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Lo sai che? Diffamazione: la notizia della chiusura dell’indagine va pubblicata

Lo sai che? Pubblicato il 1 gennaio 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 1 gennaio 2015

Obbligo di aggiornare i contenuti presenti sul sito internet all’esito dell’inchiesta penale.

È diffamante la pubblicazione, su un sito web, della notizia dell’apertura di un’inchiesta se poi l’articolo non viene aggiornato con il comunicato di sviluppi favorevoli all’indagato, quali per esempio la chiusura dell’indagine medesima e il proscioglimento dall’imputazione.

A dirlo è una recente sentenza della Cassazione [1].

Se il comunicato dell’apertura di una indagine penale può rispondere correttamente ai requisiti della correttezza e completezza, oltre che della sussistenza dell’interesse pubblico al momento della diffusione della notizia, la sua permanenza online oltre il tempo ragionevole a dare l’informazione può comportare una lesione del diritto all’oblio dell’interessato. Se poi, a ciò, si aggiunge anche che i fatti sono mutati (come nel caso di chiusura dell’indagine), il mancato aggiornamento dell’articolo su internet integra il reato di diffamazione per il quale è possibile agire anche penalmente. Infatti, l’informazione, in tal caso, è tale da fornire all’utente un’immagine distorta e incompleta dei fatti.

Non serve dare la notizia più aggiornata in un’altra pagina collegata, ma è necessario aggiornare l’articolo o fornire la comunicazione degli sviluppi favorevoli all’interessato alla fine del primo comunicato.

La conseguenza è tutt’altro che di poco conto: il soggetto diffamato può pretendere, in questi casi, in via civilistica, il risarcimento del danno non patrimoniale conseguente alle “sofferenze” patite per essere stato leso nella sua reputazione personale e per aver vissuto una situazione di disagio nei rapporti interpersonali.

Se poi l’interessato riesce a dimostrare anche di aver subìto una lesione alla reputazione professionale, gli è dovuto, oltre al risarcimento per il danno non patrimoniale, anche quello patrimoniale.

note

[1] Cass. sent. n. 27535/2014.

Autore immagine: 123rf com


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