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Genitore si disinteressa dei figli: cosa rischia?

30 Novembre 2022 | Autore:
Genitore si disinteressa dei figli: cosa rischia?

Cosa succede quando il padre, o la madre, abbandona i figli o li trascura; quando c’è illecito civile con risarcimento dei danni e quando la condotta costituisce reato.

Ci sono anche al giorno d’oggi dei padri e delle madri che trascurano gravemente i propri figli: non li educano, non li mantengono, non provvedono alle loro necessità e, talvolta, li abbandonano completamente. Di fronte a tali comportamenti, la morale non basta e deve intervenire la legge, soprattutto per tutelare i minori rimasti privi di assistenza. Se un genitore si disinteressa dei figli cosa rischia?

La nostra domanda riguarda soprattutto le coppie separate o divorziate con elevato grado di conflittualità, dove un genitore si sottrae ai propri obblighi di mantenimento dei figli nati da un matrimonio ormai finito; ma ci sono anche parecchi casi di figli naturali non riconosciuti, ai quali l’ordinamento giuridico riconosce gli stessi diritti dei figli legittimi, ma che in concreto sono dei “quasi orfani” perché il loro vero padre non si cura di loro, specialmente durante la delicata fase della loro crescita.

I giudici hanno un atteggiamento severo in questi casi: lo dimostra una nuova sentenza della Cassazione [1], con la quale un padre, che si era completamente disinteressato per molti anni del proprio figlio naturale, diventato ormai adulto, è stato condannato, su ricorso della madre, a risarcire i danni causati da questo comportamento illecito.

La Suprema Corte ha ritenuto particolarmente grave questo protratto comportamento omissivo, perché violava contemporaneamente tutti gli obblighi di mantenimento, istruzione e educazione che ogni genitore ha nei confronti della prole. Sono doveri sanciti direttamente dalla Costituzione prima ancora che dalle leggi, a comprova, se mai ve ne fosse bisogno, della loro importanza. Iniziamo proprio da questo aspetto dei doveri violati, per arrivare poi ad illustrare tutte le conseguenze giuridiche – non solo civili, ma anche penali – che il disinteresse di un genitore verso i figli comporta.

Doveri dei genitori verso i figli

L’articolo 30 della Costituzione  sancisce che «è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio». L’ampia formulazione della norma riguarda tanto i figli legittimi quanto quelli naturali, senza distinzioni, e comprende sia il mantenimento materiale sia i bisogni formativi ed affettivi di cui tutti i figli necessitano, dal momento della loro nascita e (almeno) fino a quando non diventano maggiorenni.

L’art. 316 del Codice civile ribadisce il precetto costituzionale e lo specifica, descrivendo come si esercita la responsabilità genitoriale (quella che un tempo veniva chiamata «patria potestà» e adesso, invece, riguarda entrambi i genitori): gli obblighi di assistenza perdurano anche nei confronti dei figli maggiorenni, se sono disabili o non sono ancora diventati economicamente indipendenti.

Genitore abbandona i figli: quali conseguenze?

Se un genitore abbandona i figli (questa condotta può riguardare tanto il padre quanto la madre, o entrambi), nei casi di protratta assenza, di incapacità a svolgere il proprio ruolo o di disinteresse evidente, il giudice può disporre il drastico provvedimento della decadenza dalla responsabilità genitoriale sui figli.

Analogamente a quanto avviene in caso di violenze domestiche, maltrattamenti o abusi su minori, se il genitore rimasto non è in grado di prendersi cura da solo del figlio, può essere stabilito anche l’allontanamento del minore dalla residenza familiare e il suo collocamento in luoghi protetti, quando vi è fondato pericolo per la sua incolumità psico-fisica. Questi provvedimenti non sono mai definitivi, e possono essere revocati se viene meno la situazione che li aveva determinati.

Genitori separati o divorziati: provvedimenti sull’affidamento

Alcuni, del tutto erroneamente, credono che la responsabilità genitoriale venga meno con la separazione o con il divorzio: non è affatto così, perché i doveri dei genitori verso i figli perdurano e rimangono intatti, a prescindere da quale dei due genitori venga individuato come “collocatario”, cioè quello che rimane a vivere con i bambini e i ragazzi.

Però se un genitore omette di prestare le cure necessarie verso i figli, così di fatto disinteressandosi di loro (anche al di là delle intenzioni e delle rassicurazioni verbali sull’adempimento dei propri impegni), il giudice, nell’interesse della prole, può revocare l’affidamento condiviso e disporre l’affidamento esclusivo dei figli minori al genitore rimasto. Sarà lui, o lei, da quel momento, a prendere tutte le decisioni necessarie ed opportune per la miglior crescita dei bambini, senza dover interpellare l’altro, visto il suo conclamato disinteresse per le loro sorti.

Genitore abbandona o trascura i figli: quando è reato?

Se un padre o una madre abbandona i figli che non hanno ancora compiuto 14 anni di età, sussiste il reato di abbandono di minori, che prevede la pena della reclusione da 6 mesi a 5 anni.

L’abbandono dei figli può avvenire anche trascurando le loro esigenze, e in tal caso viene integrato il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, che non riguarda solo chi «abbandona il domicilio domestico», cioè va via di casa e sparisce, ma anche chi «comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale, alla tutela legale o alla qualità di coniuge». In questi casi la pena è, alternativamente, la reclusione fino a un anno o la multa da 103 a 1.032 euro, ma viene aumentata se vengono anche fatti mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori o inabili al lavoro.

Genitore si disinteressa dei figli: risarcimento danni

Il genitore che in vari modi (con l’abbandono, o anche per trascuratezza e attraverso il protratto distacco affettivo) si disinteressa dei figli commette un illecito, perché viola apertamente gli obblighi che abbiamo indicato; da ciò deriva per legge [2] l’obbligo risarcire i danni, sia materiali sia morali, arrecati ai figli, ed anche all’altro genitore che a causa di tale comportamento è di fatto rimasto solo e si è dovuto occupare dei figli in via esclusiva. La nuova sentenza della Cassazione che abbiamo anticipato – e che puoi leggere in forma integrale al termine di questo articolo – prende le mosse proprio da questo assunto.

Oltre ai consueti danni patrimoniali (come tutte le spese sostenute per la crescita dei figli: vitto, abbigliamento, scuola, salute, sport, ecc.), in queste situazioni viene in rilievo un particolare tipo di danno, che la giurisprudenza chiama «danno da deprivazione genitoriale»: consiste nella sofferenza psicologica e nel disagio che il figlio ha dovuto affrontare durante la sua crescita mentre è rimasto privo del sostegno genitoriale e, in particolare, dell’assistenza materiale ed affettiva del padre, o della madre. Nella vicenda esaminata dalla Cassazione, questo danno  – che, avendo natura non patrimoniale, non può essere quantificato nell’esatto importo, e dunque viene liquidato in via equitativa – è stato ravvisato nel pregiudizio alla formazione della personalità del figlio che per molti anni era rimasto di fatto privo del padre.  Tra queste conseguenze negative, e dunque risarcibili, rientra anche la compromissione del percorso di studi e della carriera professionale che ne consegue.


note

[1] Cass. sent. n. 34950/2022.

[2] Art. 2059 Cod. civ.

Cass. civ., sez. I, sent., 28 novembre 2022, n. 34950
Presidente Genovese – Relatore Tricomi

Fatti di causa

1.- La Corte d’appello di Bolzano, con sentenza in data 8.9.2017, confermò il rigetto della domanda con cui K.J. aveva impugnato l’atto con cui egli stesso aveva riconosciuto il figlio M.A. (nato il (omissis) ) e riformò la prima decisione nella parte in cui aveva accolto la domanda di risarcimento dei danni proposta dal figlio, condannando il padre a corrispondergli Euro 100.000,00=.
Ad avviso della Corte, non vi era prova che K. fosse stato informato della sua paternità prima dell’anno 2009 -, non essendo confermate da altre risultanze probatorie le affermazioni, ritenute di dubbia attendibilità, della teste M.R. , la quale aveva riferito di avere avuto con lui un rapporto sessuale non protetto da cui era nato M.A. e di avere informato K. di ciò già un mese dopo la nascita del figlio e anche successivamente; inoltre, M.R. aveva taciuto al figlio per molti anni l’identità del padre, in tal modo contribuendo a segnare negativamente il futuro del figlio; non era provato che K. fosse, consapevolmente e intenzionalmente o per colpa, venuto meno ai propri obblighi paterni nei confronti di M.A. ; non v’era prova del danno patito da quest’ultimo sotto l’aspetto affettivo, psicologico e sociale, ed infatti, pur avendo provato di essere cresciuto in povertà, questi non aveva dimostrato che avrebbe potuto beneficiare di condizioni di vita migliori se il padre lo avesse riconosciuto (non aveva dimostrato “quali prospettive egli avesse riguardo al suo futuro, quali ambizioni restassero insoddisfatte e quali concrete chances egli si fosse perso”), tanto piu a fronte delle non floride condizioni economiche del K. .
M.A. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a sei motivi, resistito da K.J. che ha depositato memoria.
La causa perviene all’odierna udienza pubblica a seguito di rinvio a nuovo ruolo disposto all’adunanza camerale dell’11 novembre 2021.
Ragioni della decisione
2.1.- Con il primo motivo M. deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonché la nullità della sentenza per violazione dell’art. 111 Cost. e 132, comma 2, c.p.c. per motivazione insufficiente e contraddittoria.
La censura concerne la statuizione con cui la testimonianza della madre del ricorrente è stata ritenuta insufficiente, in assenza di ulteriori conferme, a provare la circostanza che K. fosse stato informato della propria paternità poco dopo la nascita del figlio M.A. , avvenuta nel omissis.
Il ricorrente si duole che la decisione della Corte di appello di escludere l’attendibilità della teste sia stata assunta aprioristicamente, in ragione del solo vincolo di parentela con esso, originario attore.
2.2.- Il motivo è fondato e va accolto.
2.3.- La Corte di appello, riformando la prima decisione, ha affermato che gli obblighi genitoriali conseguenti al concepimento si basano sulla consapevolezza della genitorialità, che non equivale ad una certezza assoluta, ma può essere desunta da una serie di indizi univoci, come il fatto indubbio di avere avuto un rapporto sessuale non protetto con la madre nel figlio nel periodo del concepimento, e che la domanda risarcitoria del danno conseguente alla violazione dei diritti del bambino per il mancato assolvimento degli obblighi genitoriali presuppone la sussistenza dell’elemento soggettivo del dolo o della colpa e che le risultanze istruttorie non avevano fornito la necessaria chiarezza in merito al momento della conoscenza del K.J. circa la sua paternità verso M.A. ” (fol.8 della sent.) perché: i) l’affermazione che questi venne informato già nel omissis, dopo la nascita, della paternità si basava sulla sola testimonianza della madre del figlio M.R. ; la sorella di M.R. , presente in un’altra occasione in cui l’argomento tra i due genitori era stato affrontato, non era stata chiamata a testimoniare; gli altri testimoni non avevano potuto confermare che la madre avesse informato K.J. della paternità durante la gravidanza e dopo la nascita del figlio; ii) la dichiarazione di M.R. doveva essere “valutata con prudenza, in quanto lei ha oggettivamente un interesse di fatto all’esito del giudizio che, anche se non qualificato ai sensi dell’art. 246 c.p.c., si ripercuote sulla sua credibilità”; iii) la deposizione della madre non era confermata da nessun tipo di prova e non vi erano elementi sufficienti a provare che K. fosse consapevole della propria paternità prima della richiesta di riconoscimento avanzata nel 2009 dal legale di M.A. ; iv) non emergeva che nella comunità del paese ove vivevano tutte le parti interessate, tutti fossero a conoscenza della condizione di paternità naturale di K. e che la circostanza che la madre lo avesse comunicato ad alcune persone nei tardi anni settanta non era sufficiente a far ritenere nota alla comunità la circostanza all’esame, potendo, al contrario far desumere l’intento della madre di mantenere segreta la vicenda; v) anche il fatto che M.A. lo avesse scoperto nel 2009 deponeva in tal senso; vi) il fatto che le parti vivessero nelle immediate vicinanze e che la madre del figlio frequentasse il ristorante del K. aveva carattere neutrale e significava unicamente che K.J. sapeva sicuramente della gravidanza della M.R. e della nascita del figlio di questa, non invece della propria paternità nei confronti del bambino.
2.4.- La decisione non può essere condivisa.
Appare utile ricordare che mentre l’art. 246 C.P.C. sancisce l’incapacità a testimoniare ove ricorra un interesse nella causa (stabilendo che “Non possono essere assunte come testimoni le persone aventi nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione al giudizio.”), il divieto di testimoniare previsto dall’art. 247 c.p.c., ancor prima dell’intervento abrogativo della Corte Costituzionale (sent. n. 248 del XXXX), non era assoluto, essendo previsto che “Non possono deporre il coniuge ancorché separato, i parenti o affini in linea retta e coloro che sono legati a una delle parti da vincoli di affiliazione, salvo che la causa vetta su questioni di stato, di separazione personale, o relative a rapporti di famiglia”.
2.5.- Nel caso di specie appare conclamata l’inapplicabilità dell’art. 246 c.p.c.- che sancisce le ipotesi di incapacità a testimoniare – nei confronti della madre, perché, come da questa Corte si è già affermato, “In tema di dichiarazione giudiziale della paternità naturale, nell’ipotesi di maggior età di colui che richiede l’accertamento non può configurarsi un interesse principale ad agire della madre naturale ai sensi dell’art. 276, ultimo comma, c.c., non essendo in tale evenienza ravvisabile un obbligo legale di assistenza o mantenimento nei confronti del figlio, potendo peraltro essa svolgere un intervento adesivo dipendente, allorché sia ravvisabile un suo interesse di fatto tutelabile in giudizio. In ogni caso, alla stregua della disciplina normativa della legittimazione ad agire in tale giudizio, contenuta nell’art. 276 c.c., correlata all’interpretazione dell’art. 269, secondo e comma 4, c.c., le dichiarazioni della madre naturale assumono un rilievo probatorio integrativo ex art. 116 c.p.c., quale elemento di fatto di cui non si può omettere l’apprezzamento ai fini della decisione, indipendentemente dalla qualità di parte o dalla formale posizione di terzietà della dichiarante, con la conseguente inapplicabilità dell’art. 246 c.p.c.” (Cass. n. 12198 del 17/07/2012, conf. Cass. n. 6025 del 25/03/2015;), considerazioni a cui va aggiunto che, anche sotto la vigenza dell’art. 267 c.p.c. – dichiarato costituzionalmente illegittimo – la testimonianza dei parenti era, comunque, ammessa se la causa verteva su questioni di stato come nel presente caso-, di separazione personale, o relative a rapporti di famiglia.
Da ciò discende che l’affermazione della Corte di appello circa la ricorrenza di un interesse “di fatto”, pur non risponde al modello legale di cui all’art. 246 c.p.c., che giustificherebbe prudenza nella valutazione, non risulta svolta in conformità con le disposizioni normative e con i principi di legittimità in materia, giacché frutto di una evidente confusione tra capacità a testimoniare e valutazione sull’attendibilità del teste.
Invero, “L’incapacità a deporre prevista dall’art. 246 c.p.c. si verifica solo quando il teste è titolare di un interesse personale, attuale e concreto, che lo coinvolga nel rapporto controverso, alla stregua dell’interesse ad agire di cui all’art. 100 c.p.c., tale da legittimarlo a partecipare al giudizio in cui è richiesta la sua testimonianza, con riferimento alla materia in discussione, non avendo, invece, rilevanza l’interesse di fatto a un determinato esito del processo – salva la considerazione che di ciò il giudice è tenuto a fare nella valutazione dell’attendibilità del teste – nè un interesse, riferito ad azioni ipotetiche, diverse da quelle oggetto della causa in atto, proponibili dal teste medesimo o contro di lui, a meno che il loro collegamento con la materia del contendere non determini già concretamente un titolo di legittimazione alla partecipazione al giudizio.” (Cass. n. 167 del 05/01/2018) e, nel caso in esame, l’interesse personale nei sensi prima precisati non ricorre, giacché le istanze risarcitorie proposte dal figlio, a titolo personale, in ragione del preteso danno endofamiliare non patrimoniale da abbandono subito, non avrebbero potuto legittimare la madre alla partecipazione al giudizio.
Esclusa la ricorrenza di una incapacità a testimoniare della madre, ai sensi dell’art. 246 c.p.c., è opportuno rimarcare che “La capacità a testimoniare differisce dalla valutazione sull’attendibilità del teste, operando le stesse su piani diversi, atteso che l’una, ai sensi dell’art. 246 c. p. c., dipende dalla presenza di un interesse giuridico (non di mero fatto) che potrebbe legittimare la partecipazione del teste al giudizio, mentre la seconda afferisce alla veridicità della deposizione che il giudice deve discrezionalmente valutare alla stregua di elementi di natura oggettiva (la precisione e completezza della dichiarazione, le possibili contraddizioni, ecc.) e di carattere soggettivo (la credibilità della dichiarazione in relazione alle qualità personali, ai rapporti con le parti ed anche all’eventuale interesse ad un determinato esito della lite), con la precisazione che anche uno solo degli elementi di carattere soggettivo, se ritenuto di particolare rilevanza, può essere sufficiente a motivare una valutazione di inattendibilità.” (Cass. n. 21239 del 09/08/2019; Cass. n. 26547 del 30/09/2021); in particolare, quanto alla credibilità del teste, va osservato che “In materia di prova testimoniale, la verifica in ordine all’attendibilità del teste – che afferisce alla veridicità della deposizione resa dallo stesso – forma oggetto di una valutazione discrezionale che il giudice compie alla stregua di elementi di natura oggettiva (la precisione e completezza della dichiarazione, le possibili contraddizioni, ecc.) e di carattere soggettivo (la credibilità della dichiarazione in relazione alle qualità personali, ai rapporti con le parti ed anche all’eventuale interesse ad un determinato esito della lite), con la precisazione che anche uno solo degli elementi di carattere soggettivo, se ritenuto di particolare rilevanza, può essere sufficiente a motivare una valutazione di inattendibilità.” (Cass. n. 7623 del 18/04/2016).
Orbene, pur confermando il principio secondo il quale “In tema di prova testimoniale, l’insussistenza, per effetto della decisione della Corte Cost. n. 248 del 1994, del divieto di testimoniare sancito per i parenti dall’art. 247 c.p.c. non consente al giudice di merito un’aprioristica valutazione di non credibilità delle deposizioni rese dalle persone indicate da detta norma, ma neppure esclude che l’esistenza di uno dei vincoli in essa indicati possa, in concorso con ogni altro utile elemento, essere considerato dal giudice di merito la cui valutazione non è censurabile in sede di legittimità, ove motivata – ai fini della verifica della maggiore o minore attendibilità delle deposizioni stesse.” (Cass. n. 98 del 04/01/2019; Cass. n. 17630 del 28/07/2010), va rimarcato che, nel caso di specie, la valutazione di inattendibilità si è fondata aprioristicamente sulla ravvisata ricorrenza astratta di un interesse di fatto, estendendo inammissibilmente in via analogica la previsione di cui all’art. 246 c.p.c.; norma, per stessa ammissione della Corte di appello non applicabile nella specie, e che, circoscrivendo l’esercizio del diritto di azione e di difesa, è di stretta interpretazione.
3.1. – Con il secondo motivo si deduce la nullità della sentenza per violazione degli artt. 116, comma 6, Cost. e 132 c.p.c., per motivazione apparente, illogica e contraddittoria.
Il ricorrente si duole, altresì, che la Corte di appello, pur avendo affermato che la consapevolezza del padre in merito al concepimento poteva desumersi da una serie di indizi, tra cui l’avere avuto un unico rapporto sessuale non protetto con la madre in epoca compatibile con il concepimento, ha poi affermato che la sola gravidanza della M. non era tale da indurre il K. ad attivarsi, in quanto non era stato provato che egli era stato informato circa la propria paternità e la M. non aveva sollevato alcuna richiesta in ordine alla paternità.
Sostiene, di contro, M.A. che la avvenuta gravidanza, la circostanza che i genitori, abitanti nello stesso paese e vicini di abitazione, avessero avuto un rapporto non protetto, era invece rilevante e la motivazione della Corte di merito appariva contraddittoria.
3.2.- Il motivo è fondato.
3.3.- La Corte di appello, nel procedere all’accertamento circa la consapevolezza della genitorialità da parte di K. , è pervenuta alla conclusione che mancavano i presupposti per il riconoscimento del risarcimento del danno in quanto mancava la prova che K. , consapevolmente ed intenzionalmente o anche solo per colpa e per mancanza di necessaria diligenza, avesse agito illegittimamente, non provvedendo all’assolvimento degli obblighi paterni nei confronti del figlio (fol.13 della sent. imp.).
A questa statuizione la Corte di appello è pervenuta, sia per avere privato di qualsiasi valenza probatoria la testimonianza della madre, senza svolgere un adeguata e motivata valutazione di inattendibilità, ove riscontrabile, sia in quanto ha mancato di svolgere una corretta valutazione dei plurimi elementi indiziari, oltre che della indiscussa paternità, secondo i criteri elaborati in proposito dalla giurisprudenza di legittimità, in particolare laddove ha affermato che le circostanze che i due genitori vivessero vicini al momento del concepimento ed avessero continuato a vivere nello stesso piccolo paese e che la madre avesse frequentato il ristorante di K. avevano “carattere neutrale” (fol.10 della sent. imp.) ed ha proceduto ad una valutazione atomistica degli indizi.
Va riaffermato che “In tema di prova presuntiva, il giudice è tenuto, ai sensi dell’art. 2729 c.c., ad ammettere solo presunzioni “gravi, precise e concordanti”, laddove il requisito della “precisione” è riferito al fatto noto, che deve essere determinato nella realtà storica, quello della “gravità” al grado di probabilità della sussistenza del fatto ignoto desumibile da quello noto, mentre quello della “concordanza”, richiamato solo in caso di pluralità di elementi presuntivi, richiede che il fatto ignoto sia – di regola – desunto da una pluralità di indizi gravi, precisi e univocamente convergenti nella dimostrazione della sua sussistenza, e ad articolare il procedimento logico nei due momenti della previa analisi di tutti gli elementi indiziari, onde scartare quelli irrilevanti, e nella successiva valutazione complessiva di quelli così isolati, onde verificare se siano concordanti e se la loro combinazione consenta una valida prova presuntiva (c.d. convergenza del molteplice), non raggiungibile, invece, attraverso un’analisi atomistica degli stessi.” (Cass. n. 9054/2022). Infatti, i requisiti della gravità, precisione e concordanza degli elementi presuntivi devono essere ricavati dal complesso degli indizi da valutarsi non atomisticamente ma nel loro insieme e l’uno per mezzo degli altri, nel senso che ognuno, quand’anche singolarmente sfornito di valenza indiziaria, potrebbe rafforzare e trarre vigore dall’altro in un rapporto di vicendevole completamento (Cass. n. 9178/2018), così come va valutato non atomisticamente ma nel complesso anche l’insieme dei fatti secondari noti, acquisiti al processo nei modi ammessi dalla legge, e gli eventuali ulteriori argomenti di prova, rilevanti per il giudizio inferenziale (Cass. n. 14151/2022). Nello specifico, tali criteri avrebbero dovuto improntare la disamina degli elementi di prova ed indiziari volti ad accertare la ricorrenza dell’elemento soggettivo in K. – sia sotto il profilo del dolo, che della colpa – in ordine alla consapevolezza della paternità ed al mancato assolvimento degli obblighi paterni.
Ne consegue che deve ritenersi censurabile in sede di legittimità la decisione in cui il giudice si sia limitato a negare valore indiziario agli elementi acquisiti in giudizio senza accertare se essi, quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziaria, non fossero in grado di acquisirla ove valutati nella loro sintesi, nel senso che ognuno avrebbe potuto rafforzare e trarre vigore dall’altro in un rapporto di vicendevole completamento (Cass. n. 9059/2018).
3.4.- Va, infine, rilevato che solo con la memoria, e quindi tardivamente ed inammissibilmente, il controricorrente K. ha prospettato che la madre avrebbe avuto rapporti sessuali con altri uomini all’epoca del concepimento, circostanza che non risulta essere stata in precedenza dedotta, nè accertata in corso di giudizio.
4.1. Con il terzo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 147 e 148 c.c.
Il ricorrente deduce che la Corte di appello avrebbe fatto erronea applicazione degli artt. 147 e 148 c.c., laddove ha assunto che la mancata attivazione della madre nei confronti del padre assente, per sollecitarlo ad assumersi le sue responsabilità, fosse idonea a fondare un concorso di colpa della stessa nella produzione del danno lamentato.
Il ricorrente, pur rimarcando la propria personale tesi, secondo la quale la madre non si era attivata, stante il rifiuto del padre di assumersi le sue responsabilità, per non aggravare la sofferenza al figlio, rammenta ed invoca la giurisprudenza di legittimità secondo cui la responsabilità del padre assente non è esclusa o ridotta in considerazione del comportamento della madre.
4.2.- Il motivo è assorbito in conseguenza dell’accoglimento dei primi due, posto che la statuizione impugnata si fonda sull’accertamento di non consapevolezza del padre circa la condizione di genitore – fino al 2009 – per non essere stato su ciò informato dalla madre.
È, tuttavia, opportuno rammentare che, come già affermato da questa Corte “La responsabilità del genitore per i danni subiti dal figlio, in conseguenza del suo inadempimento ai propri obblighi di mantenimento, istruzione, educazione ed assistenza, non può ritenersi esclusa o limitata dalla circostanza che anche l’altro genitore possa non avere correttamente adempiuto ai rispettivi doveri.” (Cass. n. 14382/2019).
5.1.- I motivi quarto e quinto vanno trattati congiuntamente per connessione.
5.2.- Con il quarto motivo si denuncia la violazione degli artt. 2 e 30 Cost., 185 e 570 c.p., 147,148,2043, 2059, 2697 e 2728 c.c., 115 e 116 c.p.c.
Il ricorrente si duole che la Corte di appello, erroneamente interpretando ed applicando le norme in esame, abbia adottato una lettura estremamente riduttiva del danno da violazione degli obblighi di assistenza morale e materiale e non abbia ritenuto sussistente il danno per lesione del diritto del ricorrente ad essere “educato e mantenuto”, desumibile dalla lettura coordinata delle disposizioni di cui prima, rimarcando che in primo grado era stato riconosciuto come l’odierno ricorrente avesse sofferto sia sotto il profilo emotivo per l’assenza del rapporto con la figura paterna, sia per il mancato riconoscimento dello status di figlio.
5.3.- Con il quinto motivo si denuncia la violazione degli artt. 115,116,147,148,2043,2059,2697 e 2728 c.c., nonché nullità della sentenza per violazione degli artt. 111 Cost. e 132 c.p.c. a fronte della motivazione insufficiente e contraddittoria. Il ricorrente sostiene che la Corte di merito, laddove ha ritenuto non provata la sussistenza del danno anche sotto il profilo della perdita di chances rispetto ad una migliore formazione personale e collocazione economica e sociale del ricorrente, ha trascurato ogni valutazione in merito al pregiudizio per lesione di primari valori costituzionali, riducendolo al mero raffronto tra la situazione familiare concreta e quella che si sarebbe avuta in assenza della violazione.
5.4.- I due motivi sono fondati e vanno accolti.
Va rimarcato che, per tali motivi, non può procedersi ad assorbimento in applicazione del principio secondo il quale ” L’assorbimento di un motivo di ricorso per cassazione postula che la questione con esso prospettata si presenti incondizionatamente irrilevante, al fine della decisione della controversia, a seguito dell’accoglimento di un altro motivo, e, pertanto, non è configurabile ove la questione stessa possa diventare rilevante in relazione ad uno dei prevedibili esiti del giudizio di rinvio, conseguente alla cassazione della sentenza impugnata per il motivo accolto. In tale ipotesi, quindi, la Suprema Corte deve procedere egualmente all’esame di quel motivo annullando eventualmente la medesima sentenza anche in relazione ad esso, sia pure condizionatamente ad un determinato esito del giudizio di rinvio sulla questione oggetto del motivo principale accolto.” (Cass. n. 13259/2006)
5.5.- Nel caso di specie, la Corte d’appello ha affermato che difettava qualsiasi fondamento probatorio del danno che M.A. aveva richiesto, deducendo l’omesso assolvimento degli obblighi genitoriali in riferimento al danno morale da lui patito sotto l’aspetto affettivo, psicologico e sociale e per avere compromesso in senso peggiorativo le sue condizioni di vita, perché l’odierno ricorrente non aveva assolto agi oneri probatori su di lui gravanti, giacché aveva provato di essere cresciuto in povertà, con le limitate risorse procacciate dalla madre svolgendo l’attività lavorativa di cameriera stagionale, ma non aveva dimostrato che avrebbe potuto vivere in condizioni migliori, nè quali concrete ambizioni fossero rimaste insoddisfatte e quali concrete chances si fosse perso.
Tale motivazione è da ritenere del tutto erronea.
5.6.- Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, la violazione dei doveri di mantenimento, istruzione ed educazione dei genitori verso la prole non trova sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, potendo integrare gli estremi dell’illecito civile, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti; l’illecito intrafamiliare può, infatti, produrre anche un danno non patrimoniale lato sensu psicologico/esistenziale, ovvero che investe direttamente la progressiva formazione della personalità del danneggiato, condizionando così pure lo sviluppo delle sue capacità di comprensione e di autodifesa (Cass. n. 40335/2021). Questo illecito, pertanto, può dar luogo ad un’autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell’art. 2059 c.c. esercitabile anche nell’ambito dell’azione per la dichiarazione giudiziale di paternità e maternità (Cass. n. 5652/2012; Cass. n. 14382/2019) qualora l’inadempimento del genitore abbia causato un complessivo disagio materiale e morale per il figlio e qualora da tale disagio siano derivate una serie di ulteriori conseguenze pregiudizievoli, di carattere patrimoniale oltre che non patrimoniale, tra cui la impossibilità di affermarsi in maniera più soddisfacente socialmente e di svolgere degli studi, che posso aver precluso le possibilità di realizzazione professionale, con rilievo anche economico. In tale situazione, ove sussista la prova del danno morale e mancando la ragionevole possibilità di dimostrare la sua precisa entità, risulta certamente consentita la liquidazione di esso in via equitativa.
Va ancora osservato che il disinteresse mostrato da un genitore nei confronti di un figlio naturale integra la violazione degli obblighi di mantenimento, istruzione ed educazione della prole, e determina la lesione dei diritti nascenti dal rapporto di filiazione che trovano negli artt. 2 e 30 Cost. – oltre che nelle norme di natura internazionale recepite nel nostro ordinamento – un elevato grado di riconoscimento e tutela, sicché tale condotta è suscettibile di integrare gli estremi dell’illecito civile e legittima l’esercizio, ai sensi dell’art. 2059 c.c., di un’autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali sofferti dalla prole (Cass. n. 3079/2015; Cass. n. 15148/2022). È stato altresì osservato, ai fini del decorso del termine di prescrizione, che l’illecito endofamiliare commesso in violazione dei doveri genitoriali verso la prole può essere sia istantaneo, ove ricorra una singola condotta inadempiente dell’agente, che si esaurisce prima o nel momento stesso della produzione del danno, sia permanente, se detta condotta perdura oltre tale momento e continua a cagionare il danno per tutto il corso della sua reiterazione, poiché il genitore si estranea completamente per un periodo significativo dalla vita dei figli (Cass. n. 11097/2020; Cass. n. 27139/2021).
Orbene, la Corte di appello ha escluso che la condotta ascritta al K. costituisse un illecito endofamiliare e fosse stata produttiva di danni non patrimoniali, limitandosi a raffrontare le possibili condizioni di vita e deducendo la mancanza di prova in ordine al preteso pregiudizio subito, omettendo del tutto di considerare che il figlio, dalla nascita a tutta l’età matura è stato privato della figura genitoriale paterna sia nella vita strettamente familiare, che nel contesto sociale, costituito dal piccolo centro urbano in cui ha vissuto.
Al riguardo, non può essere invece sottaciuto che la Corte territoriale avrebbe dovuto accertare se e quali fossero stati gli effetti causati da detta assenza e, dunque, dall’assoluta elisione della figura paterna, sullo sviluppo fisiopsichico del ricorrente, mentre si è soffermata solo su profili di tipo sostanzialmente economico.
6.1.- Con il sesto motivo si denuncia la violazione degli artt. 96,115 e 116 c.p.c. e l’omesso esame di un fatto decisivo, per avere escluso la condanna per responsabilità processuale aggravata ex art. 96, comma 1, c.p.c. a fronte della temeraria proposta di una domanda – disconoscimento di paternità – nella chiara consapevolezza della sua infondatezza.
6.2.- Il motivo è assorbito
7.- In conclusione, fondati i motivi primo, secondo, quarto e quinto, assorbiti i motivi terzo e sesto, il ricorso va accolto; la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla Corte di appello di Bolzano in diversa composizione per il riesame alla luce dei principi espressi e per la statuizione sulle spese anche del presente grado.
Va disposto che in caso di diffusione della presente sentenza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

P.Q.M.

– Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Bolzano in diversa composizione anche per le spese;
– Dispone che in caso di diffusione della presente sentenza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.


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