Diritto e Fisco | Editoriale

Pirateria digitale e internet: il copyright sulla cultura. Ritorneremo alle canzoni di gesta?

7 febbraio 2013 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 febbraio 2013



Pirateria digitale su internet: musica razziata alle major e all’industria dei contenuti; quello che viene definito il “copyright sulla cultura” è ancora eticamente giusto? Una panoramica sulle nuove tendenze del popolo della rete e dei tribunali di tutto il mondo.

Cosa conviene conservare per il nuovo millennio e cosa invece bisogna abbattere? Trionferà la libertà di circolazione della cultura o, al contrario, i vincoli della proprietà tradizionale?

Quel che è indubbio, nei fatti, è che stiamo attraversando un’epocale svolta socio-giuridica e dei costumi.

Di  ciò, peraltro, stanno discutendo da mesi i ministri della Comunità Europea, recentemente riuniti al tavolo per votare la proposta Sarkozy.

Preliminarmente, è tuttavia d’obbligo analizzare ciò che viene definito [1] il copyright sulla cultura.

Fino a poco tempo fa, la parola copyright (o, secondo la traduzione italiana, diritto d’autore) non veniva menzionata nel nostro parlare quotidiano. Dall’avvento di internet, invece, si sente sempre più spesso discutere di pirateria, download illegale, opere protette. La lotta alla pirateria entra nelle agende dei Governi, le leggi diventano più restrittive e non sono rari i casi di persone trascinate in giudizio per aver scaricato e diffuso opere protette dal diritto d’autore.

La prima normativa sul diritto d’autore è anglosassone e risale al 1710. Rivolta unicamente ad incoraggiare l’apprendimento e la produzione artistica, essa consisteva in una sorta di contratto tra l’autore e la società, con cui quest’ultima riconosceva al primo una seria di diritti sulla propria opera, per un tempo limitato; in cambio questa ne traeva un giovamento culturale ed artistico. Ciò giustificava il monopolio dell’autore sulla riproduzione e copia dell’opera per 14 anni.

La normativa continentale, invece, aveva un approccio opposto: il diritto d’autore era considerato un diritto della persona e, come tale, serviva a riconoscere un’espressione della persona-autore. Ciò si traduceva innanzitutto in una diversa durata dei suddetti diritti, assai più estesa rispetto a quella anglosassone. Per esempio: nella prima legge, quella della Repubblica Cisalpina, la tutela durava tutta la vita dell’autore ed altri dieci anni dopo la sua morte.

L’attuale normativa italiana distingue, all’interno della categoria del diritto d’autore, due diverse tipologie: i diritti morali e quelli patrimoniali, che sorgono entrambi in capo all’autore nel momento della creazione.

Tuttavia, i primi – tra cui, per esempio, il diritto di paternità dell’opera (ossia il diritto ad essere riconosciuto, di fronte alla collettività, come creatore dell’opera) – sono eterni, non hanno una durata limitata e sono indisponibili (ossia l’autore non può spogliarsene ed alienarli ad altri soggetti).

Al contrario, i diritti patrimoniali (ossia quelli di sfruttamento economico dell’opera) sono disponibili (possono, cioè, essere ceduti con un normale contratto) e durano fino a 70 anni dopo la morte dell’autore. Spirato questo termine, l’opera diventa di pubblico dominio, ossia chiunque può riprodurla senza dover chiedere permessi.

Ciò spiega la finalità effettiva del diritto d’autore: non un ostacolo alla produzione artistica, ma un incentivo. Una volta che l’autore ha ricavato il suo profitto, l’opera deve tornare alla società per poter essere utilizzata da tutti. Sarebbe peraltro assai scomodo dover rintracciare gli eredi di Mozart per chieder loro il permesso a suonare ogni sua sinfonia.

Negli ultimi quindici anni, però, le cose sono decisamente cambiate.

Le tecnologie hanno abilitato una serie di comportamenti, modificando le regole del gioco. Prima dell’avvento del digitale, il diritto d’autore riguardava unicamente le industrie di produzione: i consumatori, infatti, non ne percepivano l’esistenza sul prodotto, poiché quest’ultimo entrava nelle case in un supporto materiale e tale rimaneva. Oggi, invece, con la digitalizzazione dei contenuti e la perdita della materialità del prodotto, i consumatori hanno iniziato ad interagire col prodotto stesso, a remixare i contenuti, a crearli, a condividerli con il mondo attraverso delle piattaforme. E questo ha fatto sì che le persone comuni abbiano scoperto che tutto ciò che facevano prima, con la loro cerchia di amici, non era consentito o, quanto meno, non lo era più se la cerchia diveniva più ampia (magari tutti i soggetti presenti sulla stessa piattaforma di filesharing).

Avvengono così delle cose stravaganti: come un video su Youtube di un bambino, mentre balla una canzone di Michael Jackson, che viene rimosso perché la label, titolare dei diritti sulla canzone, ne chiede l’oscuramento, ritenendo ciò una violazione del proprio copyright.

E’ evidente che tale atteggiamento psicologico non ha nulla a che vedere con la tutela del copyright, ma è solo una forma di controllo totale sull’opera, un messaggio chiaro da parte dei produttori, i quali pretendono che qualsiasi utilizzazione pubblica dell’opera debba passare attraverso il loro permesso e lucro.

C’è quindi, da un lato, l’atteggiamento dei titolari dei diritti, che va al di là dei limiti stessi della legge (un po’ come avveniva nell’epoca medioevale con i grandi latifondisti). Dall’altro lato, la gente si sente spossessata di tutte quelle utilizzazioni dell’opera che prima effettuava tranquillamente (chi non ha mai duplicato un nastro musicale?) e che continua a fare, solo che adesso sono visibili e quindi condannate. E’ come se le case fossero diventate trasparenti!

Ecco che gli innocenti netizen sono diventati automaticamente, per presunzione assoluta, dei pirati. Se si possiede un pc versatile ed una connessione veloce alla rete internet, si è considerati dei potenziali criminali.

Ed ecco che le major hanno iniziato ad  introdurre delle misure tecnologiche antipirateria: cd non copiabili, ma che non funzionano su alcuni lettori; mp3 che possono essere ascoltati su un unico apparato (per es. Ipoad) e non su altri apparecchi (sebbene il proprietario sia lo stesso ed ha legittimamente pagato il prodotto).

Queste limitazioni spaventano l’utente, perché restringono la libertà a cui era abituato prima del laser. Di conseguenza, alcuni grandi distributori di musica hanno deciso di rinunciare a tali misure.

Questo non vuol dire che le major abbiano abbandonato il campo di battaglia: al contrario, il gioco si sta spostando su terreni ben più preoccupanti.

I distributori, mettendo in discussione il principio della neutralità della rete, hanno deciso di bypassare la legge ed i procedimenti giudiziari, stringendo accordi direttamente con i provider. Si vuol creare a monte un vero e proprio collo di bottiglia, per fare in modo che il P2P vada lentissimo (mentre, per 0,50 cents, è possibile scaricare il brano da un’altra piattaforma in modo estremamente veloce). In questo quadro, si inseriscono proposte, come quella francese, che prevede la disconnessione dalla rete e la sospensione da 3 a 12 mesi dall’abbonamento internet, per mano del provider, nel caso l’utente violi ripetutamente il diritto d’autore. In Italia, il decreto Urbani, prima che fosse modificato dopo solo un anno di vita, arrivava a prevedere il carcere per chi scaricava o condivideva materiale protetto, anche senza scopo di lucro. Ad oggi, per ogni file condiviso si rischia una multa dai 100 ai 1000 Euro.

Queste proposte hanno l’indiretto significato di trasformare internet da mezzo di comunicazione e di gioco, quale era nato, in uno strumento di tutela dei grandi interessi e, in definitiva, in un dispositivo commerciale attraverso cui vendere i prodotti. Si ripropone, insomma, il classico conflitto tra gli interessi del popolo e quelli della borghesia industriale.

Ma il punto è che tali prodotti non sono più di qualità e durano lo spazio di un’estate.

La situazione attuale si profila, dunque, molto simile a quella dell’antichità, in cui tutte le forme di cultura popolare (racconti, ballate, musiche) erano creazioni collettive e anonime, libere e di pubblico dominio.

Le major del disco, del cinema e dell’editoria non potranno contrastare questa direzione. La flessibilità del digitale è tale che, una volta digitalizzata l’opera, essa diventa liquida: e ciò che è liquido non può essere bloccato e regimentato.

Il digitale consente il remix della cultura, attraverso la rimescolazione degli elementi (si pensi all’hip hop); consente di rieditare i testi, di rimescolare le note, di campionare la musica, di sincronizzarla in modo innovativo.

Si torna dunque alla tradizione dei cantori della chanson de geste; o al 700, in cui autori come Vivaldi e Beethoven non si preoccupavano di prendere opere di altri (spesso popolari) per operare variazioni sul tema; o, infine, a quando era pressoché impossibile stabilire se un dipinto era di Rubens o di un suo collaboratore di bottega.

Ecco perché ci piace, in modo forse visionario, affermare che oggi la produzione della cultura non è più in mano alle grandi aziende. Ed è proprio questo che le spaventa maggiormente.

C’è, infine, un ultimo aspetto da considerare: vi è una progressiva sovrapposizione tra la categoria dei produttori e quella dei consumatori. Le due platee si identificano e si mescolano tra loro, essendo oggi il consumatore finale anche creatore. E si tratta della platea più vasta che qualsiasi altra epoca abbia mai conosciuto: ciò ne rende impossibile il controllo.

Il consumatore, dunque, non sente più la necessità di pagare il biglietto se è lui stesso in grado di costruire il prodotto. Si opera secondo la logica del baratto: ciascuno condivide quello che fa con quello che fanno gli altri. Perché, allora, si dovrebbe comprare quello che non si può toccare, modificare e modellare? Siamo entrati nell’era della collaborazione di massa. Le persone cooperano e realizzano insieme le opere piuttosto che acquistarle già fatte da altri.

Tra breve, anche i ragazzini di quattordici anni riusciranno a realizzare produzioni al pari di Star Wars, che distribuiranno in rete per la libera circolazione, chiedendo a chiunque di migliorarle, secondo l’idea che l’opera è sempre un work in progress e non è mai finita.

Tale auto-gestione produttiva, in grado di fare concorrenza alle multinazionali, conosce già due esempi di lampante evidenza: il sistema operativo Linux e l’Enciclopedia libera Wilipedia. Non sono i soli. Milioni di utenti caricano i loro video su Youtube. Tutti questi progetti vivono della collaborazione spontanea di migliaia di utenti che usano delle licenze libere.

Le major vorrebbero, però, farci credere che questi sistemi, unitamente alla pirateria, uccidono la creatività e l’arte. Non è affatto vero!

Questa è solo la crisi del diritto d’autore, inteso nel senso tradizionale. Essa colpisce unicamente l’industria della produzione culturale, non già la creatività in sé, che anzi, in questo ultimo decennio, ha conosciuto un’esponenziale crescita: si pensi a quante migliaia di autori e di dischi si pubblicano ogni giorno, distribuiti in tutto il mondo attraverso vari canali, anche indipendenti, ma non per questo meno interessanti a livello artistico.

E’ dunque il diritto d’autore – e non l’arte – a dover trovare un nuovo equilibrio in questo mutato scenario.

note

[1] Secondo una felice definizione del “Laboratorio Lilik” a cui si deve il seguente contributo, scaricabile peraltro su www.lilik.it, con licenza Creative Commons.


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1 Commento

  1. Avvocato, ma lei è davvero sicuro(ma davvero davvero?) che a breve i ragazzini di 14 anni riusciranno a fare qualcosa simile a star wars? C’è gente che per fare arte o letteratura studia almeno oltre i 20 anni…suvvia avvocato!
    Le opere che vengono immesse in rete fanno parte di uno scambio e quindi si opera di una logica di baratto? E le bollette chi le paga a chi crea?
    Vogliamo un mondo dove il 90% delle opere siano fatte da dilettanti?
    Oppure vogliamo tornare a tempi in cui i ricchi potevano permettersi di dipingere e scrivere senza avere assilli di pecunia in nome di un progresso che in realtà è tutt’altro che tale?
    Altra questione: crede davvero che in questa marea libera le opere veramente valide abbiano il risalto dovuto?
    Per farle un esempio le consiglio di dare un occhiata al contatore di visite su you tube cosi potrà farsi un idea concreta.
    Credo poprio che rendere il frutto di una fatica intelletuale valutato a zero non sia proprio degno di una società civile e progressista senza dimenticare poi la restirzione che dovrebbe subire l’autore non avendo piu’ nessun controllo dell’opera.
    In piu’ c’è un punto ancora piu’ dolente..di questo traffico libero qualcuno se ne avvantaggia economicamente (google? Facebook?) …
    E in uno stato di anarchia generale come questo, senza piu’ punti di riferimento; persino un libro di storia potrebbe essere riscritto a piacimento…
    Lo scenario è fantascentifico ed inquietante lo so,pero’ a quanto pare,non troppo lontano dalla realtà.
    La ringrazio anticipatamente se vorrà rispondere alle varie domende che le ho posto.
    Saluti

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