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Impedire all’altro genitore la frequentazione del figlio è reato

30 dicembre 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 dicembre 2014



Portare via con sé il figlio, ostacolando di fatto l’altro genitore nell’esercizio della responsabilità genitoriale, integra il reato di sottrazione di persona incapace.

Ciascuna madre o padre, anche se separati, hanno il preciso dovere di garantire e preservare il legame dei figli con l’altro genitore: ciò al fine di realizzare in primo luogo l’interesse dei minori stessi.

Tale dovere trova la propria fonte non solo in un evidente principio morale, ma nella stessa legge che sancisce sia il diritto di ogni figlio a ricevere, da ciascun genitore, mantenimento, educazione, istruzione e assistenza morale, [1] sia il dovere dei genitori di esercitare la responsabilità genitoriale di comune accordo, tenendo in ogni caso conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio [2]. Al pari, sempre di comune accordo, i genitori devono stabilire la residenza abituale dei figli; in caso di disaccordo, tali decisioni sono demandate al giudice.

Pertanto, il genitore che, senza il consenso dell’altro, porti il figlio minore lontano dal domicilio conosciuto e concordato o lo trattenga presso di sé quando – secondo quanto deciso dal tribunale – dovrebbe riportarlo dall’altro, risponde non solo del delitto di mancata osservanza di un provvedimento del giudice [3] ma, nello specifico, di quello di sottrazione di persona incapace [4] per il quale è prevista la pena della reclusione fino a tre anni.

È quanto emerge da una recente pronuncia della Cassazione [5].

 

Secondo i Supremi giudici, tale reato deve ritenersi compiuto tutte le volte in cui un genitore, con la propria condotta, impedisca in concreto all’altro di fornire al figlio la necessaria cura, assistenza, educazione, vicinanza e supporto affettivo, che rappresentano l’ espressione della responsabilità genitoriale.

È, infatti, proprio nel pieno e regolare svolgimento del ruolo di genitore che va individuato il principale bene giuridico che la norma penale in esame intende tutelare.

In particolare, sottolinea la Corte, perché possa configurarsi il delitto di sottrazione di persona incapace, occorre che, in conseguenza dell’ allontanamento del bambino, l’altro genitore venga impossibilitato o fortemente ostacolato nell’esercizio della propria funzione genitoriale; ciò, non solo quando tale limitazione abbia carattere definitivo ma anche se si manifesti in modo occasionale.

Attenzione però, ricordano i Supremi giudici: il reato non può configurarsi nel caso in cui la sottrazione del bambino abbia avuto una durata limitata. Si pensi, ad esempio, a tutte quelle situazioni (piuttosto ricorrenti) in cui, per i motivi più svariati, il genitore non collocatario riporti con ritardo il bambino a casa dell’altro.

In tale ipotesi, infatti, non può ritenersi sussistente una seria compromissione nè degli affetti familiari, né tantomeno della responsabilità riconosciuta al genitore dalla legge.

Affinché si realizzi il reato, occorre dunque che il genitore sia di fatto estromesso (anche se per periodi limitati nel tempo) dall’esercizio della funzione educativa e affettiva e che, di conseguenza il minore venga leso in un suo fondamentale diritto: quello alla conservazione del rapporto filiale con ciascun genitore; ciò, a prescindere da fatto di aver subito un concreto danno.

La vicenda

Nel caso in esame, la Cassazione ha condannato una madre la quale, dopo la separazione, si era trasferita in nella città d’origine all’insaputa dell’ex, portando via con sé la bambina di dieci anni. Una decisione non solo unilaterale, ma soprattutto in assoluto contrasto con quanto previsto dal giudice della separazione che aveva stabilito che padre e figlia si incontrassero con frequenza anche in ragione della stessa città di residenza.

Se proprio il genitore intenda cambiare residenza -ricorda la stessa Corte – l’unico modo che ha per evitare la condanna è quello di chiedere al giudice una modifica dei provvedimenti riguardanti la residenza del figlio e il diritto di visita del genitore non collocatario [6].

note

[1] Art. 315 bis cod. civ.

[2] Art. 316 cod. civ.

[3] Art. 388 c. 2 cod. pen.

[4] Art. 574 cod. pen.

[5] Cass., sent. n. 33452/14.

[6] Ai sensi degli artt. 710 cod.proc. civ.e 337 bis cod. civ.

Autore immagine: 123rf com


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1 Commento

  1. non riesco a capire perché certi giudici sono cosi arroganti nei confronti del genitore PADRE un giudice dovrebbe pensare solo ed esclusivamente al bene del minore . Giudice “X.X.” hai emesso una sentenza, come ti ho detto in aula di casa tua o scusa del tribunale dei minori di CATANZARO che sei una persona REPRESSA CHE non avrei visto più mia figlia e cosi è stato ,è da AGOSTO 2013 CHE non vedo mia figlia …..vai a ZAPPARE se hai un pezzo di TERRA che non è per te fare il GIUDICE. IL SULTANO ANTONIO LOIACONO

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