferimento al dato quantitativo.

Nel caso di specie, la Corte di appello avrebbe omesso di considerare che, all’esito della perquisizione personale e domiciliare, non erano stati rinvenuti elementi utili dai quali desumere una stabile attività di spaccio, nè si era valutata la destinazione, almeno in parte, dello stupefacente all’uso personale.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato.

2. Nell’esaminare il motivo di ricorso occorre tener conto di quelli che sono i dati sulla cui base si è ritenuto di escludere la derubricazione del fatto nell’alveo del D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 art. 73, comma 5.

La Corte di appello ha essenzialmente valorizzato il quantitativo sequestrato (pari a circa gr. 100 lordi di hashish), il grado di principio attivo (34% circa, pari a gr. 33 circa) e il numero di dosi singole astrattamente ricavabili dal complessivo quantitativo sequestrato, ritenendo che tali elementi sarebbero di per sé indicativi di una rilevante offensività della condotta rispetto al bene giuridico protetto.

È, pertanto, corretto il rilievo difensivo secondo cui l’esclusione della fattispecie di cui al comma 5 dell’art. 73 è stata motivata esclusivamente con riferimento al dato quantitativo.

2.1. Per consolidata giurisprudenza, invero, il reato di cui al D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 art. 73, comma 5, può essere riconosciuto in ipotesi di minima offensività penale della condotta, deducibile sia dal dato qualitativo e quantitativo, sia dagli altri parametri richiamati dalla disposizione (mezzi, modalità, circostanze dell’azione), con la conseguenza che, ove uno degli indici previsti dalla legge risulti negativamente assorbente, ogni altra considerazione resta priva di incidenza sul giudizio (Sez.U, n. 35737 del 24/06/2010, Rico, Rv. 247911; Sez.U, n. 17 del 21/06/2000, Primavera, Rv. 216668).

Anche la più recente pronuncia resa da Sez.U, n. 51063 27/09/2018, Murolo, Rv. 274076 ha fatto applicazione di tali principi, sia pur con riguardo ad una fattispecie diversa da quella in esame, affermando che la diversità di sostanze stupefacenti oggetto della condotta non è di per sé ostativa alla configurabilità del reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990 art. 73, comma 5, in quanto l’accertamento della lieve entità del fatto implica una valutazione complessiva degli elementi della fattispecie concreta, selezionati in relazione a tutti gli indici sintomatici previsti dalla disposizione.

2.2. I principi espressi a più riprese dalle Sezioni unite forniscono un parametro interpretativo univoco, essendosi ribadito come nella valutazione della tenuità del fatto ai sensi del comma 5 dell’art. 73, non può assumere, di norma, valenza esclusiva ed assorbente il dato quantitativo, nè quello qualitativo con riferimento alla diversità delle sostanze oggetto di cessione.

La valutazione del fatto deve guardare alla complessità dello stesso, valorizzando – in senso positivo o negativo – tutti gli elementi che contraddistinguono quella determinata condotta. Tale criterio di giudizio può subire una flessione solo nel caso in cui il dato ponderale sia di per sé talmente rilevante da determinare l’assorbimento dei restanti aspetti della condotta.

Nel caso di specie, tuttavia, si è in presenza di un dato ponderale non particolarmente significativo e pienamente compatibile con un’attività di “piccolo spaccio”, comportante una disponibilità economica limitata e introiti ridotti, nonché la possibilità di soddisfare un numero minimo di richieste di cessione.

2.3. La Corte di appello ha particolarmente stigmatizzato, al fine di escludere la tenuità del fatto, il numero di dosi medie singole indicato in 1351.

Invero, il giudizio di offensività richiesto dal D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 art. 73, comma 5, non può fondarsi sul numero di dosi medie singole ricavabili, posto che tale dato indica unicamente, la quantità di principio attivo per singola assunzione idonea a produrre in un soggetto tollerante e dipendente un effetto stupefacente, ma non corrisponde necessariamente al numero di dosi in concreto commercializzate con il quantitativo di stupefacente sequestrato.

In base al DM 11 aprile 2006, il concetto di dose media singola, infatti, rappresenta essenzialmente il dato numerico sulla cui base, applicando un moltiplicatore variabile a seconda del tipo di sostanza, si giunge all’individuazione del quantitativo soglia rilevante per la presunzione di uso personale dello stupefacente.

La nozione di dose media singola, pertanto, è stata introdotta per tale specifica finalità e non può essere utilizzata per stabilire il quantitativo di dosi concretamente destinate allo spaccio, atteso che queste hanno normalmente un contenuto anche notevolmente superiore di principio attivo, come dimostrato dalla casistica giudiziaria. Quanto detto sta a significare che le cosiddette “dosi da strada”, cioè quelle concretamente confezionate per lo spaccio non coincidono affatto con la dose media singola.

Nel caso di specie, la Corte di appello si è limitata a prendere atto di un dato astratto e non significativo che, peraltro, non consente neppure di accertare la reale redditività derivante dalla cessione dei 100 gr. di stupefacente rinvenuti,

elemento che – unitamente agli altri indici contribuisce a quella valutazione

globale del fatto che è alla base del giudizio di tenuità ex D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 art. 73, comma 5.

2.4. Le considerazioni sopra svolte sono dimostrative della difficoltà di individuare parametri – possibilmente oggettivi – che possano fungere da linee guida per stabilire in quali si è in presenza della fattispecie autonoma di cui al D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 art. 73, comma 5.

Si tratta di una problematica con la quale la giurisprudenza della Cassazione si è già confrontata, sia pur con riguardo alla speculare ipotesi dell’aggravante

della “ingente quantità”. Pur con le dovute divergenze esistenti tra i due istituti, è innegabile che entrambi condividono l’esigenza, in mancanza di uno specifico parametro normativo, di evitare un’eccessiva variabilità di giudizio rispetto a fattispecie similari.

Posto che l’individuazione di parametri oggettivi rientra nella competenza del Legislatore, la giurisprudenza può quanto meno tentare di compiere – sulla base di un numero significativo di pronunce – una verifica statistica in ordine alla rilevanza che viene data al dato quantitativo.

Si tratta di una soluzione già sperimentata nella giurisprudenza di legittimità con riguardo alla nozione di “ingente quantitativo”. In particolare, va richiamato l’autorevole precedente costituito da Sez.U, n. 36258 del 24/05/2012, Biondi, Rv. 253150 che, in motivazione, dà espressamente conto del dato statistico rilevato nella relazione dell’Ufficio del Massimario, nella quale erano state esaminate le sentenze emesse sull’aggravante dell’ingente quantitativo nell’arco di circa 2 anni, al fine di fornire un quadro dei quantitativi ritenuti ingenti nella giurisprudenza di legittimità. In quel caso, le Sezioni unite precisavano che l’individuazione di valori soglia non comportava una “invasione” nella funzione normativa, consistendo in un’operazione puramente ricognitiva, che valorizza la “casistica scaturente dalla indagine condotta dall’Ufficio del Massimario di questa Corte, sul “materiale giudiziario” a sua disposizione”. Partendo da tali premesse, le Sezioni unite sono giunte ad affermare che l’aggravante della ingente quantità, di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 80, comma 2, non è di norma ravvisabile quando la quantità sia inferiore ai 2.000 volte il valore massimo, in milligrammi (valore – soglia), determinato per ogni sostanza nella tabella allegata al D.M. n. 11 aprile 2006, ferma restando la discrezionale valutazione del giudice di merito, quando tale quantità sia superata.

2.5. Analogo percorso ricognitivo può essere seguito anche in relazione all’ipotesi lieve di cui al comma 5, tenendo conto che, in tal caso, il problema è aggravato dal fatto che il dato quantitativo non costituisce l’unico elemento di valutazione, dovendo questo inserirsi in un giudizio globale sull’offensività del fatto.

Posto che l’elemento ponderale non può costituire – al di là dei casi di particolare pregnanza dello stesso – l’unico elemento per riconoscere od escludere il fatto lieve, è innegabile che tale aspetto è uno di quelli che maggiormente incide sul giudizio in ordine all’art. 73, comma 5.

L’individuazione di valori dotati di particolare ricorrenza statistica nelle decisioni concernenti il fatto lieve può essere condotta avvalendosi dello studio recentemente predisposto dall’Ufficio per il Processo presso la Sesta sezione penale, intitolato “Il fatto di lieve entità ex D.P.R. n. 309 del 1990 art. 73, comma 5: alla ricerca di un’interpretazione tassativizzante. Un’indagine empirica della giurisprudenza di legittimità nel triennio 2020-2022”.

Lo studio ha comportato l’esame di 398 decisioni della Corte in materia di spaccio di lieve entità, emesse nel triennio 2020-2022, ed ha restituito un quadro molto variegato in ordine ai quantitativi che sono stati ritenuti compatibili con tale fattispecie.

Sulla base di tale verifica è risultato che il limite massimo entro il quale è stato riconosciuta la lieve entità del fatto è risultato essere:

– 150 g per la cocaina;

– 107,71 g per l’eroina;

– 246 g per la marijuana;

– 386,93 g per l’hashish

Tale dato è stato ulteriormente elaborato, al fine di individuare i quantitativi per i quali vi è maggiore interferenza tra sentenze che riconoscono e negano il comma 5, risultando che, per i seguenti quantitativi, vi è una prevalenza di sentenze che ritengono il fatto lieve:

– 23,66 g per la cocaina;

– 28,4 g per l’eroina;

– 108,3 g per la marijuana;

– 101,5 g per l’hashish.

Si tratta di un dato avente una valenza statistica, nel senso che attesta il fatto che – con riguardo ad un significativo numero di pronunce rese in un dato periodo temporale – la giurisprudenza maggioritaria ha ricondotto al fatto lieve i quantitativi sopra indicati. Ciò non esclude, tuttavia, che la ricorrenza statistica di tali valutazioni può integrare un metro di giudizio utile a garantire la necessaria tassatività della norma incriminatrice, evitando eccessive oscillazioni interpretative.

La valutazione complessiva della tenuità del fatto deve essere pur sempre svolta valorizzando tutti gli elementi della fattispecie, salvo restando che – specie nelle ipotesi in cui non vi sono specifici indici della offensività del fatto – la circostanza che un dato quantitativo sia stato tendenzialmente ricondotto all’ipotesi di cui all’art. 73, comma 5, può assumere una valenza di per sé decisiva.

In conclusione, si ritiene di poter affermare che ai fini della valutazione della sussistenza del fatto lieve, il giudice può tener conto – unitamente agli altri elementi descrittivi della condotta – del fatto che il dato ponderale oggetto di giudizio è stato ritenuto, dalla giurisprudenza maggioritaria risultante dalla ricognizione statistica su un campione significativo di sentenze, come compatibile con D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 art. 73, comma 5.

Applicando tale principio al caso di specie, si evidenzia come il quantitativo sequestro, pari a circa 100 gr. di hashish, rientra appieno in quel valore soglia che, dalla giurisprudenza prevalente di questa Corte, è stato ricondotto nell’ambito del fatto lieve.

2.6. A ciò occorre aggiungere che non sono stati neppure acquisiti ulteriori elementi sulla cui base ritenere che l’attività di spaccio – al di là del singolo quantitativo sequestrato – avesse connotati idonei a far ritenere la tenuità della condotta richiesta dal D.P.R. n. 9 ottobre 1990, n. 309 art. 73, comma 5.

In particolare, non risulta il numero degli assuntori che si rivolgevano all’imputato, nè se questi avesse la capacità in termini di contatti con i fornitori all’ingrosso e di disponibilità economica – di procurarsi stabilmente ed in quantitativi apprezzabili sostanza stupefacente.

Rispetto ai dati complessivamente descrittivi della condotta, va ribadito il principio secondo cui la fattispecie autonoma di cui al D.P.R. n. 309 del 1990 art. 73 comma 5 del è configurabile nelle ipotesi di cosiddetto piccolo spaccio, che si caratterizza per una complessiva minore portata dell’attività dello spacciatore e dei suoi eventuali complici, con una ridotta circolazione di merce e di denaro nonché di guadagni limitati e che riconnprende anche la detenzione di una provvista per la vendita che, comunque, non sia tale da dar luogo ad una prolungata attività di spaccio, rivolta ad un numero indisCriminato di soggetti. (Sez.6, n. 15642 del 27/01/2015, Driouech, Rv. 263068).

3. Alla luce di tali considerazioni, il fatto contestato va riqualificato nell’ipotesi di cui al D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 73, comma 5, con conseguente annullamento della sentenza impugnata e rinvio ad altra sezione per la rideterminazione della pena.

P.Q.M.

Previa riqualificazione del fatto contestato ai sensi del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, annulla la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della Corte di appello di Roma per la rideterminazione della pena.


Sostieni laleggepertutti.it

Non dare per scontata la nostra esistenza. Se puoi accedere gratuitamente a queste informazioni è perché ci sono uomini, non macchine, che lavorano per te ogni giorno. Le recenti crisi hanno tuttavia affossato l’editoria online. Anche noi, con grossi sacrifici, portiamo avanti questo progetto per garantire a tutti un’informazione giuridica indipendente e trasparente. Ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di andare avanti e non chiudere come stanno facendo già numerosi siti. Se ci troverai domani online sarà anche merito tuo.Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube