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Mobbing sul posto di lavoro: quando diventa reato di maltrattamenti in famiglia?

4 gennaio 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 gennaio 2015



Una specifica forma di reato è prevista nel caso in cui la relazione tra datore e dipendente mobbizzato abbia carattere parafamiliare, ciò indipendentemente dal numero dei componenti l’azienda.  

Spesso sul luogo di lavoro ci si sente un po’ come a casa. Ciò è tanto più facile quando si lavora in un ambito ristretto, non solo dal punto di vista dello spazio fisico, ma anche per il numero e la tipologia di relazioni umane che si vivono quotidianamente con i colleghi e i superiori.

Ma come nella famiglia, anche sul posto di lavoro può consumarsi la violenza, attraverso atti persecutori e discriminatori nei confronti del lavoratore: il cosiddetto mobbing.

Il mobbing, tuttavia, non è ancora riconosciuto dalla legge come specifica ipotesi di reato. Le condotte vessatorie e dequalificanti operate dal datore di lavoro ai danni del dipendente vengono così fatte rientrare, in molti casi, in fattispecie di volta in volta differenti, come la diffamazione, la violenza privata, l’abuso d’ufficio, la molestia.

Ci sono, poi, dei casi in cui le illecite vessazioni subite sul luogo di lavoro possono anche essere inquadrate nella specifica figura di reato di maltrattamenti in famiglia (altrimenti detto mobbing familiare) che, tra i vari casi, punisce chi maltratti una persona sottoposta alla sua autorità per l’esercizio di una professione o un’arte [1].

A riguardo, la Suprema Corte ha più volte ribadito [2] un concetto abbastanza chiaro: affinché il mobbing possa inquadrarsi in questa figura di reato (appunto il “maltrattamento in famiglia”) occorre che i comportamenti siano stati tenuti nell’ambito di rapporti lavorativi caratterizzati da relazioni stabili e abituali, consuetudini di vita, soggezione (anche psicologica) e fiducia di una parte più debole rispetto all’altra che riveste una posizione di supremazia. Si pensi, ad esempio, al rapporto tra lavoratore domestico e padrone di casa oppure tra apprendista e maestro.

In parole semplici, perché possa realizzarsi in concreto il reato di maltrattamenti in famiglia anche sul posto di lavoro, è necessario che tale luogo abbia caratteristiche analoghe a quelle del contesto familiare: luogo che non è solo uno spazio fisico, ma anche di relazioni umane e di consuetudini.

Tale orientamento ha trovato conferma in una recente pronuncia della Cassazione [3] che, nello specifico ha delineato, in merito alla nozione di mobbing, dei profili giuridici di maggior tutela per i lavoratori, rispetto a quelli già noti.

Secondo i Supremi giudici, infatti, ai fini della configurabilità del “mobbing familiare” non rileva il numero dei dipendenti facenti parte della realtà aziendale: il reato, infatti, può manifestarsi anche in un’azienda con diversi dipendenti che non possa propriamente definirsi una “bottega artigiana”. Ciò che rileva, invece, è che dal tipo di condotte persecutorie poste in essere dai vertici datoriali sia conseguito lo stato di soggezione del dipendente che abbia, nell’ambito dell’azienda, un rapporto di tipo para-familiare (sul vecchio modello di apprendistato nell’ambito artigiano).

Al pari, si sottolinea in sentenza, non può aver rilievo la circostanza che il lavoratore sia un soggetto con maturata anzianità di servizio, abituato da tempo a subire le vessazioni da parte dei superiori: il dipendente, infatti, potrebbe aver tollerato tali condotte per la necessità di continuare a lavorare e la mancanza di alternative professionali.

Certamente, tuttavia, come ha di recente ribadito la stessa Corte [4], il delitto in questione – anche in presenza di un chiaro fenomeno di mobbing lavorativo – non può trovare applicazione quando il fatto si sia verificato in una realtà aziendale di particolare complessità, in cui non vi sia una relazione diretta e intensa tra lavoratore e datore, che determina una “comunanza di vita assimilabile a quella del consorzio familiare”.

In tali casi, semmai, il giudice dovrà verificare se le condotte mobbizzanti possano integrare altre figure di reato, più o meno gravi (come ad esempio quello di minaccia); in queste ipotesi, il risarcimento andrà limitato ai danni provocati soltanto da tale reato e non dall’insieme delle azioni persecutorie concretizzanti il mobbing.

note

[1] L’art. 572 cod. pen. recita: “ Chiunque […]maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici o una persona sottoposta alla sua autorità, o affidata a lui per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Se dal fatto deriva una lesione personale grave si applica la pena della reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a vent’anni”.

[2] Cass. sent. n. 13088 del 20.3.2014, Cass. sent. n. 31714/2014 e sent. n.18832/2014.

[3] Cass. sent. 53416/14 del 22.12.14.

[4] Cass. sent. n. 31774 dell 25.09.2014.

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